Rapporto ISPRA sulla Direttiva #Habitat

Timelapse 1984-2012: i cambiamenti globali

Cogliamo l’occasione offertaci dalla pubblicazione dell’impressionante progetto congiunto realizzato da Google EarthNational Aeronautics and Space AdministrationU.S. Geological Survey (USGS) e TIME, per condividere anche con i lettori del nostro sito le immagini in timelapse dei cambiamenti avvenuti sulla terra negli ultimi trent’anni.

Timelapse è per l’appunto il nome del lavoro in oggetto: si tratta, in sostanza, di unamappa diacronica che mostra l’impatto visibile delle attività antropiche(deforestazione, sviluppo urbano e costiero, irrigazione, cambiamenti climatici) sugli ecosistemi, sull’ambiente e sulla geografia stessa del nostro pianeta nel corso delperiodo 1984-2012, ottenuta grazie alla diffusione su internet, curata da Google Earth, dell’immenso archivio Landsat, composto da milioni di immagini satellitari raccolte sin dagli anni settanta da una missione congiunta NASA-USGS.

Poche campagne, nella convinzione di chi scrive, hanno avuto un potenziale così elevato a livello comunicativo: ‘sorvolare’ attraverso il tempo l’Antropocene in cui viviamo significa infatti ampliare l’orizzonte, purtroppo spesso limitato, con cui l’opinione pubblica osserva i cambiamenti globali, e rappresentare tale environmental change in tutta la sua drammatica portata. Per utilizzare le parole di Rebecca Moore, engineering manager di Google Earth Engine & Earth Outreach, “much like the iconic image of Earth from the Apollo 17 mission—which had a profound effect on many of us—this time-lapse map is not only fascinating to explore, but we also hope it can inform the global community’s thinking about how we live on our planet and the policies that will guide us in the future”.

Vi lasciamo adesso alle fotografie in formato GIF, comunque non senza prima avervi suggerito di leggere l’affascinante articolo di approfondimento sul sito del settimanale TIME, che trovate a questo indirizzo: http://world.time.com/timelapse/.

Columbia Glacier Retreat

1. Il Columbia Glacier, situato nello stretto del Principe William (Alaska), dalla sua scoperta (nel 1794) fino al 1980 non si era praticamente mai mosso. Da allora ha iniziato a ritirarsi. Ad un certo punto, nel 2001, il ghiacciaio perdeva estensione ad una velocità stimata di 30 metri al giorno. Ad oggi, i ghiacci si sono ridotti di circa 20 km in lunghezza e 400 m in spessore.

Dubai Coastal Expansion

2. Alla metà degli anni ’80 Dubai era una città di circa 300.000 persone. Oggi ne conta più di 2 milioni ed è la capitale finanziaria del Medioriente. Non è semplicemente cresciuta nel deserto, ma attraverso isole artificiali ha addirittura iniziato ad espandersi sul mare.

Lake Urmia Drying Up

3. Il Lago Urmia, seppur protetto dal Dipartimento dell’Ambiente iraniano, si sta prosciugando ormai da tempo (si stima che abbia perduto il 60% delle dimensioni originarie). Se il trend continuerà, diverrà presto una palude salmastra con livelli di salinità estremi. L’Iran ha recentemente annunciato un accordo con l’Armenia per ‘importare’ acqua con cui combattere il declino del lago.

Las Vegas Urban Growth

4. Prima di Dubai, un’altra città si è sviluppata nel deserto (con enorme consumo di risorse idriche a danno del vicino Lago Mead, il quale si riduce proporzionalmente all’urbanizzazione): è Las Vegas, la cui popolazione è cresciuta del 50% dal 2000 al 2010, per poi conoscere un improvviso boom di sfratti dovuti alla crisi dei mutui subprime.

Saudi Arabia Irrigation

5. I sistemi di irrigazione hanno trasformato le sabbie dell’Arabia Saudita in un’oasi artificiale, un paradiso per le attività agricole. A quale prezzo in termini di consumo di acqua e di energia?

Wyoming Coal Mining

6. Le miniere a cielo aperto stanno conoscendo un’espansione senza precedenti in Nord America, a causa dell’aumento del prezzo del petrolio. Che si tratti delle sabbie bituminose dell’Alberta o dell’estrazione di carbone in Wyoming, quello che colpisce è la velocità della devastazione ambientale.

Brazilian Amazon Deforestation

7. Lo stato di Rondonia, nell’ovest del Brasile, è situato nel cuore dell’Amazzonia ed una volta ospitava quasi 50 milioni di acri di foresta pluviale incontaminati. Oggi, è una delle zone più pesantemente soggette a deforestazione. Circa 65.ooo km quadrati di foresta sono scomparsi dal 1978 al 2003.

Se la pesca è un circolo vizioso

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Ieri, come avrete probabilmente avuto modo di sapere, il Parlamento Europeo ha votato a favore del progetto di riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) presentato dalla deputata tedesca Ulrike Rodust, compiendo di fatto un passo decisivo verso l’approvazione finale della nuova strategia comunitaria che dovrà essere sancita dalla Commissione e dai Ministri dell’Unione competenti. Entusiasmo nei confronti di questo evidente cambio di rotta è stato espresso da tutti i maggiori gruppi ambientalisti, e si è parlato molto del voto dell’assemblea come di un voto teso a ‘porre fine’ per sempre al problema del sovrasfruttamento dei nostri mari e delle riserve ittiche del continente (ma non solo). Insomma, è tutto oro quel che luccica? La mia risposta è, s’intuisce, negativa.

Non fraintendetemi: da un lato, la soddisfazione dovuta all’avvenuta presa di coscienza -politica- della gravità della questione è innegabile. Dall’altro, è però vero che questo progetto rischia di trasformarsi (come purtroppo spesso accade) in un manifesto programmatico e mediatico, piuttosto che in un piano d’azione realmente efficace: ed il problema, a mio avviso, risiede nel fatto che le vere ragioni del declino di una risorsa fondamentale, quale è appunto il pesce, non sono state minimamente prese in considerazione dai legislatori (evidentemente, per motivi di opportunità).

Mi riferisco, in particolare, alla necessità che il tema dell’overfishing venga affrontato in una differente prospettiva, rispetto a quella fishing-discard-eu-haddoc-007assunta fino ad adesso quale pietra angolare della riforma. In un contesto in cui il 75% degli stocks ittici risultano ‘ufficialmente’ soggetti a sfruttamento eccessivo, con numerosi esempi di specie ormai vicine al collasso biologico, e lo sforzo di pesca che le flotte dei singoli paesi possono esercitare cresce di anno in anno, non è infatti possibile -in buona fede- mettere in campo una strategia che si proponga di “ristabilire le riserve” e contemporaneamente di “aumentare i posti di lavoro nel settore”. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno sì di pari passo, ma non possono essere affrontate nello stesso tempo e con le stesse misure, perché ad essere in gioco non è tanto la sopravvivenza delle comunità costiere in quanto tali, ma piuttosto la sorte di interi ecosistemi che per decenni hanno assistito ad un saccheggio indiscriminato, sospinto a sua volta da uno sviluppo drogato: o si pensa, subito e con decisione, di proteggere (anche con moratorie sulle catture) le specie più a rischio e di modificare il modus operandi dell’industria ittica, evitando di scendere a compromessi e di portare avanti il solito lavoro ‘lessicale’ di interpretazione delle norme, o di fatto poco potrà cambiare.

Un esempio per tutti: il progetto di riforma si propone di abbandonare il meccanismo delle quote (TAC), ovvero di quel sistema per cui, tenendo conto delle informazioni scientifiche sulla salute delle riserve e dei dati relativi alle catture degli anni precedenti, viene EU Fish 1concesso ad ogni paese un tetto massimo sul prelievo di pesce, in favore del criterio del Maximum Sustainable Yield, e cioè del massimo rendimento che uno stock può fornire senza che venga intaccato il suo tasso di riproduzione. Ora, come possono capire anche i neofiti, se davvero si fosse tenuto conto, anche in passato, delle reali condizioni di ogni specie, i due concetti sarebbero stati assolutamente sovrapponibili; invece, ciò che è avvenuto è stata una corsa all’innalzamento delle quote, basata su tutto meno che sui rilievi puntuali degli scienziati (i quali ormai da tempo gridano al rischio ‘crisi irreversibile’), ed adagiata in particolare sulle pressioni che le lobby dell’industria (soprattutto spagnole, portoghesi, britanniche e francesi) hanno sempre esercitato sui policymakers di Strasburgo. Di conseguenza, due sono i possibili pericoli insiti nella nuova proposta: da una parte, la possibilità che anche il criterio del MSY venga sostanzialmente aggirato perché, appunto, definito sulla base di assessments non corrispondenti ai livelli ‘ottimali’ e troppo ‘generosi’; dall’altra, la crescente inadeguatezza, ormai sottolineata da moltissimi studiosi, della nozione stessa di ‘massimo prelievo sostenibile’, la quale non tiene in conto la taglia e l’età degli animali pescati e neppure lo stato -più o meno critico- dello stock.

In altre parole, il MSY ci può dire quanto si debba catturare per evitare un ulteriore declino, ma non ci può dire quanto si debba catturare per favorire il ristabilimento di uno stock prossimo al collasso: è evidente, allora, che continuare a pescare una specie in modo ‘sostenibile’ può voler in effetti dire continuare ad impedirne il ritorno a livelli ‘di sicurezza’, perché è noto che più un gruppo di individui è minacciato, più sarà difficile che esso mantenga un tasso di riproduzione sufficiente ad evitare il rischio estinzione. Insomma, anche ammesso che l’UE riesca a dotarsi di un sistema di catalogazione eraccolta di dati scientifici (che ad oggi non possiede) e che i controlli sul rispetto delle catture siano rigorosi (il che -è risaputo- spesso non avviene), poco potrà il cambiamento di politica nei confronti di quelle riserve ittiche che oggi sono già così in pericolo da dover richiedere una moratoria totale.

Per tacere di altri aspetti della riforma, tra cui la stessa messa al bando della prassi delle ‘discards‘, consistente nel rigettare in mare le prede accidentali e quelle eccedenti la quota assegnata -altro regalo della vecchia, devastante PCP-, che rischia di scontrarsi con la poca chiarezza (allo stato attuale) della norma, risolvendosi in una statuizione di principio che poco influenzerà i comportamenti concreti dei pescatori (portati comunque a ‘disfarsi’ delle specie prive di valore commerciale), il nodo centrale è peraltro quello dei sussidi pubblici all’industria ittica.

Non si può, infatti, non ricordare che la pesca ha risentito per anni di una crescita ‘drogata’ dai finanziamenti europei, i quali Voting in EU Parliament in Strasbourg for  protection and conservation of fishery resourceshanno consentito ai singoli paesi il mantenimento di flotte sproporzionate rispetto al prelievo massimo che il mare poteva sopportare, ignorato l’emergere di una industria sempre più tecnologica e meccanizzata che ha potuto così aumentare di giorno in giorno lo sforzo di pesca e -grazie alla documentata assenza di controlli dei legislatori nazionali- supportato indirettamente l’illegalità (rappresentata da quei pescatori che hanno intascato il denaro destinato alla sostituzione delle vecchie reti da pesca -troppo poco selettive- ed all’adeguamento delle proprie imbarcazioni -con abbandono delle pratiche più distruttive-, senza poi fare alcunché per allinearsi alla disciplina europea, ed anzi inscenando continue proteste sulle taglie minime consentite e sulle quote di cattura). In quest’ottica, affermare che uno dei principali obiettivi della nuova PCP debba essere quello dell’aumento dei posti di lavoro suona quantomeno sinistro: se dal 2002 il tasso di occupazione nel settore ‘estrattivo’ è calato del 31%, il prelievo ha continuato nello stesso periodo ad essere eccessivamente sostenuto, e se adesso il declino nelle catture -oltre ad indicare la crisi degli stocks- ha avuto come conseguenza quella di ridurre ulteriormente il numero di pescatori, di certo la colpa non è dei pesci pescati, ma della totale dissennatezza con cui questa razzia è stata condotta. Senza una politica di lungo respiro che miri innanzitutto a ricostituire questa risorsa naturale di primaria importanza ecologica, oltre che economica, è inutile anche solo pensare di supportare una crescita dell’occupazione, ed a mio parere i tagli troppi timidi (e, tra l’altro, ancora lontani da venire) alle catture consentite non vanno certo nella direzione giusta.

Il problema della pesca nell’Unione Europea (e, per estensione, in tutto il mondo), in definitiva, non si può risolvere meramente ‘aggiornando’ la disciplina legislativa di riferimento, cambiando i requisiti per l’erogazione dei sussidi e fissando quote più basse, ma vafish invece affrontato modificando radicalmente il circolo vizioso di domanda, offerta (e relativo spreco), capacità di cattura, denaro che lo caratterizza. In primo luogo, perché anche le TAC, nonostante siano sempre state molto alte, sono state puntualmente e continuamente disattese dall’industria (senza considerare, tra l’altro la soglia di ‘unreported catches’), grazie soprattutto alla natura stessa del settore che rende praticamente impossibile un controllo capillare sul rispetto delle regole; in secondo luogo, perché il consumo di prodotti ittici continua a registrare livelli record nella società europea,trainando il mercato (e le importazioni) ed incoraggiando un crescente sforzo di pesca; in terzo luogo, perché non è possibile ignorare la basilare verità per cui l’avanzamento tecnologico consente a sempre più pescatori di prendere sempre più pesce; infine, perché lo scontro tra risorse naturali e leggi di mercato è per definizione uno scontro impari, e non può essere compreso a fondo se non, appunto, ‘cambiando prospettiva’.

PS: non ho parlato dell’impatto che le flotte europee hanno sugli stocks di paesi terzi o su quelli presenti in acque internazionali. Si tratta -purtroppo- di un’altra storia.

What are you industrious about?

Di seguito, la trascrizione (rielaborata) del discorso del coordinatore Dario Piselli che ha chiuso l’incontro di ieri.

Innanzitutto, vorrei parlare di Voi. Che cosa intendo?

Io ho contribuito, con grande impegno vi assicuro, a far nascere questo network, che come vedete sta muovendo i suoi primi passi e deve ancora guadagnarsi sul campo, con attività pratiche che potremo organizzare e definire di volta in volta solo se avremo il più ampio supporto possibile, l’attenzione che merita.

Ciononostante non mi sento, e non sono, una specie di leader sindacale, in primo luogo perché non ho mai militato in alcun 220px-Henry_David_Thoreaupartito e neppure in alcuna associazione ambientalista, ed inoltre perché filosoficamente ho sempre ritenuto che il primo passo verso una società migliore nasca in interiore homine, come scriveva anni fa il mio concittadino Luciano Bianciardi. Ho sempre ritenuto, cioè, che sia migliore ‘fare’ a livello individuale, comportarsi secondo ciò che si ritiene giusto (anche se si è da soli), piuttosto che fingere di essere grandi attivisti e capipopolo che poi di concreto, nella loro vita, inseriscono poco degli insegnamenti che propagandano. In questo mi sono sempre ispirato a ciò che ha scritto un grande pensatore americano, Henry David Thoreau, il quale sosteneva che l’unica scelta giusta fosse la scelta morale, prima che quella coerentemente scientifica, economicamente vantaggiosa, o ancora politicamente intelligente. Insomma, mi definisco un individualista (nel senso alto e ‘filosofico’ della parola, ovviamente), ma questo non vuol dire -come forse state pensando- che io creda che in realtà un network non abbia senso perché ‘è meglio fare da soli’: quello che intendo e’ che, per impegnarsi in qualcosa, si dovrebbe prima di tutto capire se quel qualcosa è davvero ciò che vogliamo, ciò che riteniamo giusto, e NON invece seguire mode, schieramenti politici o bandiere di ogni tipo e soltanto allora, in base a quello che altri hanno deciso, scegliere ciò che è meglio per noi.

Sempre Thoreau scriveva: ’se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo’; in altre parole, mi piacerebbe che voi che siete presenti oggi maturaste una convinzione (o l’abbiate già maturata) non perché lo abbiamo detto noi o l’ha detto Al Gillespie, o Marco Boschini o ancora Giuseppe Notarbartolo di Sciara, ma perché pensate che non ci sia cosa migliore da fare; perché pensate, e lo penso anch’io, che prima di essere economica, politica e sociale, la scelta della sostenibilità sia una scelta fondamentalmente morale. Come mi ha ricordato il fondatore del Tethys Research Institute nel dialogo che ho intrattenuto con lui, infatti, troppo spesso ci dimentichiamo di quanto abbiamo bisogno della bellezza, e cioè della necessità che sia non (o non solo) l’impegno civile a guidarci, ma la coscienza del nostro intimo rapporto con la natura che ci circonda.

Serve, insomma, una prospettiva diversa. Non è impossibile, e probabilmente neanche difficilissimo cambiare il modo di pensare a ciòPigs confined in metal and concrete pens che ci sta intorno. Pensiamo alle nostre tavole. Jonathan Safran Foer ha scritto che l’alimentazione, prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ed in effetti lo è, però al giorno d’oggi ci vuole poco ad accorgersi di quanto una simile affermazione sia veritiera. Infatti l’impatto ambientale (per tacere di quello morale, che non tutti considerano) dell’allevamento intensivo di carne è devastante ed innegabile, basti pensare che si stima che il solo consumo della stessa (tra trasporto e produzione) sia responsabile di oltre 1/6 delle emissioni di gas serra.

Così come devastante ed innegabile è l’impatto causato dalla pesca eccessiva sugli ecosistemi marini. Laddove spesso siamo Overfishing01ancorati ad una immagine, romantica e romanzata, del pescatore che sfida un mare che ha su di lui un potere di vita o di morte, la pesca oggi è in realtà un’industria, pesantemente sovvenzionata con fondi statali (nel nostro caso europei) ed in grado di produrre una pressione tragica sulle risorse naturali dei nostri mari. Una pressione talmente tragica che, se il ritmo del saccheggio non si attenuerà, secondo alcuni scienziati corriamo il rischio di non trovare più un solo pesce entro il 2050, ed alterare così irreparabilmente un equilibrio ecologico necessario alla vita sul pianeta, causando per di più imprevedibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare in quei paesi nei quali il pesce rappresenta non un lusso, ma la principale fonte di proteine e di sostentamento; gli stessi paesi, tra l’altro, le cui acque già adesso stiamo depredando a suon di corruzione e dei cosiddetti ‘accordi di partenariato‘.

Nè il cosiddetto fish farming, che rappresenta il 50% dell’offerta mondiale di prodotti ittici, può rappresentare ‘la soluzione’ al problema dell’esaurimento delle ‘scorte’: esso ha infatti un impatto altrettanto devastante sugli ecosistemi costieri (penso alla distruzione delle mangrovie a causa dell’allevamento dei gamberetti), sulla biodiversità e sulla pressione sulle risorse ittiche (perché se si allevano in maggioranza pesci carnivori, bisognerà comunque pescare per dar loro da mangiare).

Allo stesso tempo, attraverso tutte le attività umane, dalla deforestazione al consumo di territorio per scopi abitativi ed industriali, dall’inquinamento marino e terrestre alla caccia, contribuiamo all’estinzione di circa 200 specie al giorno (secondo le stime dell’UNEP), in un escalation che, il biologo Edward O.Wilson ha stimato, porterà entro 100 anni alla scomparsa di metà delle specie di vita sulla terra, e consumiamo con sempre più largo anticipo le risorse naturali che il pianeta è in grado di produrre ogni anno. Pensate che l’earth overshoot day, ossia il giorno dell’anno in cui iniziamo a vivere in ‘debito ecologico’, perché abbiamo sorpassato le capacità rigenerative dell’ecosistema, nel 1982 cadeva il 21 di Ottobre, e quest’anno è invece caduto il 22 di Agosto.

Come se non bastasse, a causa di attività economiche incontrollate attentiamo ogni giorno alla salute dei nostri simili (basti vedere cosapg-6-arctic-ice-pa è accaduto nei giorni scorsi in Cina, ma basti anche pensare al caso ILVA, i cui lavoratori si trovano -per farla breve- a scegliere tra lo stipendio ed il tumore) e con le emissioni di metano, anidride carbonica, perossido di azoto, black carbon, contribuiamo in maniera crescente ai cambiamenti climatici, cambiamenti climatici il cui impatto sullo scioglimento delle calotte polari non solo è ormai un fatto innegabile in praticamente tutta la comunità scientifica (e, se non lo fosse, non si vedrebbe perché molte multinazionali dei combustibili fossili abbiano negli anni pesantemente sovvenzionato alcuni scienziati al fine di produrre report che negavano che ci fosse un ‘global warming’ in atto), ma è anche recentemente stato rivisto -purtroppo in negativo- rispetto alle precedenti previsioni.

Infine, e qui si manifesta l’inestricabile rapporto tra questioni ambientali e sociali, disconosciamo i diritti di quei popoli indigeni che, immemori di altri soprusi di altre epoche, continuiamo a combattere (il colonialismo non è mai davvero finito) con espropriazioni forzate, con l’indifferenza, con l’emarginazione, e fingiamo che l’unico modo per risolvere i problemi della fame, della povertà, del sottosviluppo sia uno sviluppo senza volto, uno sviluppo che elimina tradizioni, culture, ecosistemi in nome di una società economica globalizzata, la quale ignora i luoghi, le storie e le persone, dimenticando che invece solo dove c’è comunità, dove ci sono legami forti tra terra e uomo, ci può essere vera sostenibilità e vero miglioramento delle condizioni di vita.

Di fronte a questo -pur riassuntivo- quadro, un quadro frammisto di ignoranza e di quell’avidità che John Steinbeck aveva descritto già 798152_509721482412036_1496481063_omolti anni fa nei suoi libri, abbiamo insomma tutti gli elementi per decidere di impegnarci. Non con la rabbia od il pessimismo, ma con l’ottimismo di chi vuole costruire qualcosa di nuovo, anche nella nostra piccola realtà studentesca. E’ per questo che non vogliamo solo portare cartelli o fare proteste fini a sé stesse. Crediamo che sia arrivato il momento di ‘inoculare’ con coraggio proposte radicali, decise, che non temono compromessi, all’interno delle organizzazioni che hanno il potere di fare qualcosa. Dobbiamo lavorare perché quelle idee che un tempo erano ritenute un po’ ‘fricchettone’, che erano emarginate a prescindere dalla discussione pubblica ‘seria’ (quella dei politici e degli imprenditori che ‘sanno’ ciò che è giusto), divengano invece LE IDEE, le uniche autorevoli perché le sole davvero realistiche, le sole non ancorate a quei modelli direi novecenteschi di sviluppo che hanno causato tutto ciò di cui abbiamo parlato. Dobbiamo, come network, porci l’obiettivo di unire radicalità ed istituzionalità, non dobbiamo avere paura di una visione alta ma allo stesso tempo dobbiamo impegnarci perché questa visione sia accettata, compresa, e divenga quella vincente anche all’interno delle istituzioni.

E, per fare tutto ciò, dobbiamo rendere per prima cosa la nostra comunità universitaria, con l’aiuto dei docenti, del rettore, del personale amministrativo, un posto in cui si respira la sostenibilità. Alberto Magnaghi, grande urbanista e teorico del concetto di sviluppo locale autosostenibile, ha scritto che ‘Il territorio è un atto d’amore, frutto della fecondazione della natura da parte della cultura’. Per questo partire dai nostri studi, dal posto in cui viviamo e nel quale abbiamo le nostre relazioni, è fondamentale. Perché possiamo gettare un seme, ed essere così fecondi per una comunità intera.