The Whaling in the Antarctic case: a landmark judgment and its potential implications

Fig.1: Special Permit Catches, 1948 to 2010. Source: Memorial of Australia, Vol.I, p.38
Fig.1: Special Permit Catches, 1948 to 2010. Source: Memorial of Australia, Vol.I, p.38

Il 31 marzo scorso la Corte di Giustizia Internazionale ha emesso il suo verdetto sul programma di caccia alle balene “per fini scientifici” portato avanti dal Giappone nel Southern Ocean Sanctuary (Oceano Antartico) ai sensi dell’Articolo VIII della ICRW (Convenzione Internazionale per la Regolamentazione della Caccia alla Balena) ed aspramente contestato dallo Stato australiano, il quale lamentava la violazione degli obblighi internazionali per la conservazione dei cetacei previsti proprio nel suddetto trattato. Il seguente paper, da me scritto, analizza gli aspetti peculiari della sentenza e ne evidenzia le potenziali implicazioni a livello di diritto internazionale dell’ambiente, risoluzione delle controversie internazionali in materia ambientale e politiche di conservazione (con particolare riferimento alla governance dei c.d. high seas). Per accedervi, una volta letto l’abstract, è sufficiente aprire il relativo file pdf.

P.S. Sottolineo che questo lavoro non è stato oggetto di pubblicazione scientifica e quindi di revisione paritaria (eccettuati i suggerimenti del Prof. Riccardo Pavoni dell’Università degli Studi di Siena, che ringrazio), ragion per cui qualsiasi feedback o commento in merito è benvenuto.

[Note: the following work has not been published on an academic journal and thus was not peer-reviewed, except for critiques and suggestions kindly offered by Prof. Riccardo Pavoni of University of Siena. Any feedback or comment on its validity is therefore welcomed. Thank you.]

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ABSTRACT

On 31 March 2014 the International Court of Justice issued its long-awaited judgment on the case concerning whaling in the Antarctic, brought before it by Australia over Japan’s alleged breach of certain obligations under the International Convention for the Regulation of Whaling (ICRW). The Court’s ruling, which held that Japan’s Special Permit Whaling under the so-called JARPA II could not be qualified as being conducted “for purposes of scientific research”, presents some innovative features that might lead to consider it a landmark in the evolution of environmental dispute settlement. This article tries to break down some of decision’s key points from an international law perspective and shares some reflections on aspects of policy, dealing with the potential implications of the dispute for the current whaling regime and beyond.

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World Water Day Infographics

Yesterday was World Water Day! This year’s theme, “Water & Energy”, was meant to shed light on the interdependence that links these two issues (and the mutual relationship they also have with food security, biodiversity and so on). Learn more on the observance’s official website (http://www.unwater.org/worldwaterday/home/en/) and take a look at these poignant infographics by the World Bank (more here).

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Diretta twitter del workshop in Rettorato

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Sta per iniziare nell’aula magna del Rettorato il workshop ‘Il Mar Mediterraneo. Biodiversità e crescente inquinamento: quali manifesto_biodiversita_10_ottobre_2prospettive‘, che vedrà la presenza di S.A.S. il Principe Alberto II di Monaco! Siamo pertanto felici di annunciare che l’evento sarà trasmesso in diretta twitter sugli account @greeningusiena e @unisiena (qua sotto trovate una timeline dedicata tramite la quale seguire gli interventi); vi invitiamo inoltre ad interagire utilizzando gli hashtags #MEDSOL e #FPA2 ed a preparare domande per il Principe Alberto II di Monaco!

Today’s workshop, entitled “The Mediterranean Sea. Biodiversity and growing pollution: which perspectives?” is due to start in a few minutes at the presence of H.R.H. Prince Albert II of Monaco in the Rectorate’s aula magna! We are therefore glad to announce that the event will be live-tweeted on @unisiena and @greeningusiena‘s accounts (below there’s a timeline to follow all the interventions); moreover, we invite you to interact using #MEDSOL and #FPA2 as hashtags and to prepare questions for the Prince!

Riformare i sussidi europei alla pesca

Manca poco più di un mese al 22 ottobre, data (ancora indicativa) in cui il Parlamento Europeo si riunirà in seduta plenaria per esaminare in prima lettura la proposta di regolamento relativa alla sostituzione dell’attuale Fondo Europeo per la Pescaimage-upload (FEP), lo strumento (che rientra nel più generale quadro normativo conosciuto come Politica Comune della Pesca) con cui l’Unione disciplina l’allocazione dei sussidi comunitari all’industria ittica. Il nuovo Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP), destinato a succedere al FEP attraverso la procedura legislativa ordinaria della UE, è stato peraltro già oggetto di svariati dibattiti, sia in sede di negoziato tra Consiglio e Parlamento che all’interno della Commissione per la Pesca di quest’ultimo. Prendendo le mosse dall’intervento che ho tenuto durante la conferenza internazionale di lancio del network MED Solutions, svoltasi presso la Certosa di Pontignano nel luglio scorso (vedi qui), intendo sottolineare le criticità principali della proposta di riforma, che pure si propone di compiere dei sostanziosi passi avanti rispetto ad una situazione ancora disastrosa degli stocks ittici europei (ed in particolare, di quelli del mar Mediterraneo) ed a porre rimedio al problema di una ancora insufficiente riduzione della capacità di pesca della flotta comunitaria, come noto sproporzionata rispetto agli stocks medesimi. Sia detto en passant, il seguente post non prende in considerazione il regolamento sulla riforma della Politica Comune della Pesca, che pure presenta numerosi profili di interesse, e si concentra invece sulla questione dei sussidi comunitari.

Introduzione: lo stato degli stocks del Mediterraneo

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Totale delle catture nel mar Mediterraneo e nel mar Nero, 1970-2012 ca. Fonte: FAO

Negli ultimi decenni, il Mar Mediterraneo ha visto le sue risorse ittiche assottigliarsi ad un ritmo spaventoso. Secondo la FAO, le catture in quest’area sono diminuite del 15% dal 20071, mentre durante lo stesso periodo l’Europa nel suo complesso ha assistito ad una crescita esponenziale della domanda di prodotti ittici, con un deficit tra importazioni ed esportazioni che, nel 2010, ammontava a 10 miliardi di dollari2 (l’anno successivo, il 62% del pesce consumato dagli europei proveniva da paesi terzi3). Secondo la Commissione Europea, l’82% degli stocks del Mediterraneo sono sovra-sfruttati (le stime dell’Agenzia Europea per l’Ambiente parlano di un 50-78% di stocks ‘fuori dai limiti biologici di sicurezza’4), mentre per la FAO il 50% sono sovra-sfruttati ed il 33% sfruttati completamente5. Con riferimento alla singole specie, tutte le riserve di merluzzo europeo (Merluccius merluccius) e di triglia di fango (Mullus barbatus) sono considerate sovra-sfruttate nell’ultimo report SOFIA 20126, mentre i principali stocks di piccolo pesce pelagico (sardine e acciughe) vengono definite alternativamente come sovra-sfruttati o sfruttati completamente.

I sussidi comunitari al settore ittico nell’Asse 1 del FEP e in futuro

La Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea e lo Strumento Finanziario di Orientamento della Pesca (SFOP), in vigore dal 1994 al 2006, sono stati in passato oggetto di critiche per quello che la Commissione stessa identificava come “un conflitto tra priorità nel finanziamento, come il supporto per la riduzione dello sforzo di pesca e della capacità da un lato, e l’aiuto alla modernizzazione e al rinnovo dei vecchi segmenti della flotta europea dall’altro”7. Con l’introduzione del Fondo Europeo per la Pesca (FEP), che elenca tra i suoi obiettivi principali (il cosiddetto Asse 1) il supporto al bilanciamento tra capacità di pesca della flotta europea e risorse ittiche disponibili, l’Unione Europea ha provato a cambiare strada, ma nel Quinto Rapporto Annuale sull’implementazione del FEP, pubblicato nel 2011, la Commissione ha sottolineato gli insuccessi nell’implementazione delle misure, come nel caso dell’aiuto finanziario per la cessazione permanente o temporanea delle attività di pesca:

 “le valutazioni successive del FEP e del suo predecessore (SFOP) hanno evidenziato un problema ricorrente nel modo in cui la cessazione permanente dell’attività è usata nella pratica. Essa è incoraggiata non tanto dal bisogno di adattare la flotta alle risorse disponibili, ma dalle difficoltà economiche delle flotte, indipendentemente dalla situazione degli stocks. Il requisito, previsto dal FEP, di elaborare piani di bilanciamento dello sforzo di pesca prima di cessare l’attività non ha risolto il problema. Al contrario, in alcuni di tali piani la cessazione permanente è esplicitamente presentata come uno strumento per compensare la riduzione delle opportunità di pesca e migliorare le prospettive economiche dei pescherecci rimanenti. Di conseguenza, la cessazione permanente è spesso utilizzata non da quei pescherecci che esercitano la pressione maggiore sugli stocks, ma da quelli con le peggiori prospettive finanziarie, fatto questo che limita l’efficacia del bilanciamento generato.”8

Secondo la Corte Europea degli Auditori (ECA), nonostante il supporto per la dismissione dei pescherecci, si stima che l’effettiva capacità di pesca della flotta europea nel periodo 1992-2008, “se si considera l’impatto dell’innovazione tecnologica, sia aumentata del 14%9. La stessa Commissione Europea ha descritto la capacità di pesca dell’Unione come ancora “troppo alta”10.

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Trend del numero di pescherecci UE dal 1992 al 2007, sotto differenti regimi di controllo della capacità di pesca. Nonostante la riduzione sia evidente, si stima che l’innovazione tecnologica abbia di fatto annullato l’efficacia di queste misure. Fonte: EEA

Il pacchetto di riforme oggetto di discussione da parte delle istituzioni europee intende ridurre ulteriormente o eliminare i sussidi che aumentano la capacità di pesca (ad es., aiuti per l’acquisto di carburante e per la modernizzazione delle navi), inserendo nel nuovo FEAMP una previsione espressa di esclusione per (a) operazioni che aumentano la capacità di pesca dei pescherecci, (b) costruzione di nuovi pescherecci, decommissioning o importazione di pescherecci; (c) cessazione temporanea delle attività di pesca”.

Nelle parole di T. Markus, “laddove i sussidi aumentano o mantengono una capacità eccessiva, il denaro pubblico sta fondamentalmente finanziando le inefficienze del settore ittico e danneggiando l’ambiente marino”11; ciò rende una riforma della PCP e dei fondi europei necessaria ed urgente, ma suggerisce anche il bisogno di un enforcement efficace e di un controllo capillare sul rispetto delle misure adottate.

Cosa fare?

1. Riservare il supporto alla piccola pesca

Per rompere il circolo vizioso tra richiesta crescente di prodotti ittici, sovra-sfruttamento e depressione delle comunità Schermata 2013-09-13 alle 16.31.16costiere (l’occupazione nel settore ittico è diminuita del 31% dal 2002, non per la modestissima riduzione delle flotte ma piuttosto per lo sviluppo tecnologico, il declino delle riserve e la diminuzione dei prezzi causata dalla domanda di mercato), la Politica Comune della Pesca deve essere radicalmente ripensata: invece di proporre alcune misure specifiche ed un livello di sussidi più alto per la piccola pesca (mi riferisco qui ai drafts preliminari del regolamento FEAMP che sarà discusso in Parlamento), i legislatori comunitari dovrebbero guardare all’obiettivo di una riduzione graduale di tutti i sussidi ai grandi pescherecci e di una destinazione degli stessi alla prima categoria, come mezzo di tutela dei piccoli pescatori e delle comunità costiere. In particolare, i sussidi all’innovazione tecnologica dovrebbero essere consentiti soltanto a questi ultimi e soggetti al più severo controllo; inoltre, all’interno del concetto di ‘innovazione tecnologica consentita’ i policymakers non dovrebbero includere aiuti per l’efficienza energetica dei motori, che rischierebbero di trasformarsi in sussidi che aumentano la capacità di pesca, e permettere solo investimenti su sicurezza, selettività delle reti e degli strumenti, igiene e meccanismi di controllo.  Un incentivo finanziario sull’efficienza energetica potrebbe essere ancora supportato soltanto se unito ad un parallelo investimento sulla riduzione della capacità di pesca. Non dovrebbe infatti essere dimenticato che, come sottolineato dalla Corte Europea degli Auditori, pescherecci con motori efficienti hanno comunque un incentivo ad aumentare il loro sforzo di pesca, per esempio rimanendo più ore in mare.12

2. Controllo sui sussidi al carburante

I sussidi al carburante sembrano essere esclusioni dalle previsioni dell’art.27 della proposta di regolamento FEAMP, che stabilisce che “i costi di funzionamento non possono essere oggetto di sussidio se non dove espressamente previsto”. Tuttavia, si dovrà evitare che, negli investimenti sull’ efficienza energetica, gli Stati Membri siano tentati di includere misure che potrebbero essere incentivi per il carburante ‘mascherati’.

3. Fondi per i servizi di consulenza

Secondo l’art.29 della proposta della Commissione, sono possibili finanziamenti per studi di fattibilità riguardanti i progetti oggetto di sussidi europei oppure per servizi professionali di consulenza e di definizione di strategie di mercato. Questi fondi dovrebbero essere sostituiti da un servizio di consulenza più ampio, che riguardi i potenziali impatti ambientali e socio-economici a lungo termine dei progetti elaborati dai pescatori e dalle organizzazioni di pescatori, oppure utilizzati per aumentare il supporto già allocato per la creazione di partnerships tra pescatori e scienziati (art.30).

4.  Porti, siti di sbarco e rifugi

Il supporto per l’innovazione, l’efficienza energetica, la protezione ambientale attraverso l’investimento in infrastrutture portuali (art.41) dovrebbe essere oggetto di un controllo capillare per evitare l’elargizione di sussidi ad operazioni non coerenti con gli obiettivi summenzionati, rischio che con riguardo alle opere marittime  è purtroppo sempre presente.

5. Acquacoltura

Il supporto all’acquacoltura sembra fuori posto nella riforma della Politica Comune della Pesca; essa rappresenta infatti il Schermata 2013-09-13 alle 16.32.19settore dell’industria ittica a crescita più rapida, il che rende la previsione di sussidi per l’acquacoltura off-shore controproducente e non economica. Inoltre, il Capitolo II della proposta di regolamento FEAMP sembra, nella sua interezza, estremamente sbilanciata con riferimento al supporto per l’acquacoltura sostenibile; in particolare, non fa menzione alcune del potenziale impatto dell’acquacoltura off-shore sugli stocks ittici selvatici, e nessuna distinzione tra l’allevamento di specie carnivore e non-carnivore. Le previsioni del FEAMP riguardo all’acquacoltura dovrebbero escludere esplicitamente i sussidi per le pratiche del primo tipo, ed investire nel controllo dei siti già esistenti. Ancora, il fondo dovrebbe eliminare gli aiuti per l’acquisto di farmaci veterinari e non dovrebbe coprire le perdite derivanti dalla diffusione di malattie tra gli animali allevati quando queste sono dipendenti da una gestione non sostenibile dei siti. Infine, dovrebbe chiaramente escludere il supporto, e probabilmente addirittura scoraggiare, pratiche quali l’allevamento di salmone e l’ingrasso in gabbia di tonni selvatici , che presentano il costo ambientale più alto tra tutte le attività di acquacoltura.

In generale, i sussidi FEAMP all’acquacoltura dovrebbero essere interamente ripensati, specialmente perché le Strategic Guidelines proposte dalla Commissione non affrontano le criticità che ho sottolineato. Desterebbe grande preoccupazione l’adozione di un simile meccanismo di sussidio in mancanza di regole appropriate e, soprattutto, il supporto europeo per maggiore una qualità ambientale dell’acquacoltura non dovrebbe essere perseguito su base volontaria, attraverso l’incentivo economico, ma piuttosto essere reso oggetto di una obbligazione di protezione ambientale gravante sui produttori.

Una postilla

Dopo il mio intervento di Luglio, da cui, ripeto, è tratto questo post, è cambiato qualcosa: il 25 luglio, durante una riunione della Commissione per la Pesca del Parlamento Europeo, i legislatori comunitari hanno apportato alcune modifiche alla proposta, ri-ammettendo i sussidi per le seguenti operazioni:

  • Il rinnovo della flotta teso a rimpiazzare pescherecci che hanno più di 35 anni (con obbligo di ridurre contestualmente la capacità del 40%, secondo il relatore Alain Cadec)
  • Sostituzione dei motori per tutti i pescherecci (e non solo per la piccola pesca, con lo stesso obbligo di cui sopra, sempre secondo Alain Cadec).
  • Trasferimento di proprietà di un’impresa
  • Cessazione temporanea delle capacità di pesca

Come si può intuire dall’esempio appena riportato, il risultato dell’esame di ottobre appare tutt’altro che scontato (per tacere delle questioni ‘quote di cattura’ e ‘discards’, sulle quali mi riprometto di tornare a breve).

PS: per chi volesse leggersi l’intera presentazione (in inglese), questo è il link.

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1 Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.21)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.76)
AIPCE–CEP, Fin Fish Study 2012
European Environment Agency, The European Environment State and Outlook 2010. Marine and Coastal Environment (p.35)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.59)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.59)
European Commission, The Common Fisheries’ Policy – A user’s guide (2008)
European Commission, Fifth annual report on implementation of the European Fisheries Fund (2011), COM(2012)747
ECA, Special Report of December 2011 on how EU measures have contributed to adapting the capacity of the EU fishing fleet
10 European Commission, Report to the European Parliament and the Council on Member States’ efforts during 2011 to achieve a sustainable balance between fishing capacity and fishing opportunities
11 T.Markus,Towards sustainable fisheries subsidies: Entering a new round of reform under the Common Fisheries Policy – Marine Policy 34 (2010)
12 European Court of Auditors, Special Report n°12/2011

Changing Perspectives in the Common Fisheries Policy

Come già scritto più volte sulle pagine di Greening USiena, ho avuto l’onore ed il privilegio di partecipare in prima persona all’organizzazione della conferenza Sustainable Development Solutions for the Mediterranean Region. Inoltre, mi è stata offerta 1045167_408455782597412_311734913_nla possibilità di moderare una specifica sessione dell’evento, dedicata alla presentazione dei progetti degli studenti selezionati dal network MED Solutions (trovate qui e qui le relative slides), ma soprattutto di intervenire con un mio lavoro in quella sede.  Premettendo che si tratta di un prezioso riconoscimento all’attività che Greening USiena svolge, ormai da diversi mesi, nel contesto dell’Università degli Studi di Siena, sono felice di condividere con voi il contenuto dell’intervento, incentrato sulla necessità di una profonda riforma delle politiche della pesca nel Mediterraneo al fine di garantire uno sfruttamento sostenibile delle risorse ittiche dello stesso ed evitare l’impatto del declino degli stocks sulle comunità costiere dipendenti da questa attività. Ovviamente, un ringraziamento particolare va a Jeffrey Sachs per aver citato durante la conferenza la mia presentazione come esempio degli obiettivi da portare avanti tramite MED Solutions (al punto da inserire il tema nella probabile agenda futura del network) e, insieme alle solutions degli altri studenti, come ragione per cui il network dovrebbe incoraggiare in ogni modo un ruolo attivo dei giovani. Ringrazio però anche Simone Libralato, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale, con cui ho avuto un costruttivo confronto e che si è messo a disposizione dei miei dubbi e delle mie riflessioni con la sua esperienza, certamente maggiore di quella del sottoscritto.

Di seguito, l’abstract (in inglese) del documento, intitolato ‘Changing perspectives in the Common Fisheries Policy: science-based ideas to restore Mediterranean Fisheres‘. Per leggerlo tutto, cliccate sul link al pdf che trovate in fondo alla pagina.

ABSTRACT

Schermata 2013-07-09 alle 11.29.19
Fig. 1: Capture fisheries production in the Mediterranean for different species of fish. Source: FAO, SOFIA 2012, p.55

In an European context in which the European Union imports fish and fishery products worth US$26.5 billion from suppliers outside its borders (over US$23.7 billion in 2010, which represented in turn an increase of 11 percent from 2009¹), making the European Union itself the largest market in the world, with about 26 percent of world imports¹ (excluding intra-European Union trade), while at the same time the status of Mediterranean assessed fish stocks (on which the reports are ‘sporadic and irregularly updated’, according to European Environment Agency) is considered to be outside safe biological limits for 50 % to 78%, of them, with the Adriatic Sea being in the worst condition², there is urgent need to revise current European policies with regard to the sustainable management of Mediterranean fisheries (since 2007, catches in the Mediterranean and Black Sea have declined by 15%³), with a special attention to be paid to the current subsidies system, the definition and allocation of fishing quotas and measure’s implementation. In general, this presentation suggests the need for science-based policies to be adopted by the European Union, refusing ‘socio- economic constraints’ claims as a way to delay action on fisheries, as well as the necessity of developing more effective enforcement methods in the field, and calls for a stronger cooperation between EU and other Mediterranean countries.

  • Leggi il documento qui (pdf) 
  • Consulta le slides qui

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¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.72)
² EEA, The European Environment State and Outlook 2010. Marine and Coastal Environment (p.35)
³ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.21)

Se la pesca è un circolo vizioso

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Ieri, come avrete probabilmente avuto modo di sapere, il Parlamento Europeo ha votato a favore del progetto di riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) presentato dalla deputata tedesca Ulrike Rodust, compiendo di fatto un passo decisivo verso l’approvazione finale della nuova strategia comunitaria che dovrà essere sancita dalla Commissione e dai Ministri dell’Unione competenti. Entusiasmo nei confronti di questo evidente cambio di rotta è stato espresso da tutti i maggiori gruppi ambientalisti, e si è parlato molto del voto dell’assemblea come di un voto teso a ‘porre fine’ per sempre al problema del sovrasfruttamento dei nostri mari e delle riserve ittiche del continente (ma non solo). Insomma, è tutto oro quel che luccica? La mia risposta è, s’intuisce, negativa.

Non fraintendetemi: da un lato, la soddisfazione dovuta all’avvenuta presa di coscienza -politica- della gravità della questione è innegabile. Dall’altro, è però vero che questo progetto rischia di trasformarsi (come purtroppo spesso accade) in un manifesto programmatico e mediatico, piuttosto che in un piano d’azione realmente efficace: ed il problema, a mio avviso, risiede nel fatto che le vere ragioni del declino di una risorsa fondamentale, quale è appunto il pesce, non sono state minimamente prese in considerazione dai legislatori (evidentemente, per motivi di opportunità).

Mi riferisco, in particolare, alla necessità che il tema dell’overfishing venga affrontato in una differente prospettiva, rispetto a quella fishing-discard-eu-haddoc-007assunta fino ad adesso quale pietra angolare della riforma. In un contesto in cui il 75% degli stocks ittici risultano ‘ufficialmente’ soggetti a sfruttamento eccessivo, con numerosi esempi di specie ormai vicine al collasso biologico, e lo sforzo di pesca che le flotte dei singoli paesi possono esercitare cresce di anno in anno, non è infatti possibile -in buona fede- mettere in campo una strategia che si proponga di “ristabilire le riserve” e contemporaneamente di “aumentare i posti di lavoro nel settore”. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno sì di pari passo, ma non possono essere affrontate nello stesso tempo e con le stesse misure, perché ad essere in gioco non è tanto la sopravvivenza delle comunità costiere in quanto tali, ma piuttosto la sorte di interi ecosistemi che per decenni hanno assistito ad un saccheggio indiscriminato, sospinto a sua volta da uno sviluppo drogato: o si pensa, subito e con decisione, di proteggere (anche con moratorie sulle catture) le specie più a rischio e di modificare il modus operandi dell’industria ittica, evitando di scendere a compromessi e di portare avanti il solito lavoro ‘lessicale’ di interpretazione delle norme, o di fatto poco potrà cambiare.

Un esempio per tutti: il progetto di riforma si propone di abbandonare il meccanismo delle quote (TAC), ovvero di quel sistema per cui, tenendo conto delle informazioni scientifiche sulla salute delle riserve e dei dati relativi alle catture degli anni precedenti, viene EU Fish 1concesso ad ogni paese un tetto massimo sul prelievo di pesce, in favore del criterio del Maximum Sustainable Yield, e cioè del massimo rendimento che uno stock può fornire senza che venga intaccato il suo tasso di riproduzione. Ora, come possono capire anche i neofiti, se davvero si fosse tenuto conto, anche in passato, delle reali condizioni di ogni specie, i due concetti sarebbero stati assolutamente sovrapponibili; invece, ciò che è avvenuto è stata una corsa all’innalzamento delle quote, basata su tutto meno che sui rilievi puntuali degli scienziati (i quali ormai da tempo gridano al rischio ‘crisi irreversibile’), ed adagiata in particolare sulle pressioni che le lobby dell’industria (soprattutto spagnole, portoghesi, britanniche e francesi) hanno sempre esercitato sui policymakers di Strasburgo. Di conseguenza, due sono i possibili pericoli insiti nella nuova proposta: da una parte, la possibilità che anche il criterio del MSY venga sostanzialmente aggirato perché, appunto, definito sulla base di assessments non corrispondenti ai livelli ‘ottimali’ e troppo ‘generosi’; dall’altra, la crescente inadeguatezza, ormai sottolineata da moltissimi studiosi, della nozione stessa di ‘massimo prelievo sostenibile’, la quale non tiene in conto la taglia e l’età degli animali pescati e neppure lo stato -più o meno critico- dello stock.

In altre parole, il MSY ci può dire quanto si debba catturare per evitare un ulteriore declino, ma non ci può dire quanto si debba catturare per favorire il ristabilimento di uno stock prossimo al collasso: è evidente, allora, che continuare a pescare una specie in modo ‘sostenibile’ può voler in effetti dire continuare ad impedirne il ritorno a livelli ‘di sicurezza’, perché è noto che più un gruppo di individui è minacciato, più sarà difficile che esso mantenga un tasso di riproduzione sufficiente ad evitare il rischio estinzione. Insomma, anche ammesso che l’UE riesca a dotarsi di un sistema di catalogazione eraccolta di dati scientifici (che ad oggi non possiede) e che i controlli sul rispetto delle catture siano rigorosi (il che -è risaputo- spesso non avviene), poco potrà il cambiamento di politica nei confronti di quelle riserve ittiche che oggi sono già così in pericolo da dover richiedere una moratoria totale.

Per tacere di altri aspetti della riforma, tra cui la stessa messa al bando della prassi delle ‘discards‘, consistente nel rigettare in mare le prede accidentali e quelle eccedenti la quota assegnata -altro regalo della vecchia, devastante PCP-, che rischia di scontrarsi con la poca chiarezza (allo stato attuale) della norma, risolvendosi in una statuizione di principio che poco influenzerà i comportamenti concreti dei pescatori (portati comunque a ‘disfarsi’ delle specie prive di valore commerciale), il nodo centrale è peraltro quello dei sussidi pubblici all’industria ittica.

Non si può, infatti, non ricordare che la pesca ha risentito per anni di una crescita ‘drogata’ dai finanziamenti europei, i quali Voting in EU Parliament in Strasbourg for  protection and conservation of fishery resourceshanno consentito ai singoli paesi il mantenimento di flotte sproporzionate rispetto al prelievo massimo che il mare poteva sopportare, ignorato l’emergere di una industria sempre più tecnologica e meccanizzata che ha potuto così aumentare di giorno in giorno lo sforzo di pesca e -grazie alla documentata assenza di controlli dei legislatori nazionali- supportato indirettamente l’illegalità (rappresentata da quei pescatori che hanno intascato il denaro destinato alla sostituzione delle vecchie reti da pesca -troppo poco selettive- ed all’adeguamento delle proprie imbarcazioni -con abbandono delle pratiche più distruttive-, senza poi fare alcunché per allinearsi alla disciplina europea, ed anzi inscenando continue proteste sulle taglie minime consentite e sulle quote di cattura). In quest’ottica, affermare che uno dei principali obiettivi della nuova PCP debba essere quello dell’aumento dei posti di lavoro suona quantomeno sinistro: se dal 2002 il tasso di occupazione nel settore ‘estrattivo’ è calato del 31%, il prelievo ha continuato nello stesso periodo ad essere eccessivamente sostenuto, e se adesso il declino nelle catture -oltre ad indicare la crisi degli stocks- ha avuto come conseguenza quella di ridurre ulteriormente il numero di pescatori, di certo la colpa non è dei pesci pescati, ma della totale dissennatezza con cui questa razzia è stata condotta. Senza una politica di lungo respiro che miri innanzitutto a ricostituire questa risorsa naturale di primaria importanza ecologica, oltre che economica, è inutile anche solo pensare di supportare una crescita dell’occupazione, ed a mio parere i tagli troppi timidi (e, tra l’altro, ancora lontani da venire) alle catture consentite non vanno certo nella direzione giusta.

Il problema della pesca nell’Unione Europea (e, per estensione, in tutto il mondo), in definitiva, non si può risolvere meramente ‘aggiornando’ la disciplina legislativa di riferimento, cambiando i requisiti per l’erogazione dei sussidi e fissando quote più basse, ma vafish invece affrontato modificando radicalmente il circolo vizioso di domanda, offerta (e relativo spreco), capacità di cattura, denaro che lo caratterizza. In primo luogo, perché anche le TAC, nonostante siano sempre state molto alte, sono state puntualmente e continuamente disattese dall’industria (senza considerare, tra l’altro la soglia di ‘unreported catches’), grazie soprattutto alla natura stessa del settore che rende praticamente impossibile un controllo capillare sul rispetto delle regole; in secondo luogo, perché il consumo di prodotti ittici continua a registrare livelli record nella società europea,trainando il mercato (e le importazioni) ed incoraggiando un crescente sforzo di pesca; in terzo luogo, perché non è possibile ignorare la basilare verità per cui l’avanzamento tecnologico consente a sempre più pescatori di prendere sempre più pesce; infine, perché lo scontro tra risorse naturali e leggi di mercato è per definizione uno scontro impari, e non può essere compreso a fondo se non, appunto, ‘cambiando prospettiva’.

PS: non ho parlato dell’impatto che le flotte europee hanno sugli stocks di paesi terzi o su quelli presenti in acque internazionali. Si tratta -purtroppo- di un’altra storia.