Riformare i sussidi europei alla pesca

Manca poco più di un mese al 22 ottobre, data (ancora indicativa) in cui il Parlamento Europeo si riunirà in seduta plenaria per esaminare in prima lettura la proposta di regolamento relativa alla sostituzione dell’attuale Fondo Europeo per la Pescaimage-upload (FEP), lo strumento (che rientra nel più generale quadro normativo conosciuto come Politica Comune della Pesca) con cui l’Unione disciplina l’allocazione dei sussidi comunitari all’industria ittica. Il nuovo Fondo Europeo per gli Affari Marittimi e la Pesca (FEAMP), destinato a succedere al FEP attraverso la procedura legislativa ordinaria della UE, è stato peraltro già oggetto di svariati dibattiti, sia in sede di negoziato tra Consiglio e Parlamento che all’interno della Commissione per la Pesca di quest’ultimo. Prendendo le mosse dall’intervento che ho tenuto durante la conferenza internazionale di lancio del network MED Solutions, svoltasi presso la Certosa di Pontignano nel luglio scorso (vedi qui), intendo sottolineare le criticità principali della proposta di riforma, che pure si propone di compiere dei sostanziosi passi avanti rispetto ad una situazione ancora disastrosa degli stocks ittici europei (ed in particolare, di quelli del mar Mediterraneo) ed a porre rimedio al problema di una ancora insufficiente riduzione della capacità di pesca della flotta comunitaria, come noto sproporzionata rispetto agli stocks medesimi. Sia detto en passant, il seguente post non prende in considerazione il regolamento sulla riforma della Politica Comune della Pesca, che pure presenta numerosi profili di interesse, e si concentra invece sulla questione dei sussidi comunitari.

Introduzione: lo stato degli stocks del Mediterraneo

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Totale delle catture nel mar Mediterraneo e nel mar Nero, 1970-2012 ca. Fonte: FAO

Negli ultimi decenni, il Mar Mediterraneo ha visto le sue risorse ittiche assottigliarsi ad un ritmo spaventoso. Secondo la FAO, le catture in quest’area sono diminuite del 15% dal 20071, mentre durante lo stesso periodo l’Europa nel suo complesso ha assistito ad una crescita esponenziale della domanda di prodotti ittici, con un deficit tra importazioni ed esportazioni che, nel 2010, ammontava a 10 miliardi di dollari2 (l’anno successivo, il 62% del pesce consumato dagli europei proveniva da paesi terzi3). Secondo la Commissione Europea, l’82% degli stocks del Mediterraneo sono sovra-sfruttati (le stime dell’Agenzia Europea per l’Ambiente parlano di un 50-78% di stocks ‘fuori dai limiti biologici di sicurezza’4), mentre per la FAO il 50% sono sovra-sfruttati ed il 33% sfruttati completamente5. Con riferimento alla singole specie, tutte le riserve di merluzzo europeo (Merluccius merluccius) e di triglia di fango (Mullus barbatus) sono considerate sovra-sfruttate nell’ultimo report SOFIA 20126, mentre i principali stocks di piccolo pesce pelagico (sardine e acciughe) vengono definite alternativamente come sovra-sfruttati o sfruttati completamente.

I sussidi comunitari al settore ittico nell’Asse 1 del FEP e in futuro

La Politica Comune della Pesca dell’Unione Europea e lo Strumento Finanziario di Orientamento della Pesca (SFOP), in vigore dal 1994 al 2006, sono stati in passato oggetto di critiche per quello che la Commissione stessa identificava come “un conflitto tra priorità nel finanziamento, come il supporto per la riduzione dello sforzo di pesca e della capacità da un lato, e l’aiuto alla modernizzazione e al rinnovo dei vecchi segmenti della flotta europea dall’altro”7. Con l’introduzione del Fondo Europeo per la Pesca (FEP), che elenca tra i suoi obiettivi principali (il cosiddetto Asse 1) il supporto al bilanciamento tra capacità di pesca della flotta europea e risorse ittiche disponibili, l’Unione Europea ha provato a cambiare strada, ma nel Quinto Rapporto Annuale sull’implementazione del FEP, pubblicato nel 2011, la Commissione ha sottolineato gli insuccessi nell’implementazione delle misure, come nel caso dell’aiuto finanziario per la cessazione permanente o temporanea delle attività di pesca:

 “le valutazioni successive del FEP e del suo predecessore (SFOP) hanno evidenziato un problema ricorrente nel modo in cui la cessazione permanente dell’attività è usata nella pratica. Essa è incoraggiata non tanto dal bisogno di adattare la flotta alle risorse disponibili, ma dalle difficoltà economiche delle flotte, indipendentemente dalla situazione degli stocks. Il requisito, previsto dal FEP, di elaborare piani di bilanciamento dello sforzo di pesca prima di cessare l’attività non ha risolto il problema. Al contrario, in alcuni di tali piani la cessazione permanente è esplicitamente presentata come uno strumento per compensare la riduzione delle opportunità di pesca e migliorare le prospettive economiche dei pescherecci rimanenti. Di conseguenza, la cessazione permanente è spesso utilizzata non da quei pescherecci che esercitano la pressione maggiore sugli stocks, ma da quelli con le peggiori prospettive finanziarie, fatto questo che limita l’efficacia del bilanciamento generato.”8

Secondo la Corte Europea degli Auditori (ECA), nonostante il supporto per la dismissione dei pescherecci, si stima che l’effettiva capacità di pesca della flotta europea nel periodo 1992-2008, “se si considera l’impatto dell’innovazione tecnologica, sia aumentata del 14%9. La stessa Commissione Europea ha descritto la capacità di pesca dell’Unione come ancora “troppo alta”10.

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Trend del numero di pescherecci UE dal 1992 al 2007, sotto differenti regimi di controllo della capacità di pesca. Nonostante la riduzione sia evidente, si stima che l’innovazione tecnologica abbia di fatto annullato l’efficacia di queste misure. Fonte: EEA

Il pacchetto di riforme oggetto di discussione da parte delle istituzioni europee intende ridurre ulteriormente o eliminare i sussidi che aumentano la capacità di pesca (ad es., aiuti per l’acquisto di carburante e per la modernizzazione delle navi), inserendo nel nuovo FEAMP una previsione espressa di esclusione per (a) operazioni che aumentano la capacità di pesca dei pescherecci, (b) costruzione di nuovi pescherecci, decommissioning o importazione di pescherecci; (c) cessazione temporanea delle attività di pesca”.

Nelle parole di T. Markus, “laddove i sussidi aumentano o mantengono una capacità eccessiva, il denaro pubblico sta fondamentalmente finanziando le inefficienze del settore ittico e danneggiando l’ambiente marino”11; ciò rende una riforma della PCP e dei fondi europei necessaria ed urgente, ma suggerisce anche il bisogno di un enforcement efficace e di un controllo capillare sul rispetto delle misure adottate.

Cosa fare?

1. Riservare il supporto alla piccola pesca

Per rompere il circolo vizioso tra richiesta crescente di prodotti ittici, sovra-sfruttamento e depressione delle comunità Schermata 2013-09-13 alle 16.31.16costiere (l’occupazione nel settore ittico è diminuita del 31% dal 2002, non per la modestissima riduzione delle flotte ma piuttosto per lo sviluppo tecnologico, il declino delle riserve e la diminuzione dei prezzi causata dalla domanda di mercato), la Politica Comune della Pesca deve essere radicalmente ripensata: invece di proporre alcune misure specifiche ed un livello di sussidi più alto per la piccola pesca (mi riferisco qui ai drafts preliminari del regolamento FEAMP che sarà discusso in Parlamento), i legislatori comunitari dovrebbero guardare all’obiettivo di una riduzione graduale di tutti i sussidi ai grandi pescherecci e di una destinazione degli stessi alla prima categoria, come mezzo di tutela dei piccoli pescatori e delle comunità costiere. In particolare, i sussidi all’innovazione tecnologica dovrebbero essere consentiti soltanto a questi ultimi e soggetti al più severo controllo; inoltre, all’interno del concetto di ‘innovazione tecnologica consentita’ i policymakers non dovrebbero includere aiuti per l’efficienza energetica dei motori, che rischierebbero di trasformarsi in sussidi che aumentano la capacità di pesca, e permettere solo investimenti su sicurezza, selettività delle reti e degli strumenti, igiene e meccanismi di controllo.  Un incentivo finanziario sull’efficienza energetica potrebbe essere ancora supportato soltanto se unito ad un parallelo investimento sulla riduzione della capacità di pesca. Non dovrebbe infatti essere dimenticato che, come sottolineato dalla Corte Europea degli Auditori, pescherecci con motori efficienti hanno comunque un incentivo ad aumentare il loro sforzo di pesca, per esempio rimanendo più ore in mare.12

2. Controllo sui sussidi al carburante

I sussidi al carburante sembrano essere esclusioni dalle previsioni dell’art.27 della proposta di regolamento FEAMP, che stabilisce che “i costi di funzionamento non possono essere oggetto di sussidio se non dove espressamente previsto”. Tuttavia, si dovrà evitare che, negli investimenti sull’ efficienza energetica, gli Stati Membri siano tentati di includere misure che potrebbero essere incentivi per il carburante ‘mascherati’.

3. Fondi per i servizi di consulenza

Secondo l’art.29 della proposta della Commissione, sono possibili finanziamenti per studi di fattibilità riguardanti i progetti oggetto di sussidi europei oppure per servizi professionali di consulenza e di definizione di strategie di mercato. Questi fondi dovrebbero essere sostituiti da un servizio di consulenza più ampio, che riguardi i potenziali impatti ambientali e socio-economici a lungo termine dei progetti elaborati dai pescatori e dalle organizzazioni di pescatori, oppure utilizzati per aumentare il supporto già allocato per la creazione di partnerships tra pescatori e scienziati (art.30).

4.  Porti, siti di sbarco e rifugi

Il supporto per l’innovazione, l’efficienza energetica, la protezione ambientale attraverso l’investimento in infrastrutture portuali (art.41) dovrebbe essere oggetto di un controllo capillare per evitare l’elargizione di sussidi ad operazioni non coerenti con gli obiettivi summenzionati, rischio che con riguardo alle opere marittime  è purtroppo sempre presente.

5. Acquacoltura

Il supporto all’acquacoltura sembra fuori posto nella riforma della Politica Comune della Pesca; essa rappresenta infatti il Schermata 2013-09-13 alle 16.32.19settore dell’industria ittica a crescita più rapida, il che rende la previsione di sussidi per l’acquacoltura off-shore controproducente e non economica. Inoltre, il Capitolo II della proposta di regolamento FEAMP sembra, nella sua interezza, estremamente sbilanciata con riferimento al supporto per l’acquacoltura sostenibile; in particolare, non fa menzione alcune del potenziale impatto dell’acquacoltura off-shore sugli stocks ittici selvatici, e nessuna distinzione tra l’allevamento di specie carnivore e non-carnivore. Le previsioni del FEAMP riguardo all’acquacoltura dovrebbero escludere esplicitamente i sussidi per le pratiche del primo tipo, ed investire nel controllo dei siti già esistenti. Ancora, il fondo dovrebbe eliminare gli aiuti per l’acquisto di farmaci veterinari e non dovrebbe coprire le perdite derivanti dalla diffusione di malattie tra gli animali allevati quando queste sono dipendenti da una gestione non sostenibile dei siti. Infine, dovrebbe chiaramente escludere il supporto, e probabilmente addirittura scoraggiare, pratiche quali l’allevamento di salmone e l’ingrasso in gabbia di tonni selvatici , che presentano il costo ambientale più alto tra tutte le attività di acquacoltura.

In generale, i sussidi FEAMP all’acquacoltura dovrebbero essere interamente ripensati, specialmente perché le Strategic Guidelines proposte dalla Commissione non affrontano le criticità che ho sottolineato. Desterebbe grande preoccupazione l’adozione di un simile meccanismo di sussidio in mancanza di regole appropriate e, soprattutto, il supporto europeo per maggiore una qualità ambientale dell’acquacoltura non dovrebbe essere perseguito su base volontaria, attraverso l’incentivo economico, ma piuttosto essere reso oggetto di una obbligazione di protezione ambientale gravante sui produttori.

Una postilla

Dopo il mio intervento di Luglio, da cui, ripeto, è tratto questo post, è cambiato qualcosa: il 25 luglio, durante una riunione della Commissione per la Pesca del Parlamento Europeo, i legislatori comunitari hanno apportato alcune modifiche alla proposta, ri-ammettendo i sussidi per le seguenti operazioni:

  • Il rinnovo della flotta teso a rimpiazzare pescherecci che hanno più di 35 anni (con obbligo di ridurre contestualmente la capacità del 40%, secondo il relatore Alain Cadec)
  • Sostituzione dei motori per tutti i pescherecci (e non solo per la piccola pesca, con lo stesso obbligo di cui sopra, sempre secondo Alain Cadec).
  • Trasferimento di proprietà di un’impresa
  • Cessazione temporanea delle capacità di pesca

Come si può intuire dall’esempio appena riportato, il risultato dell’esame di ottobre appare tutt’altro che scontato (per tacere delle questioni ‘quote di cattura’ e ‘discards’, sulle quali mi riprometto di tornare a breve).

PS: per chi volesse leggersi l’intera presentazione (in inglese), questo è il link.

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1 Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.21)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.76)
AIPCE–CEP, Fin Fish Study 2012
European Environment Agency, The European Environment State and Outlook 2010. Marine and Coastal Environment (p.35)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.59)
Food and Agriculture Organization, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.59)
European Commission, The Common Fisheries’ Policy – A user’s guide (2008)
European Commission, Fifth annual report on implementation of the European Fisheries Fund (2011), COM(2012)747
ECA, Special Report of December 2011 on how EU measures have contributed to adapting the capacity of the EU fishing fleet
10 European Commission, Report to the European Parliament and the Council on Member States’ efforts during 2011 to achieve a sustainable balance between fishing capacity and fishing opportunities
11 T.Markus,Towards sustainable fisheries subsidies: Entering a new round of reform under the Common Fisheries Policy – Marine Policy 34 (2010)
12 European Court of Auditors, Special Report n°12/2011

Changing Perspectives in the Common Fisheries Policy

Come già scritto più volte sulle pagine di Greening USiena, ho avuto l’onore ed il privilegio di partecipare in prima persona all’organizzazione della conferenza Sustainable Development Solutions for the Mediterranean Region. Inoltre, mi è stata offerta 1045167_408455782597412_311734913_nla possibilità di moderare una specifica sessione dell’evento, dedicata alla presentazione dei progetti degli studenti selezionati dal network MED Solutions (trovate qui e qui le relative slides), ma soprattutto di intervenire con un mio lavoro in quella sede.  Premettendo che si tratta di un prezioso riconoscimento all’attività che Greening USiena svolge, ormai da diversi mesi, nel contesto dell’Università degli Studi di Siena, sono felice di condividere con voi il contenuto dell’intervento, incentrato sulla necessità di una profonda riforma delle politiche della pesca nel Mediterraneo al fine di garantire uno sfruttamento sostenibile delle risorse ittiche dello stesso ed evitare l’impatto del declino degli stocks sulle comunità costiere dipendenti da questa attività. Ovviamente, un ringraziamento particolare va a Jeffrey Sachs per aver citato durante la conferenza la mia presentazione come esempio degli obiettivi da portare avanti tramite MED Solutions (al punto da inserire il tema nella probabile agenda futura del network) e, insieme alle solutions degli altri studenti, come ragione per cui il network dovrebbe incoraggiare in ogni modo un ruolo attivo dei giovani. Ringrazio però anche Simone Libralato, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e Geofisica Sperimentale, con cui ho avuto un costruttivo confronto e che si è messo a disposizione dei miei dubbi e delle mie riflessioni con la sua esperienza, certamente maggiore di quella del sottoscritto.

Di seguito, l’abstract (in inglese) del documento, intitolato ‘Changing perspectives in the Common Fisheries Policy: science-based ideas to restore Mediterranean Fisheres‘. Per leggerlo tutto, cliccate sul link al pdf che trovate in fondo alla pagina.

ABSTRACT

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Fig. 1: Capture fisheries production in the Mediterranean for different species of fish. Source: FAO, SOFIA 2012, p.55

In an European context in which the European Union imports fish and fishery products worth US$26.5 billion from suppliers outside its borders (over US$23.7 billion in 2010, which represented in turn an increase of 11 percent from 2009¹), making the European Union itself the largest market in the world, with about 26 percent of world imports¹ (excluding intra-European Union trade), while at the same time the status of Mediterranean assessed fish stocks (on which the reports are ‘sporadic and irregularly updated’, according to European Environment Agency) is considered to be outside safe biological limits for 50 % to 78%, of them, with the Adriatic Sea being in the worst condition², there is urgent need to revise current European policies with regard to the sustainable management of Mediterranean fisheries (since 2007, catches in the Mediterranean and Black Sea have declined by 15%³), with a special attention to be paid to the current subsidies system, the definition and allocation of fishing quotas and measure’s implementation. In general, this presentation suggests the need for science-based policies to be adopted by the European Union, refusing ‘socio- economic constraints’ claims as a way to delay action on fisheries, as well as the necessity of developing more effective enforcement methods in the field, and calls for a stronger cooperation between EU and other Mediterranean countries.

  • Leggi il documento qui (pdf) 
  • Consulta le slides qui

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¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.72)
² EEA, The European Environment State and Outlook 2010. Marine and Coastal Environment (p.35)
³ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture 2012 (p.21)

Se la pesca è un circolo vizioso

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Ieri, come avrete probabilmente avuto modo di sapere, il Parlamento Europeo ha votato a favore del progetto di riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) presentato dalla deputata tedesca Ulrike Rodust, compiendo di fatto un passo decisivo verso l’approvazione finale della nuova strategia comunitaria che dovrà essere sancita dalla Commissione e dai Ministri dell’Unione competenti. Entusiasmo nei confronti di questo evidente cambio di rotta è stato espresso da tutti i maggiori gruppi ambientalisti, e si è parlato molto del voto dell’assemblea come di un voto teso a ‘porre fine’ per sempre al problema del sovrasfruttamento dei nostri mari e delle riserve ittiche del continente (ma non solo). Insomma, è tutto oro quel che luccica? La mia risposta è, s’intuisce, negativa.

Non fraintendetemi: da un lato, la soddisfazione dovuta all’avvenuta presa di coscienza -politica- della gravità della questione è innegabile. Dall’altro, è però vero che questo progetto rischia di trasformarsi (come purtroppo spesso accade) in un manifesto programmatico e mediatico, piuttosto che in un piano d’azione realmente efficace: ed il problema, a mio avviso, risiede nel fatto che le vere ragioni del declino di una risorsa fondamentale, quale è appunto il pesce, non sono state minimamente prese in considerazione dai legislatori (evidentemente, per motivi di opportunità).

Mi riferisco, in particolare, alla necessità che il tema dell’overfishing venga affrontato in una differente prospettiva, rispetto a quella fishing-discard-eu-haddoc-007assunta fino ad adesso quale pietra angolare della riforma. In un contesto in cui il 75% degli stocks ittici risultano ‘ufficialmente’ soggetti a sfruttamento eccessivo, con numerosi esempi di specie ormai vicine al collasso biologico, e lo sforzo di pesca che le flotte dei singoli paesi possono esercitare cresce di anno in anno, non è infatti possibile -in buona fede- mettere in campo una strategia che si proponga di “ristabilire le riserve” e contemporaneamente di “aumentare i posti di lavoro nel settore”. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno sì di pari passo, ma non possono essere affrontate nello stesso tempo e con le stesse misure, perché ad essere in gioco non è tanto la sopravvivenza delle comunità costiere in quanto tali, ma piuttosto la sorte di interi ecosistemi che per decenni hanno assistito ad un saccheggio indiscriminato, sospinto a sua volta da uno sviluppo drogato: o si pensa, subito e con decisione, di proteggere (anche con moratorie sulle catture) le specie più a rischio e di modificare il modus operandi dell’industria ittica, evitando di scendere a compromessi e di portare avanti il solito lavoro ‘lessicale’ di interpretazione delle norme, o di fatto poco potrà cambiare.

Un esempio per tutti: il progetto di riforma si propone di abbandonare il meccanismo delle quote (TAC), ovvero di quel sistema per cui, tenendo conto delle informazioni scientifiche sulla salute delle riserve e dei dati relativi alle catture degli anni precedenti, viene EU Fish 1concesso ad ogni paese un tetto massimo sul prelievo di pesce, in favore del criterio del Maximum Sustainable Yield, e cioè del massimo rendimento che uno stock può fornire senza che venga intaccato il suo tasso di riproduzione. Ora, come possono capire anche i neofiti, se davvero si fosse tenuto conto, anche in passato, delle reali condizioni di ogni specie, i due concetti sarebbero stati assolutamente sovrapponibili; invece, ciò che è avvenuto è stata una corsa all’innalzamento delle quote, basata su tutto meno che sui rilievi puntuali degli scienziati (i quali ormai da tempo gridano al rischio ‘crisi irreversibile’), ed adagiata in particolare sulle pressioni che le lobby dell’industria (soprattutto spagnole, portoghesi, britanniche e francesi) hanno sempre esercitato sui policymakers di Strasburgo. Di conseguenza, due sono i possibili pericoli insiti nella nuova proposta: da una parte, la possibilità che anche il criterio del MSY venga sostanzialmente aggirato perché, appunto, definito sulla base di assessments non corrispondenti ai livelli ‘ottimali’ e troppo ‘generosi’; dall’altra, la crescente inadeguatezza, ormai sottolineata da moltissimi studiosi, della nozione stessa di ‘massimo prelievo sostenibile’, la quale non tiene in conto la taglia e l’età degli animali pescati e neppure lo stato -più o meno critico- dello stock.

In altre parole, il MSY ci può dire quanto si debba catturare per evitare un ulteriore declino, ma non ci può dire quanto si debba catturare per favorire il ristabilimento di uno stock prossimo al collasso: è evidente, allora, che continuare a pescare una specie in modo ‘sostenibile’ può voler in effetti dire continuare ad impedirne il ritorno a livelli ‘di sicurezza’, perché è noto che più un gruppo di individui è minacciato, più sarà difficile che esso mantenga un tasso di riproduzione sufficiente ad evitare il rischio estinzione. Insomma, anche ammesso che l’UE riesca a dotarsi di un sistema di catalogazione eraccolta di dati scientifici (che ad oggi non possiede) e che i controlli sul rispetto delle catture siano rigorosi (il che -è risaputo- spesso non avviene), poco potrà il cambiamento di politica nei confronti di quelle riserve ittiche che oggi sono già così in pericolo da dover richiedere una moratoria totale.

Per tacere di altri aspetti della riforma, tra cui la stessa messa al bando della prassi delle ‘discards‘, consistente nel rigettare in mare le prede accidentali e quelle eccedenti la quota assegnata -altro regalo della vecchia, devastante PCP-, che rischia di scontrarsi con la poca chiarezza (allo stato attuale) della norma, risolvendosi in una statuizione di principio che poco influenzerà i comportamenti concreti dei pescatori (portati comunque a ‘disfarsi’ delle specie prive di valore commerciale), il nodo centrale è peraltro quello dei sussidi pubblici all’industria ittica.

Non si può, infatti, non ricordare che la pesca ha risentito per anni di una crescita ‘drogata’ dai finanziamenti europei, i quali Voting in EU Parliament in Strasbourg for  protection and conservation of fishery resourceshanno consentito ai singoli paesi il mantenimento di flotte sproporzionate rispetto al prelievo massimo che il mare poteva sopportare, ignorato l’emergere di una industria sempre più tecnologica e meccanizzata che ha potuto così aumentare di giorno in giorno lo sforzo di pesca e -grazie alla documentata assenza di controlli dei legislatori nazionali- supportato indirettamente l’illegalità (rappresentata da quei pescatori che hanno intascato il denaro destinato alla sostituzione delle vecchie reti da pesca -troppo poco selettive- ed all’adeguamento delle proprie imbarcazioni -con abbandono delle pratiche più distruttive-, senza poi fare alcunché per allinearsi alla disciplina europea, ed anzi inscenando continue proteste sulle taglie minime consentite e sulle quote di cattura). In quest’ottica, affermare che uno dei principali obiettivi della nuova PCP debba essere quello dell’aumento dei posti di lavoro suona quantomeno sinistro: se dal 2002 il tasso di occupazione nel settore ‘estrattivo’ è calato del 31%, il prelievo ha continuato nello stesso periodo ad essere eccessivamente sostenuto, e se adesso il declino nelle catture -oltre ad indicare la crisi degli stocks- ha avuto come conseguenza quella di ridurre ulteriormente il numero di pescatori, di certo la colpa non è dei pesci pescati, ma della totale dissennatezza con cui questa razzia è stata condotta. Senza una politica di lungo respiro che miri innanzitutto a ricostituire questa risorsa naturale di primaria importanza ecologica, oltre che economica, è inutile anche solo pensare di supportare una crescita dell’occupazione, ed a mio parere i tagli troppi timidi (e, tra l’altro, ancora lontani da venire) alle catture consentite non vanno certo nella direzione giusta.

Il problema della pesca nell’Unione Europea (e, per estensione, in tutto il mondo), in definitiva, non si può risolvere meramente ‘aggiornando’ la disciplina legislativa di riferimento, cambiando i requisiti per l’erogazione dei sussidi e fissando quote più basse, ma vafish invece affrontato modificando radicalmente il circolo vizioso di domanda, offerta (e relativo spreco), capacità di cattura, denaro che lo caratterizza. In primo luogo, perché anche le TAC, nonostante siano sempre state molto alte, sono state puntualmente e continuamente disattese dall’industria (senza considerare, tra l’altro la soglia di ‘unreported catches’), grazie soprattutto alla natura stessa del settore che rende praticamente impossibile un controllo capillare sul rispetto delle regole; in secondo luogo, perché il consumo di prodotti ittici continua a registrare livelli record nella società europea,trainando il mercato (e le importazioni) ed incoraggiando un crescente sforzo di pesca; in terzo luogo, perché non è possibile ignorare la basilare verità per cui l’avanzamento tecnologico consente a sempre più pescatori di prendere sempre più pesce; infine, perché lo scontro tra risorse naturali e leggi di mercato è per definizione uno scontro impari, e non può essere compreso a fondo se non, appunto, ‘cambiando prospettiva’.

PS: non ho parlato dell’impatto che le flotte europee hanno sugli stocks di paesi terzi o su quelli presenti in acque internazionali. Si tratta -purtroppo- di un’altra storia.

Intervista a Daniel Pauly (Parte II)

Ieri ho pubblicato su One Daily Activist la prima parte del mio dialogo con il professor Daniel Pauly. Qui sotto trovate la seconda metà dell’intervista, nonchè documenti utili per quanti volessero approfondire la materia. Per concludere, devo riconoscere che mi è stata concessa una grande opportunità di confronto; la possibilità di avere a che fare con una delle persone più stimate nel panorama dell’ecologia mondiale è stata per me profonda fonte di ispirazione, così come spero rappresenti un momento di riflessione e  un incentivo all’azione anche per tutti i visitatori. Buona lettura!

Mr.Pauly, Lei si è speso in maniera decisa affinchè fosse riconosciuto che la creazione di riserve marine rappresenta l’unica via efficiente per consentire alle specie ittiche di ripopolare i mari ed evitare il loro declino. Se la loro estensione è ancora limitata nelle nazioni sviluppate, cosa può essere fatto per promuovere la loro creazione nei paesi poveri? Come affrontare il problema delle specie migratorie?

Gli attuali target globali di protezione dell’ambiente marino mirano a salvaguardare il 10/30% degli habitat di acqua salata entro i prossimi 3-5 anni. Tuttavia, questi obiettivi sono stati adottati senza una preventiva analisi in merito alla loro effettiva realizzabilità, e soprattutto senza una anteriore conoscenza dei dati sulle aree protette. Sono stato io, insieme ad altri colleghi, a presentare per primo un accertamento globale sullo stato delle MPAs, nonché ad affermare che il ritmo della loro creazione stava andando troppo a rilento per fare la differenza. I nostri studi hanno confermato le preoccupazioni circa la rilevanza e l’utilità di obiettivi globali di conservazione, ma al tempo stesso hanno evidenziato il bisogno di un immediato e rapido aumento nell’estensione delle aree protette. La loro distribuzione è ineguale, e solo la metà di esse fa parte di un network coerentemente integrato. Per migliorare questa situazione, dobbiamo lavorare su più livelli. Per salvaguardare le specie stanziali, è necessario predisporre un numero maggiore di aree di piccole dimensioni: infatti, una MPA di grosse dimensioni è inutile se creata senza l’applicazione sistematica di moderni strumenti di conservazione e dei principi che sovrintendono al design di tali zone. Certamente, questo non vuol dire che dobbiamo crearne solamente di piccole dimensioni: ad oggi, tra il 20% e il 46% delle acque protette nel mondo sono situate in aree isolate, e potrebbero dunque non essere efficaci per affrontare il problema delle specie migratorie, o alle specie che sono parte di un network globale (cui dobbiamo aggiungere le migrazioni causate dai cambiamenti climatici). Le riserve di grandi dimensioni sono necessarie per fare una reale differenza, e soprattutto la loro creazione è più conveniente nel rapporto costi/benefici, seguendo il concetto delle economie di scala (vedi il documento: Understanding the cost of establishing MPAs).

Per rispondere alla tua prima domanda, in questo momento la maggior parte dei fondi destinati alle aree protette situate all’interno delle aree economiche esclusive di paesi sviluppati viene da agenzie governative che operano a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo dipendono da fondi stanziati da agenzie straniere e/o agenzie locali (senza considerare le donazioni e il volontariato): in entrambi i casi, ad essere fondamentale è la volontà politica.

Molti vedono nell’acquacoltura la possibile soluzione della crisi degli stocks ittici. Il mio modesto parere è che essa rappresenti invece un rischio per la biodiversità ed una crescente fonte di inquinamento (lasciando da parte la questione morale relativa all’allevamento). Qual è la sua opinione in merito?

Inizialmente, l’acquacoltura potrebbe diminuire davvero la nostra dipendenza dal pesce selvaggio, e mitigare l’ormai prossimo declino. Tuttavia, il termine ‘acquacoltura‘ può riferirsi a due pratiche fondamentalmente differenti tra di loro: la prima riguarda bivalvi, come ostriche e cozze, o pesci di acqua dolce quali carpa e tilapia, l’altra indica invece l’allevamento di specie carnivore quali salmone e spigola e, in maniera sempre maggiore, l’ingrasso del tonno selvaggio ridotto in cattività. Il primo tipo di acquacoltura utilizza piante e plancton per generare un accrescimento netto dell’offerta di prodotti ittici, ed è praticata principalmente nei paesi in via di sviluppo, con il risultato di garantire un apporto di proteine animali economiche laddove più ce n’è bisogno. La seconda operazione, viceversa, ha bisogno di una fornitura costante di piccoli pesci che vengono usati come cibo per quelli allevati. Di conseguenza, c’è una perdita netta nell’offerta totale di pescato, e la pressione sugli stocks selvaggi aumenta invece che diminuire. In conclusione, più alleviamo specie carnivore, meno potremo comprare e mangiare pesce a buon mercato (sardine, acciughe, aringhe, sgombri).

Gli esperti hanno una differente visione dei sussidi all’industria della pesca, e Lei ha chiesto la fine di questa pratica. Certamente, essi garantiscono un vantaggio per le flotte dei paesi ricchi, ma secondo il mio parere in un certo modo anche il libero commercio è colpevole della crisi, perchè la crescente domanda occidentale influenzerà sempre il mercato. Inoltre, potrebbe l’abolizione dei sussidi portare ad una pesca IUU (illegale, non documentata e non regolata) ancora più aggressiva? Non sarebbe migliore incoraggiare un piano di sussidi modesti, orientati alla sostenibilità, ed investire il denaro risparmiato nella trasparenza e nella sorveglianza?

Tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i sussidi che aumentano la capacità di pesca (di qui in avanti, capacity-enhancing) sono intrinsecamente sbagliati, e sfortunatamente la maggior parte (solitamente circa il 60% del totale mondiale, che nel 2003 è stato di 30 miliardi di dollari) dei trasferimenti diretti al settore ittico è di questo tipo, con i sussidi per il carburante che rappresentano il 15-30% del totale. Perfino i summit del WTO hanno riaffermato la stretta interrelazione tra sussidi, sovracapacità e sovrapesca. Nonostante ciò, gli aiuti diretti a promuovere la conservazione e la gestione delle risorse sono considerati da più parti come necessari.

Rashid Sumaila ha classificato i sussidi in base al loro potenziale impatto sulla sostenibilità delle risorse ittiche, dividendoli in ‘benefici’, ‘capacity-enhancing‘ (come programmi che prevedono prestiti a tasso agevolato per la costruzione di navi, esenzioni fiscali e accordi di accesso ad acque straniere) e ‘di effetto dubbio’. Dovrebbero essere permessi solo i sussidi che favoriscono la crescita degli stock attraverso la conservazione e il monitoraggio delle catture attraverso controllo e sorveglianza. Soprattutto, dobbiamo fare attenzione alle misure dubbie, come i programmi di assistenza ai pescatori, i programmi di sviluppo delle aree rurali e il riacquisto dei pescherecci: tali misure sembrano giustificate per i loro obiettivi di welfare, ma tendono ad avere effetto opposto sulle riserve, perchè solitamente incoraggiano i pescatori a rimanere nel settore invece di diversificare, ad esempio permettendo loro di comprare battelli più efficienti ed innalzando artificialmente il costo del pesce. Il riacquisto, inoltre, rischia di avere un effetto ‘ricaduta’ quando gli stessi pescherecci dismessi vengono venduti ad altri paesi. In conclusione, è necessario assicurarsi che questi programmi siano indirizzati allo sviluppo delle comunità costiere in modi che non hanno un impatto, o che lo hanno positivo, sulle riserve (ad esempio, la garanzia di impieghi in progetti di conservazione e ripopolamento).

Non deve essere ulteriormente ribadito che i sussidi che aumentano la capacità di pesca vanno aboliti il prima possibile.

Per concludere, Lei è riconosciuto come uno dei primi biologi ad affrontare la sovrapesca da una prospettiva globale. Nella sua opinione, tale punto di vista è importante per risolvere il problema oppure solo come modo di aumentare la conoscenza della comunità mondiale su di esso? In un periodo di relazioni internazionali poco propense al dialogo, non Le pare più conveniente iniziare ad agire localmente, mentre allo stesso tempo si cerca di costruire qualcosa su scala più ampia?

La situazione della pesca è simile alla crisi finanziaria, dal momento che come questa non è stata causata dal fallimento di una singola banca, bensì dal fallimento dell’intero sistema bancario. E’ importante realizzare che, mentre per molte nazioni occidentali la fine del pesce può sembrare semplicemente un problema culinario, per 400 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo i prodotti ittici  rappresentano la fonte primaria di proteine animali, così come uno dei maggiori mezzi di sostentamento. Inoltre, la fine del pesce distruggerebbe l’intero ecosistema marino, ad un livello che stiamo iniziando solo adesso a comprendere: la rimozione dei predatori di vertice dalla catena alimentare avrà un effetto domino, che porterà all’aumento di meduse ed altre specie di zooplankton gelatinoso, e questo processo peggiorerà ancora in considerazione del fatto che gli oceani si scalderanno e acidificheranno a causa dei cambiamenti climatici. E’ essenziale preservare il maggior numero possibile di specie, così che quelle che riusciranno ad adattarsi saranno messe in condizioni di evolversi e propagarsi, senza considerare il fatto che gli studi più recenti dimostrano che una maggiore biomassa ittica potrebbe aiutare ad attenuare l’acidificazione stessa degli oceani. Così, mentre la pressione delle organizzazioni non governative e degli scienziati è necessaria per diffondere la consapevolezza del problema, i governi devono agire, e devono farlo sia a livello globale che a livello locale. La scienza ci permette di agire localmente, avendo allo stesso tempo in mente il quadro generale. Questo non vuol dire che non dobbiamo perseguire l’obiettivo degli accordi internazionali, specialmente con riguardo ai sussidi, ai network di aree marine protette, alla pesca in acque lontane e alle quote suddivise tra nazioni: è fondamentale però tenere a mente che stabilire dei target internazionali di conservazione molto ambiziosi potrebbe in qualche caso distorcere l’attenzione della comunità dalle misure più urgenti, e soprattutto ricordarsi che quegli stessi target possono essere migliorati a livello locale.

Ringrazio ancora una volta il professor Daniel Pauly, augurandogli di continuare a stimolare la conoscenza e la coscienza della comunità mondiale come ha saputo fare fino ad ora, e soprattutto augurando a tutti noi di riuscire a provocare un cambiamento nelle politiche governative riguardanti la sovrapesca, tramite la pressione popolare ma anche e soprattutto tramite le abitudini di acquisto ed il rapporto con il cibo. Come ha scritto Jonathan Safran Foer, l’alimentazione prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ma è oggi più che mai un dovere morale che riguarda tutti, vegetariani e non. Riguarda il nostro futuro e il futuro del pianeta, oltre che la nostra dieta.

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P.S. Come nel post precedente, rimando quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di pesce al progetto Fish2Fork.

Pubblicazioni utili del Professor Pauly:

Declining Catches Reason of Pessimism over Declining Stocks – Taipei Times, 10/07/2003

Assessing Progress Towards Global Marine Protection Targets – Fauna & Flora International, 2008

A Bottom-up Re-estimation of Global Fisheries Subsidies – Springer Science, Agosto 2010

Intervista a Daniel Pauly (parte I)

Il Professor Daniel Pauly è un biologo marino di fama mondiale, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di ricerca sulle riserve ittiche, teso in particolare ad esaminare l’impatto delle attività umane sulle stesse. E’ direttore del Sea Around Us Project presso la University of British Columbia, ha lanciato negli alcuni programmi importantissimi per la conservazione e la conoscenza dello stato degli stocks, quali ELEFAN e FishBase, e soprattutto è uno dei maggiori esperti di overfishing, problematica che per primo ha portato all’attenzione globale negli anni novanta. E’ autore di svariati volumi e più di 500 pubblicazioni scientifiche, nonchè vincitore di numerosi premi per il suo lavoro di protezione degli ecosistemi marini (un posto nello ‘Scientific American 50‘ nel 2003, l’ International Cosmos Prize nel 2005, il Volvo Environment Prize nel 2006, l’ Excellence in Ecology Prize ed il Ted Danson Ocean Hero Award nel 2007, e infine il Ramon Margalef Prize in Ecology and Environmental Sciences nel 2008); appare inoltre come figura chiave nel meraviglioso documentario ‘The end of the Line‘. Il New York Times lo ha definito un ‘iconoclasta’, per la sua autonomia di pensiero e intraprendenza nella lotta alla sovrapesca. Sono orgoglioso di essere riuscito ad intrattenere con lui in dialogo sullo stato dei nostri mari, che pubblicherò in due parti qui sul blog.

Per cominciare, può spiegare ai lettori l’importanza della fisheries science (termine che potremmo tradurre con scienza alieutica, ma che in realtà abbraccia molti aspetti della gestione delle risorse del mare, e comprende biologia ed ecologia marine, dinamica delle popolazioni, conservazione della natura) nell’analisi e nel mantenimento degli stocks ittici? Cosa può fare la legge e cosa può fare invece la scienza, per contrastare l’overfishing?

I nostri oceani sono stati le vittime di quello che ho definito un ‘gigantesco schema Ponzi‘. Fin dagli anni cinquanta, da quando cioè le loro operazioni hanno iniziato a subire gli effetti di una crescente industrializzazione (pensiamo agli strumenti GPS, ai rilevatori acustici di banchi di pesce, all’installazione di meccanismi di congelamento a bordo delle navi), le flotte di pesca hanno portato rapidamente al collasso gli stock di merluzzo, nasello, halibut, platessa, sogliola nell’Emisfero Boreale. Quando le riserve erano ormai esaurite, i pescatori si sono spostati a Sud, depredando nel frattempo le acque costiere dei paesi poveri, e alla fine hanno raggiunto perfino i Mari Antartici, alla ricerca di Cannictidi e pesci dei ghiacci (rockcods), nonché di krill. Nello stesso tempo, man mano che gli stocks costieri raggiungevano la soglia di criticità, i pescherecci si spingevano verso le profondità marine, e mentre scomparivano i pesci più grandi, l’industria iniziava a catturare specie più piccole e ‘brutte’, specie mai considerate adatte fino a quel momento per il consumo umano.

Le dimensioni di questa ‘truffa finanziaria’ ai danni del mare sono sfuggite agli scienziati governativi per tutti questi anni: da molto tempo, ovviamente, si studia la popolazione ittica sulla quale si basa la pesca, ma i laboratori si sono sempre focalizzati solamente sulle specie presenti all’interno delle acque territoriali delle singole nazioni, e coloro che hanno condotto ricerche su un particolare stock hanno sempre comunicato solo con gli scienziati stranieri che nel frattempo stavano analizzando il medesimo stock. In questo modo, non si è notato che le specie più diffuse essenzialmente si rimpiazzavano a vicenda nel volume delle catture. Soltanto a partire dagli anni novanta, un numero crescente di pubblicazioni scientifiche hanno iniziato a dimostrare che ciò che stava accadendo a livello locale, avveniva nello stesso momento a livello globale, e che era divenuto necessario attenuare lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, queste affermazioni hanno causato fin dall’inizio dure controversie tra gli ecologi marini e i fisheries scientists: i primi si sono sempre preoccupati della biodiversità a rischio, e quindi hanno sempre lavorato con le organizzazioni non governative, mentre i secondi tradizionalmente svolgono attività di consulenza per il settore della pesca o per le agenzie governative, ed il loro obiettivo è quindi quello di proteggere l’industria ittica e le persone che vi sono impiegate.

Tuttavia, anche costoro hanno dovuto rassegnarsi di fronte alla limpida evidenza del declino degli stocks, soprattutto dal momento che anche costoro vogliono in linea di principio che ci sia più pesce nel mare. Dunque adesso la sfida è tra la comunità, l’opinione pubblica, che possiede (o dovrebbe possedere) le risorse del mare, e l’industria della pesca: dobbiamo convincere quest’ultima a prendere meno pesce e far così riprendere le popolazioni ittiche. La scienza ha suonato l’allarme: adesso l’intervento dei governi è necessario. Di fatto, i governi sono le uniche entità che possono prevenire la fine del pesce. Innanzitutto perchè, una volta liberati dalla connivenza con l’industria ittica, sono gli unici organismi con una infrastruttura di ricerca capace di gestire gli stock: in particolare, le agenzie regolatrici devono imporre quote sull’ammontare di pesce catturato per ogni singolo anno, e il modo in cui devono strutturare queste quote è molto importante (ad esempio, semplicemente stabilire un volume massimo di cattura per tutta la flotta nazionale equivale a consentire una battaglia tra pescherecci per prendere tutto il pesce possibile prima che lo facciano gli altri, con una offerta eccessiva sul mercato nel breve periodo e conseguente calo dei prezzi; per contro, assegnare dei diritti di pesca, limitando il numero di pescatori e garantendo a tutti una frazione della quota totale porta ad un minore sforzo di pesca e dunque profitti maggiori). In secondo luogo, perchè sono quelli che elargiscono sussidi all’industria. Infine, perchè solo loro possono gestire le acque territoriali, identificando certe aree in cui proibire la pesca.

Il blog si è occupato della politica aggressiva dell’Unione Europea volta alla stipulazione di accordi di pesca con i paesi africani, le cui conseguenze si rivelano ogni anno di più catastrofiche a livello ambientale ma anche sociale. Adesso la questione è globale, con l’espansione di tali patti verso le acque del Pacifico Meridionale: qual è la ragione di questa nuova direzione, forse il fatto che ormai le acque atlantiche sono al collasso? Quali possono esserne gli effetti?

La ragione principale dell’espansione continua della flotta dell’Unione Europea attraverso i mari del mondo è la crescente domanda di pesce sul mercato interno. Tale incremento costante e drammatico non può essere soddisfatto dagli stocks degli stati membri, che sono in declino ormai da diversi anni, e questa situazione ha portato l’Unione a perseguire, e concludere, la lunga serie di accordi che tutti conoscono: da una parte essi forniscono ai paesi europei quella fonte conveniente di pesce che a questi ultimi manca (nonostante ci siano legittimi dubbi sull’adeguatezza delle compensazioni offerte ai paesi che vengono spinti a contrattare), dall’altra consentono ai pescherecci comunitari di operare in aree meno danneggiate. Dal 2001 al 2005, circa il 30% (o 8.8 milioni di tonnellate) del pesce sbarcato dalle flotte europee proveniva da acque territoriali esterne all’Unione stessa. I paesi dell’Africa Occidentale sono stati i primi a provare sulla loro pelle gli effetti di questa politica, sia a causa della vicinanza geografica che dei loro legami storici con le potenze coloniali (la Convenzione di Lomè fornisce una piattaforma programmatica per un trattamento preferenziale degli scambi con le antiche colonie). Durante il decennio passato, tuttavia, l’Europa ha incrementato anche la sua presenza in acque lontane, con accordi tesi a vincolare Stati dell’Africa Orientale e del Pacifico Meridionale. In generale, il volume delle catture nel settore della pesce è sempre stato trainato dallo sfruttamento sequenziale di nuovi territori di pesca, destinati a rimpiazzare quelli ormai collassati.

Si deve ricordare poi che questi accordi non rappresentano l’unico pericolo arrecato dall’Unione Europea alle riserve mondiali: per avere un quadro completo, dobbiamo pensare al ruolo giocato dal commercio mondiale. Di fatto, si stima che l’Unione ogni anni importi oltre 9.5 milioni di tonnellate di pescato, che proviene dalla maggior parte delle acque più pescose del mondo, dal Sud America al Sud Africa e persino dal Mar Cinese Meridionale. E’ facile capire quanto questa pratica possa essere devastante, specialmente se pensiamo che gli altri due grandi mercati mondiali (Giappone e Stati Uniti) sono anch’essi coinvolti in alcune di queste aree (ad esempio nel Sud del Pacifico): come risultato, i paesi in via di sviluppo sperimentano una pesca intensiva (e finanche distruttiva ed illegale), e vedono la propria sicurezza alimentare messa a rischio.

La FAO è l’unico organismo a svolgere un monitoraggio costante della situazione globale delle riserve ittiche (con i rapporti SOFIA) ed ha spesso alzato la voce sui rischi della crisi in atto. Tuttavia i suoi dati tendono spesso a sottostimare aspetti importanti quali le catture non regolari. Come si spiega questo fatto?

Hai ragione. Si tratta di qualcosa che la FAO dovrebbe affrontare il prima possibile. Il suo lavoro sulle attività di pesca mondiali è positivo, insostituibile e deve essere rafforzato: l’organizzazione non solo ha creato l’unico database globale delle catture, ma lo ha anche fatto analizzare dai propri esperti, con il risultato di formare uno staff che possiede un quadro generale della pesca, a differenza degli scienziati locali. Tuttavia, questo potrebbe aver portato ad una certa chiusura nei confronti dei tentativi di altri, volti ad interpretare gli stessi dati. Ciò che deve essere riconsiderato, innanzitutto, è il concetto per cui i report SOFIAs rappresentano ‘lo‘ stato delle riserve mondiali, piuttosto che una delle tante possibili interpretazioni di esso. Ad esempio, nel 2010 la FAO ha notato che la produzione di pesce nel periodo 2005-2008 si era mantenuta su livelli stabili, suggerendo appunto parola ‘stabilità‘ per descrivere la situazione, quando in realtà un volume di cattura in stato di stagnazione a fronte di uno sforzo di pesca sempre maggiore può indicare solamente una forte diminuzione della biomassa.

Esaminando il quadro generale, in ogni caso, i problemi più importanti da affrontare in riferimento ai report SOFIA, sono rappresentati dalla qualità decrescente dei dati inviati dai paesi poveri, nonché l’anomalia cinese. Nel primo caso, mezzi insufficienti e assenza di controllo portano ad un volume di cattura fortemente arrotondato per difetto, il quale potrebbe facilmente nascondere un declino degli stocks dovuto all’overfishing ed alla pesca illegale. Nel secondo caso, la Cina sembra aver arrotondato per eccesso i propri sbarchi per anni, come suggerito da molti esperti che notano come le catture siano ancora irrealisticamente elevate. Ciò è molto pericoloso, perchè se includiamo i dati cinesi nel dato mondiale, il volume di pesce è ancor in aumento, mentre se li escludiamo notiamo i segni del declino. Nel caso cinese, non può essere utile fermarsi ad ordinare una correzione dei dati, come ha fatto la FAO: ciò che deve essere intrapreso è invece un lavoro a stretto contatto con le autorità cinesi, al fine di stabilire un meccanismo di indagine più stratificato ed affidabile che impedisca di inviare dati non realistici.

Quali vantaggi potrebbero derivare dal fatto presentare la questione ‘overfishing’ non solo come un problema ambientale ma anche come un problema morale, focalizzandosi su aspetti quali diritti degli animali e importanza della biodiversità?

In verità, non ho ancora rivolto sufficiente attenzione al problema. In generale, tuttavia, un crescente numero di consumatori ad oggi vuole mangiare i prodotti del mare senza sentirsi colpevole. Questo ha portato alla creazione del MSC, il cui obiettivo è attestare le attività di pesca sostenibili e che è divenuto il principale certificatore mondiale. In ogni caso, non mancano dubbi di intensità sempre maggiore verso la sua opera (per informazioni ulteriori, leggi qui: Seafood Stewardship in Crisis, ndr): io credo che gli incentivi del mercato abbiano allontanato il modello di certificazione dal suo obiettivo originale, incoraggiando il riconoscimento del marchio MSC ad operazioni di vaste dimensioni, caratterizzate dall’utilizzo di ingenti capitali, mentre allo stesso tempo rendevano poco conveniente supportare le piccole imprese che si servono di tecniche molto selettive e di basso impatto. In altre parole, la preoccupazione dei consumatori per l’origine del pesce e per la biodiversità non si è automaticamente concretizzata nella diffusione di prodotti ittici sostenibili, a causa dell’interpretazione troppo libera delle regole e degli incentivi finanziari per la certificazione di grandi attività.

L’appuntamento è per domani per la seconda parte dell’intervista. Il mio ringraziamento però va subito alla disponibilità ed alla grande competenza del professor Pauly. Credo che il confronto con persone del suo calibro sia imprescindibile per poter anche solo pensare di risolvere le crisi ambientali di ogni tipo che minacciano la biodiversità e la vita sul nostro pianeta.

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P.S. Per quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di prodotti ittici, è altamente consigliato visitare il sito del progetto Fish2Fork.

Inoltre, per un esame ulteriore degli argomenti trattati, qui sotto sono a disposizione alcune pubblicazioni del professor Pauly:

Aquacalypse Now – The New Republic, 07/10/2009

Sourcing seafood for the three major markets: The EU, Japan and the USAMarine Policy, June 2010

Comments on FAO’s State of Fisheries and Aquaculture, or ‘SOFIA 2010’ – Marine Policy, October 2011


Pesce e povertà: ultima parte

Con le due parti precedenti di Pesce e Povertà, ho voluto fornire un quadro necessariamente generale, che fosse però anche sufficiente a capire le dinamiche che uniscono biodiversità e sviluppo sociale, della situazione africana. Tuttavia, questa terza ed ultima parte dell’analisi mi appare imprescindibile per completare il discorso: si tratta di andare a vedere nel dettaglio gli effetti della politica europea degli accordi di partenariato sui paesi che si sono lasciati convincere a stipularli. Al momento, sono vigenti dodici FPA con nazioni africane (mentre uno riguarda la Groenlandia). Secondo il sito ufficiale della Commissione Europea, che non è aggiornato, la maggior parte di questi protocolli sono scaduti nell’ultimo anno, ma basta fare una ricerca tra la legislazione comunitaria per trovare i documenti dei rinnovi. Sono infatti stati ridiscusse le intese con Mozambico, Capo Verde, Isole Comore, Seychelles, São Tomé and Príncipe e Marocco, mentre per quella con il Gabon le trattative sono ancora in corso. Rimangono nel frattempo in vigore gli accordi con Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Madagascar. Andrò ad esaminarne gli effetti.

Prima di iniziare, però, credo che ci siano tre argomenti collaterali che vale la pena menzionare, vista la loro relazione abbastanza stretta con il tema di ‘Pesce e povertà’; pur evitandone un esame approfondito, per ragioni di spazio, spero di fornire alcuni spunti di riflessione ed incoraggiare all’approfondimento, in attesa magari di un mio intervento sul blog. Il primo riguarda la reazione dell’Unione Europea al declino degli stock ittici in Africa: lungi dal prendere definitivamente una posizione contro l’overfishing, eliminando i lauti sussidi indiretti che elargisce periodicamente alla sua flotta e combattendo la lobby della pesca, essa ha ridotto in minima parte le quote di cattura consentite negli accordi più recenti, però allo stesso tempo ha stipulato FPA con paesi lontanissimi, gli unici le cui acque siano ancora sottosfruttate secondo la FAO¹, per aprire un intero nuovo mondo ai grandi motopescherecci francesi e spagnoli, gli unici a potersi permettere di gettare le reti alle profondità del Pacifico Occidentale: tali paesi sono Isole Salomone, Kiribati e Micronesia. Il secondo concerne la totale mancanza di controlli (e probabilmente la connivenza degli Stati membri) sulla pesca illegale che approfitta delle crisi politiche interne per depredare i mari delle nazioni più povere; è il caso della Somalia, che da cinquanta anni vede alternarsi dittature, signori della guerra ed emergenze umanitarie, e che non può perciò permettersi un controllo sulle proprie risorse naturali (secondo molti esperti, la recente esplosione di casi di pirateria al largo delle coste della Somalia è dovuta proprio al crollo degli stock ittici causato dall’overfishing europeo, che ha mandato il frantumi le vite delle comunità di pescatori locali²), ma anche della Libia, all’interno della cui EEZ sono stati recentemente riportati episodi di pesca illegale del tonno rosso e rispetto alla quale si sono addirittura ipotizzati patti segreti con l’Italia per lo sfruttamento della stessa specie³. Infine, non dobbiamo dimenticarci che parlare di biodiversità acquatica vuol dire essere attenti anche allo sfruttamento di fiumi e laghi, attenzione più che mai necessaria in Africa, nonchè alle problematiche connesse all’itticoltura (risorsa contro l’overfishing per alcuni, pratica eticamente e ecologicamente dannosa per altri, tra cui il sottoscritto): spero di dedicare il prima possibile un intervento al primo argomento, ma anche di concludere a breve un’intervista con un esperto di allevamento per dedicarmi anche a questa seconda tematica. Comunque sia, se volete alcune informazioni su come inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie alloctone e sovrapesca stiano danneggiando i grandi laghi africani, vi consiglio i riferimenti che troverete in fondo a questo post.

L’ICCAT e il declino degli stock

Torniamo adesso alla materia centrale del nostro esame. Uno degli strumenti che dovrebbero essere utilizzati all’interno degli accordi di partenariato (anche se non in tutti) per consentire uno sfruttamento sostenibile degli stock ittici consiste nella definizione di quote massime di cattura per le singole specie; questa misura ha iniziato a rendersi necessaria quando si è capito che ci si trovava davanti ad un drammatico declino della fauna ittica, dovuto al libero utilizzo delle zone di pesca prima, ai protocolli firmati dalle nazioni ex coloniali dopo il 1976 e infine ai fisheries partnership agreements. Purtroppo, è opinione comune che tali quote debbano essere decise annualmente con riguardo alle raccomandazioni delle commissioni (per l’Atlantico, si tratta soprattutto dell’ICCAT) convenzionalmente preposte a definire il massimo prelievo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), le quali, essendo di fatto schiave delle lobbies dell’industria ittica europea, sono solite ignorare i consigli degli scienziati (ironicamente, ci si riferisce all’ICCAT come International Conspiracy to Catch All Tunas). Di fronte al vertiginoso declino degli stock di tonno rosso, ad esempio, negli anni scorsi si sono spesso alzate le quote quando già risultava evidente che la specie era sull’orlo del collasso biologico (ma non si potrebbe pretendere altrimenti pensando che i membri di queste istituzioni sono delegati governativi di Stati africani ed europei che hanno alternativamente interesse a incassare i finanziamenti o a importare prodotti ittici). Fino a qui, la cornice generale, già preoccupante di per sé per la pericolosissima connivenza tra chi stabilisce le regole e chi le viola. Come se non bastasse, però, va detto che anche i modesti limiti suggeriti vengono puntualmente disattesi dall’UE, in una sorta di doppio salto mortale verso la fine della biodiversità marina. Il caso del tonno pinne gialle (Thunnus albacares) dell’Atlantico è emblematico: l’ICCAT ne fissa il MSY tra le 130 mila e le 145 mila tonnellate all’anno, quando già i dati indicano una diminuzione delle catture, indicativa del cattivo stato di salute della specie, alle 108mila tonnellate4, fingendo oltretutto di ignorare che sarebbe doveroso chiedere un rispetto del Replacement Yield, ovvero del vincolo più stringente che si rifà non al massimo sfruttamento sostenibile, bensì al massimo prelievo sicuro per evitare una diminuzione della biomassa. Se si pensa che la pesca illegale potrebbe addirittura raddoppiare il volume delle catture (il che appare plausibile considerando che solo l’Italia consuma annualmente 140mila tonnellate di tonno in scatola, il quale prevalentemente -salvo imbrogli- è proprio Thunnus albacares), ci si rende conto che il limite viene sbriciolato alla prova dei fatti: ulteriore prova ne sia il rivolgersi alle acque dell’Oceano Indiano per aggirare la crisi e rispondere a una crescente domanda di mercato. In risposta, il tonno pinne gialle è entrato recentemente nella lista rossa della IUCN, al livello “quasi minacciato”: poichè ci si riferisce ad un alimento tra i più comuni al mondo, il segno è assai preoccupante. Stesso destino (ma situazione peggiore) è riservato alle altre specie di tonno soggette alla pesca europea nell’ Atlantico: il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come ‘vulnerabile’, il Thunnus maccoyii, come ‘rischio a livello critico’, il Thunnus alalunga, come ‘quasi minacciato’5; tutti questi stock sono sottoposti dall’ICCAT a quote di cattura che non ne garantiscono un giusto tasso di riproduzione, e che se anche in astratto lo facessero non avrebbero una reale possibilità di essere accertate, nè tantomeno fatte valere, poichè non sono vincolanti. La conseguenza è che l’Unione Europea può tranquillamente derogarvi negli FPA, giustificandosi con la scarsità di conoscenze scientifiche sulla reale consistenza delle popolazioni. Al disastro del MSY, va poi aggiunto quello dell’effettiva calata delle reti: nella seconda parte di questa analisi ho infatti ricordato come un grosso danno alle comunità dell’Africa occidentale sia arrecato dalla situazione drammatica dei pesci demersali (cernie, merluzzi, pagelli), vittime collaterali della stessa pesca del tonno cui si è appena accennato, insieme a quella dei gamberi. In merito, si rivela disarmante un rapporto della FAO, redatto nel 2005, nel quale si afferma che ‘diciotto degli stock ittici demersali esaminati sono alternativamente completamente sfruttati oppure sovrasfruttati: tra questi, la cernia bianca, pescata principalmente in Senegal, Gambia, Mauritania, risulta praticamente estinta’. Allo stesso modo, l’alaccia (specie pelagica) e il gamberetto, entrambi tra i principali alimenti della regione, appaiono soggetti ad overfishing. Pienamente sfruttati sono poi il merluzzo e tre cefalopodi quali il polpo comune, la Sepia officinalis ed il calamaro, nonchè varie specie di aragosta e di granchi; dubbi sussistono infine sullo status di sardine e sgombri, la cui biomassa si rivela molto instabile6. Giunti a questo punto, mettendo insieme il discorso sulle quote di cattura del tonno e quello sullo sfruttamento delle specie ‘collaterali’, sarà più facile comprendere la falsità dell’affermazione tipica europea per cui la nostra flotta non toccherebbe gli stessi pesci che vengono consumati sul mercato locale, ed anzi si batterebbe per la tutela di entrambe le riserve.

Il Senegal e gli altri

Per averne la conferma, basterà guardare agli accordi di partenariato nel loro contenuto e nei loro effetti, ed in particolare a quei protocolli che adesso non sono più in vigore, perchè infine rigettati dagli Stati africani che li avevano accettati. Qui, ancora più che nei paesi ancora soggetti agli FPA, sono evidenti i segni naturali, ma anche sociali, dell’overfishing. Il caso che viene solitamente portato ad esempio è quello del Senegal, il quale dal 1980 al 2006 ha rinnovato puntualmente gli impegni presi, ed è tragico per più motivi. Il primo risiede nel fatto che questo paese, a differenza degli altri Stati della regione, ha negli anni accumulato una flotta da pesca battente bandiera nazionale di tipo industriale, che può raggiungere anche 50mila tonnellate di catture annue, alla quale si deve aggiungere una sterminata flotta artigianale (più di 300mila tonnellate di media)7. Tale circostanza, dovuta ai flussi migratori derivanti dalla siccità che nei decenni passati ha colpito ininterrottamente le regioni interne, stride violentemente con il presupposto sancito dalla Convenzione UNCLOS per la stipulazione di accordi di pesca: infatti, solo qualora un paese non avesse le risorse per servirsi adeguatamente delle proprie risorse ittiche, dovrebbe poter garantire diritti di pesca a Stati esteri. La conseguenza è la competizione spietata che ha depredato i fondali, e che ha colpito soprattutto il settore artigianale. Il numero di piroghe in Senegal si è infatti dimezzato dal 1997 al 20057, passando da 10mila a 5mila unità, con conseguenze devastanti sul piano sociale, quali insicurezza alimentare, disoccupazione e soprattutto crescente emigrazione verso l’Europa ed altri paesi africani. Qui i pescatori ormai senza lavoro possono trovarsi nella doppia veste di emigranti e ‘scafisti’, e servirsi delle loro stesse piccole imbarcazioni per viaggi oceanici verso la Spagna e il Mediterraneo8. Allo stesso tempo, però, gli effetti dell’overfishing sono stati avvertiti anche dalla flotta industriale: le catture sono crollate dalle 94mila tonnellate del 1994 alle 45mila del 2005; molte compagnie hanno chiuso, e quelle che rimangono lavorano al 50% delle proprie possibilità; le esportazioni del settore sono crollate del 32% negli ultimi quindici anni; gli impianti di trasformazione sono passati da 7 a 1; il 50-60% dei dipendenti è stato mandato a casa7. Il secondo motivo che ha spinto il Senegal sull’orlo del baratro riguarda il contenuto stesso dei vecchi accordi: come avevo accennato in precedenza, essi non prevedevano quote massime di cattura, ma solo un tonnellaggio massimo della flotta estera, unico requisito alla concessione della licenza, e non erano inoltre rivolti alla sola pesca del tonno, bensì a molte specie di facile commercializzazione in Europa, con l’unico obbligo per i pescherecci costieri di sbarcare parte del pescato per la trasformazione in Senegal, invece di esportarlo direttamente nel vecchio continente. Il terzo motivo ha infine a che fare con la mancanza di regolamentazione successiva alla cessazione di validità degli FPA: lungi dal rappresentare la fine delle attività europee nelle acque del Senegal, essa ha infatti consentito la formazione di joint venture a capitale misto, richiedendo come unico requisito che il 51% delle compagnie così nate appartenesse ad investitori senegalesi7. Ovviamente, di questo requisito viene fatta illegalmente carta straccia, con la conseguente diffusione di quel processo che i locali chiamano ‘senegalizzazione’ dei pescherecci europei (su 94 joint venture nel 2008, solo 15 sarebbero davvero guidate da locali), e che consente a queste imbarcazioni di usufruire di normative meno stringenti, continuando contemporaneamente a sfruttare le acque adesso teoricamente loro precluse: non è necessario avere osservatori a bordo, e non si deve scaricare parte del pesce in Senegal. Come amaramente riporta Charles Clover nel suo Allarme Pesce, ‘c’è gente che un giorno ha dei problemi a comprarsi un paio di calzoni, e il giorno dopo si ritrova proprietaria di quattro pescherecci a strascico‘. La fine degli accordi non ha significato, in questo paese, un reale cambiamento: da una parte, la presenza di una flotta interna comunque ampia richiede che vi siano applicate le limitazioni necessarie, dall’altra l’esportazione del pescato verso l’Europa rappresenta ancora una primaria fonte di ricchezza che, se genera introiti per poche persone, perpetua il circolo della malnutrizione nella stragrande maggioranza degli abitanti.

Lo stesso ragionamento relativo al Senegal può essere fatto per gli altri accordi non più in vigore, che pure riguardavano paesi con una flotta propria non altrettanto sviluppata, quali l’Angola, il Gambia, la Guinea Equatoriale e le isole Mauritius (mentre il protocollo firmato con la Repubblica di Guinea è stato stracciato nel 2009 dall’Unione Europea in seguito alla repressione di alcune proteste di piazza da parte del governo locale): il loro comune denominatore consisteva anche qui nella mancanza di un tetto vincolante alle catture. Per l’Angola, il limite si riferiva alla pesca di gamberi e gamberetti, ma in violazione dello stesso non erano previste sanzioni di alcun tipo; il Gambia invece poneva il pagamento dovuto dalle navi tonniere in relazione con l’effettivo risultato raggiunto dalle stesse, senza quote fisse di cattura; in Guinea Equatoriale e alle Mauritius infine, si stabiliva un vincolo oltre il quale semplicemente l’Unione Europea avrebbe dovuto pagare di più (con i soldi dei contribuenti e non dei pescatori). Inoltre, in tutti e quattro i casi (ma è una prassi di tali accordi) si limitava fortemente il potere degli osservatori, ai quali veniva consentito di salire a bordo solo per il tempo necessario alla misurazione delle catture, ed in ogni caso mai per più di una battuta di pesca; senza dimenticare ovviamente i casi (più che frequenti) di corruzione. Inutile dire che i risultati sono stati i medesimi sopra evidenziati.

In conclusione, quello che attende i paesi ancora sottoposti agli accordi di partenariato appare noto. Meno evidente, ma comunque fondamentale, è capire che anche la loro fine non significa automaticamente benessere per le popolazioni locali. La Namibia, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1992 ha espulso le imbarcazioni straniere dalle proprie acque territoriali, consentendo un ripopolamento degli stock in crisi, ma la flotta di cui dispone è comunque composta da joint venture di dubbia nazionalità, il che lascia intendere quanto sia difficile difendere la sicurezza alimentare dell’Africa. Se a tale mancanza di trasparenza del settore aggiungiamo poi il dramma della pesca IUU ed i trattati commerciali, grazie ai quali l’Europa si riappropria tramite l’importazione di ciò che senza i diritti di pesca non può più ottenere, possiamo farci un idea di come il colonialismo non sia mai davvero finito.

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¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010

² Robyn Curnow, Is Illegal Fishing to Blame for Somali Pirates? (CNN, 25.08.2011)

³ Richard Black, Tuna Fished ‘illegally’ during Libya Conflict (BBC, 07.11.2011)

4 ICCAT, Yellowfin Tuna Stock Assessment, 2008

IUCN, Red List of Threatened Species

FAO, Review of the State of World Marine Fishery Resources, 2005

7 ActionAid, SelFISH Europe Report, 2008

Focus Migration Profile: Senegal 

Altri riferimenti utili

Charles Clover, Allarme Pesce (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

Paul-Tijs Goldschmidt, Darwin’s Dreampond: Drama on Lake Victoria (MIT Press, 1996)

George Monbiot, Mutually Assured Depletion (The Guardian, 09.08.2011)

Per i testi degli accordi di pesca

http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/international/agreements/index_en.htm