Se la pesca è un circolo vizioso

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Ieri, come avrete probabilmente avuto modo di sapere, il Parlamento Europeo ha votato a favore del progetto di riforma della Politica Comune della Pesca (PCP) presentato dalla deputata tedesca Ulrike Rodust, compiendo di fatto un passo decisivo verso l’approvazione finale della nuova strategia comunitaria che dovrà essere sancita dalla Commissione e dai Ministri dell’Unione competenti. Entusiasmo nei confronti di questo evidente cambio di rotta è stato espresso da tutti i maggiori gruppi ambientalisti, e si è parlato molto del voto dell’assemblea come di un voto teso a ‘porre fine’ per sempre al problema del sovrasfruttamento dei nostri mari e delle riserve ittiche del continente (ma non solo). Insomma, è tutto oro quel che luccica? La mia risposta è, s’intuisce, negativa.

Non fraintendetemi: da un lato, la soddisfazione dovuta all’avvenuta presa di coscienza -politica- della gravità della questione è innegabile. Dall’altro, è però vero che questo progetto rischia di trasformarsi (come purtroppo spesso accade) in un manifesto programmatico e mediatico, piuttosto che in un piano d’azione realmente efficace: ed il problema, a mio avviso, risiede nel fatto che le vere ragioni del declino di una risorsa fondamentale, quale è appunto il pesce, non sono state minimamente prese in considerazione dai legislatori (evidentemente, per motivi di opportunità).

Mi riferisco, in particolare, alla necessità che il tema dell’overfishing venga affrontato in una differente prospettiva, rispetto a quella fishing-discard-eu-haddoc-007assunta fino ad adesso quale pietra angolare della riforma. In un contesto in cui il 75% degli stocks ittici risultano ‘ufficialmente’ soggetti a sfruttamento eccessivo, con numerosi esempi di specie ormai vicine al collasso biologico, e lo sforzo di pesca che le flotte dei singoli paesi possono esercitare cresce di anno in anno, non è infatti possibile -in buona fede- mettere in campo una strategia che si proponga di “ristabilire le riserve” e contemporaneamente di “aumentare i posti di lavoro nel settore”. Sostenibilità ambientale e sostenibilità sociale vanno sì di pari passo, ma non possono essere affrontate nello stesso tempo e con le stesse misure, perché ad essere in gioco non è tanto la sopravvivenza delle comunità costiere in quanto tali, ma piuttosto la sorte di interi ecosistemi che per decenni hanno assistito ad un saccheggio indiscriminato, sospinto a sua volta da uno sviluppo drogato: o si pensa, subito e con decisione, di proteggere (anche con moratorie sulle catture) le specie più a rischio e di modificare il modus operandi dell’industria ittica, evitando di scendere a compromessi e di portare avanti il solito lavoro ‘lessicale’ di interpretazione delle norme, o di fatto poco potrà cambiare.

Un esempio per tutti: il progetto di riforma si propone di abbandonare il meccanismo delle quote (TAC), ovvero di quel sistema per cui, tenendo conto delle informazioni scientifiche sulla salute delle riserve e dei dati relativi alle catture degli anni precedenti, viene EU Fish 1concesso ad ogni paese un tetto massimo sul prelievo di pesce, in favore del criterio del Maximum Sustainable Yield, e cioè del massimo rendimento che uno stock può fornire senza che venga intaccato il suo tasso di riproduzione. Ora, come possono capire anche i neofiti, se davvero si fosse tenuto conto, anche in passato, delle reali condizioni di ogni specie, i due concetti sarebbero stati assolutamente sovrapponibili; invece, ciò che è avvenuto è stata una corsa all’innalzamento delle quote, basata su tutto meno che sui rilievi puntuali degli scienziati (i quali ormai da tempo gridano al rischio ‘crisi irreversibile’), ed adagiata in particolare sulle pressioni che le lobby dell’industria (soprattutto spagnole, portoghesi, britanniche e francesi) hanno sempre esercitato sui policymakers di Strasburgo. Di conseguenza, due sono i possibili pericoli insiti nella nuova proposta: da una parte, la possibilità che anche il criterio del MSY venga sostanzialmente aggirato perché, appunto, definito sulla base di assessments non corrispondenti ai livelli ‘ottimali’ e troppo ‘generosi’; dall’altra, la crescente inadeguatezza, ormai sottolineata da moltissimi studiosi, della nozione stessa di ‘massimo prelievo sostenibile’, la quale non tiene in conto la taglia e l’età degli animali pescati e neppure lo stato -più o meno critico- dello stock.

In altre parole, il MSY ci può dire quanto si debba catturare per evitare un ulteriore declino, ma non ci può dire quanto si debba catturare per favorire il ristabilimento di uno stock prossimo al collasso: è evidente, allora, che continuare a pescare una specie in modo ‘sostenibile’ può voler in effetti dire continuare ad impedirne il ritorno a livelli ‘di sicurezza’, perché è noto che più un gruppo di individui è minacciato, più sarà difficile che esso mantenga un tasso di riproduzione sufficiente ad evitare il rischio estinzione. Insomma, anche ammesso che l’UE riesca a dotarsi di un sistema di catalogazione eraccolta di dati scientifici (che ad oggi non possiede) e che i controlli sul rispetto delle catture siano rigorosi (il che -è risaputo- spesso non avviene), poco potrà il cambiamento di politica nei confronti di quelle riserve ittiche che oggi sono già così in pericolo da dover richiedere una moratoria totale.

Per tacere di altri aspetti della riforma, tra cui la stessa messa al bando della prassi delle ‘discards‘, consistente nel rigettare in mare le prede accidentali e quelle eccedenti la quota assegnata -altro regalo della vecchia, devastante PCP-, che rischia di scontrarsi con la poca chiarezza (allo stato attuale) della norma, risolvendosi in una statuizione di principio che poco influenzerà i comportamenti concreti dei pescatori (portati comunque a ‘disfarsi’ delle specie prive di valore commerciale), il nodo centrale è peraltro quello dei sussidi pubblici all’industria ittica.

Non si può, infatti, non ricordare che la pesca ha risentito per anni di una crescita ‘drogata’ dai finanziamenti europei, i quali Voting in EU Parliament in Strasbourg for  protection and conservation of fishery resourceshanno consentito ai singoli paesi il mantenimento di flotte sproporzionate rispetto al prelievo massimo che il mare poteva sopportare, ignorato l’emergere di una industria sempre più tecnologica e meccanizzata che ha potuto così aumentare di giorno in giorno lo sforzo di pesca e -grazie alla documentata assenza di controlli dei legislatori nazionali- supportato indirettamente l’illegalità (rappresentata da quei pescatori che hanno intascato il denaro destinato alla sostituzione delle vecchie reti da pesca -troppo poco selettive- ed all’adeguamento delle proprie imbarcazioni -con abbandono delle pratiche più distruttive-, senza poi fare alcunché per allinearsi alla disciplina europea, ed anzi inscenando continue proteste sulle taglie minime consentite e sulle quote di cattura). In quest’ottica, affermare che uno dei principali obiettivi della nuova PCP debba essere quello dell’aumento dei posti di lavoro suona quantomeno sinistro: se dal 2002 il tasso di occupazione nel settore ‘estrattivo’ è calato del 31%, il prelievo ha continuato nello stesso periodo ad essere eccessivamente sostenuto, e se adesso il declino nelle catture -oltre ad indicare la crisi degli stocks- ha avuto come conseguenza quella di ridurre ulteriormente il numero di pescatori, di certo la colpa non è dei pesci pescati, ma della totale dissennatezza con cui questa razzia è stata condotta. Senza una politica di lungo respiro che miri innanzitutto a ricostituire questa risorsa naturale di primaria importanza ecologica, oltre che economica, è inutile anche solo pensare di supportare una crescita dell’occupazione, ed a mio parere i tagli troppi timidi (e, tra l’altro, ancora lontani da venire) alle catture consentite non vanno certo nella direzione giusta.

Il problema della pesca nell’Unione Europea (e, per estensione, in tutto il mondo), in definitiva, non si può risolvere meramente ‘aggiornando’ la disciplina legislativa di riferimento, cambiando i requisiti per l’erogazione dei sussidi e fissando quote più basse, ma vafish invece affrontato modificando radicalmente il circolo vizioso di domanda, offerta (e relativo spreco), capacità di cattura, denaro che lo caratterizza. In primo luogo, perché anche le TAC, nonostante siano sempre state molto alte, sono state puntualmente e continuamente disattese dall’industria (senza considerare, tra l’altro la soglia di ‘unreported catches’), grazie soprattutto alla natura stessa del settore che rende praticamente impossibile un controllo capillare sul rispetto delle regole; in secondo luogo, perché il consumo di prodotti ittici continua a registrare livelli record nella società europea,trainando il mercato (e le importazioni) ed incoraggiando un crescente sforzo di pesca; in terzo luogo, perché non è possibile ignorare la basilare verità per cui l’avanzamento tecnologico consente a sempre più pescatori di prendere sempre più pesce; infine, perché lo scontro tra risorse naturali e leggi di mercato è per definizione uno scontro impari, e non può essere compreso a fondo se non, appunto, ‘cambiando prospettiva’.

PS: non ho parlato dell’impatto che le flotte europee hanno sugli stocks di paesi terzi o su quelli presenti in acque internazionali. Si tratta -purtroppo- di un’altra storia.

Pesce e povertà: ultima parte

Con le due parti precedenti di Pesce e Povertà, ho voluto fornire un quadro necessariamente generale, che fosse però anche sufficiente a capire le dinamiche che uniscono biodiversità e sviluppo sociale, della situazione africana. Tuttavia, questa terza ed ultima parte dell’analisi mi appare imprescindibile per completare il discorso: si tratta di andare a vedere nel dettaglio gli effetti della politica europea degli accordi di partenariato sui paesi che si sono lasciati convincere a stipularli. Al momento, sono vigenti dodici FPA con nazioni africane (mentre uno riguarda la Groenlandia). Secondo il sito ufficiale della Commissione Europea, che non è aggiornato, la maggior parte di questi protocolli sono scaduti nell’ultimo anno, ma basta fare una ricerca tra la legislazione comunitaria per trovare i documenti dei rinnovi. Sono infatti stati ridiscusse le intese con Mozambico, Capo Verde, Isole Comore, Seychelles, São Tomé and Príncipe e Marocco, mentre per quella con il Gabon le trattative sono ancora in corso. Rimangono nel frattempo in vigore gli accordi con Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Madagascar. Andrò ad esaminarne gli effetti.

Prima di iniziare, però, credo che ci siano tre argomenti collaterali che vale la pena menzionare, vista la loro relazione abbastanza stretta con il tema di ‘Pesce e povertà’; pur evitandone un esame approfondito, per ragioni di spazio, spero di fornire alcuni spunti di riflessione ed incoraggiare all’approfondimento, in attesa magari di un mio intervento sul blog. Il primo riguarda la reazione dell’Unione Europea al declino degli stock ittici in Africa: lungi dal prendere definitivamente una posizione contro l’overfishing, eliminando i lauti sussidi indiretti che elargisce periodicamente alla sua flotta e combattendo la lobby della pesca, essa ha ridotto in minima parte le quote di cattura consentite negli accordi più recenti, però allo stesso tempo ha stipulato FPA con paesi lontanissimi, gli unici le cui acque siano ancora sottosfruttate secondo la FAO¹, per aprire un intero nuovo mondo ai grandi motopescherecci francesi e spagnoli, gli unici a potersi permettere di gettare le reti alle profondità del Pacifico Occidentale: tali paesi sono Isole Salomone, Kiribati e Micronesia. Il secondo concerne la totale mancanza di controlli (e probabilmente la connivenza degli Stati membri) sulla pesca illegale che approfitta delle crisi politiche interne per depredare i mari delle nazioni più povere; è il caso della Somalia, che da cinquanta anni vede alternarsi dittature, signori della guerra ed emergenze umanitarie, e che non può perciò permettersi un controllo sulle proprie risorse naturali (secondo molti esperti, la recente esplosione di casi di pirateria al largo delle coste della Somalia è dovuta proprio al crollo degli stock ittici causato dall’overfishing europeo, che ha mandato il frantumi le vite delle comunità di pescatori locali²), ma anche della Libia, all’interno della cui EEZ sono stati recentemente riportati episodi di pesca illegale del tonno rosso e rispetto alla quale si sono addirittura ipotizzati patti segreti con l’Italia per lo sfruttamento della stessa specie³. Infine, non dobbiamo dimenticarci che parlare di biodiversità acquatica vuol dire essere attenti anche allo sfruttamento di fiumi e laghi, attenzione più che mai necessaria in Africa, nonchè alle problematiche connesse all’itticoltura (risorsa contro l’overfishing per alcuni, pratica eticamente e ecologicamente dannosa per altri, tra cui il sottoscritto): spero di dedicare il prima possibile un intervento al primo argomento, ma anche di concludere a breve un’intervista con un esperto di allevamento per dedicarmi anche a questa seconda tematica. Comunque sia, se volete alcune informazioni su come inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie alloctone e sovrapesca stiano danneggiando i grandi laghi africani, vi consiglio i riferimenti che troverete in fondo a questo post.

L’ICCAT e il declino degli stock

Torniamo adesso alla materia centrale del nostro esame. Uno degli strumenti che dovrebbero essere utilizzati all’interno degli accordi di partenariato (anche se non in tutti) per consentire uno sfruttamento sostenibile degli stock ittici consiste nella definizione di quote massime di cattura per le singole specie; questa misura ha iniziato a rendersi necessaria quando si è capito che ci si trovava davanti ad un drammatico declino della fauna ittica, dovuto al libero utilizzo delle zone di pesca prima, ai protocolli firmati dalle nazioni ex coloniali dopo il 1976 e infine ai fisheries partnership agreements. Purtroppo, è opinione comune che tali quote debbano essere decise annualmente con riguardo alle raccomandazioni delle commissioni (per l’Atlantico, si tratta soprattutto dell’ICCAT) convenzionalmente preposte a definire il massimo prelievo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), le quali, essendo di fatto schiave delle lobbies dell’industria ittica europea, sono solite ignorare i consigli degli scienziati (ironicamente, ci si riferisce all’ICCAT come International Conspiracy to Catch All Tunas). Di fronte al vertiginoso declino degli stock di tonno rosso, ad esempio, negli anni scorsi si sono spesso alzate le quote quando già risultava evidente che la specie era sull’orlo del collasso biologico (ma non si potrebbe pretendere altrimenti pensando che i membri di queste istituzioni sono delegati governativi di Stati africani ed europei che hanno alternativamente interesse a incassare i finanziamenti o a importare prodotti ittici). Fino a qui, la cornice generale, già preoccupante di per sé per la pericolosissima connivenza tra chi stabilisce le regole e chi le viola. Come se non bastasse, però, va detto che anche i modesti limiti suggeriti vengono puntualmente disattesi dall’UE, in una sorta di doppio salto mortale verso la fine della biodiversità marina. Il caso del tonno pinne gialle (Thunnus albacares) dell’Atlantico è emblematico: l’ICCAT ne fissa il MSY tra le 130 mila e le 145 mila tonnellate all’anno, quando già i dati indicano una diminuzione delle catture, indicativa del cattivo stato di salute della specie, alle 108mila tonnellate4, fingendo oltretutto di ignorare che sarebbe doveroso chiedere un rispetto del Replacement Yield, ovvero del vincolo più stringente che si rifà non al massimo sfruttamento sostenibile, bensì al massimo prelievo sicuro per evitare una diminuzione della biomassa. Se si pensa che la pesca illegale potrebbe addirittura raddoppiare il volume delle catture (il che appare plausibile considerando che solo l’Italia consuma annualmente 140mila tonnellate di tonno in scatola, il quale prevalentemente -salvo imbrogli- è proprio Thunnus albacares), ci si rende conto che il limite viene sbriciolato alla prova dei fatti: ulteriore prova ne sia il rivolgersi alle acque dell’Oceano Indiano per aggirare la crisi e rispondere a una crescente domanda di mercato. In risposta, il tonno pinne gialle è entrato recentemente nella lista rossa della IUCN, al livello “quasi minacciato”: poichè ci si riferisce ad un alimento tra i più comuni al mondo, il segno è assai preoccupante. Stesso destino (ma situazione peggiore) è riservato alle altre specie di tonno soggette alla pesca europea nell’ Atlantico: il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come ‘vulnerabile’, il Thunnus maccoyii, come ‘rischio a livello critico’, il Thunnus alalunga, come ‘quasi minacciato’5; tutti questi stock sono sottoposti dall’ICCAT a quote di cattura che non ne garantiscono un giusto tasso di riproduzione, e che se anche in astratto lo facessero non avrebbero una reale possibilità di essere accertate, nè tantomeno fatte valere, poichè non sono vincolanti. La conseguenza è che l’Unione Europea può tranquillamente derogarvi negli FPA, giustificandosi con la scarsità di conoscenze scientifiche sulla reale consistenza delle popolazioni. Al disastro del MSY, va poi aggiunto quello dell’effettiva calata delle reti: nella seconda parte di questa analisi ho infatti ricordato come un grosso danno alle comunità dell’Africa occidentale sia arrecato dalla situazione drammatica dei pesci demersali (cernie, merluzzi, pagelli), vittime collaterali della stessa pesca del tonno cui si è appena accennato, insieme a quella dei gamberi. In merito, si rivela disarmante un rapporto della FAO, redatto nel 2005, nel quale si afferma che ‘diciotto degli stock ittici demersali esaminati sono alternativamente completamente sfruttati oppure sovrasfruttati: tra questi, la cernia bianca, pescata principalmente in Senegal, Gambia, Mauritania, risulta praticamente estinta’. Allo stesso modo, l’alaccia (specie pelagica) e il gamberetto, entrambi tra i principali alimenti della regione, appaiono soggetti ad overfishing. Pienamente sfruttati sono poi il merluzzo e tre cefalopodi quali il polpo comune, la Sepia officinalis ed il calamaro, nonchè varie specie di aragosta e di granchi; dubbi sussistono infine sullo status di sardine e sgombri, la cui biomassa si rivela molto instabile6. Giunti a questo punto, mettendo insieme il discorso sulle quote di cattura del tonno e quello sullo sfruttamento delle specie ‘collaterali’, sarà più facile comprendere la falsità dell’affermazione tipica europea per cui la nostra flotta non toccherebbe gli stessi pesci che vengono consumati sul mercato locale, ed anzi si batterebbe per la tutela di entrambe le riserve.

Il Senegal e gli altri

Per averne la conferma, basterà guardare agli accordi di partenariato nel loro contenuto e nei loro effetti, ed in particolare a quei protocolli che adesso non sono più in vigore, perchè infine rigettati dagli Stati africani che li avevano accettati. Qui, ancora più che nei paesi ancora soggetti agli FPA, sono evidenti i segni naturali, ma anche sociali, dell’overfishing. Il caso che viene solitamente portato ad esempio è quello del Senegal, il quale dal 1980 al 2006 ha rinnovato puntualmente gli impegni presi, ed è tragico per più motivi. Il primo risiede nel fatto che questo paese, a differenza degli altri Stati della regione, ha negli anni accumulato una flotta da pesca battente bandiera nazionale di tipo industriale, che può raggiungere anche 50mila tonnellate di catture annue, alla quale si deve aggiungere una sterminata flotta artigianale (più di 300mila tonnellate di media)7. Tale circostanza, dovuta ai flussi migratori derivanti dalla siccità che nei decenni passati ha colpito ininterrottamente le regioni interne, stride violentemente con il presupposto sancito dalla Convenzione UNCLOS per la stipulazione di accordi di pesca: infatti, solo qualora un paese non avesse le risorse per servirsi adeguatamente delle proprie risorse ittiche, dovrebbe poter garantire diritti di pesca a Stati esteri. La conseguenza è la competizione spietata che ha depredato i fondali, e che ha colpito soprattutto il settore artigianale. Il numero di piroghe in Senegal si è infatti dimezzato dal 1997 al 20057, passando da 10mila a 5mila unità, con conseguenze devastanti sul piano sociale, quali insicurezza alimentare, disoccupazione e soprattutto crescente emigrazione verso l’Europa ed altri paesi africani. Qui i pescatori ormai senza lavoro possono trovarsi nella doppia veste di emigranti e ‘scafisti’, e servirsi delle loro stesse piccole imbarcazioni per viaggi oceanici verso la Spagna e il Mediterraneo8. Allo stesso tempo, però, gli effetti dell’overfishing sono stati avvertiti anche dalla flotta industriale: le catture sono crollate dalle 94mila tonnellate del 1994 alle 45mila del 2005; molte compagnie hanno chiuso, e quelle che rimangono lavorano al 50% delle proprie possibilità; le esportazioni del settore sono crollate del 32% negli ultimi quindici anni; gli impianti di trasformazione sono passati da 7 a 1; il 50-60% dei dipendenti è stato mandato a casa7. Il secondo motivo che ha spinto il Senegal sull’orlo del baratro riguarda il contenuto stesso dei vecchi accordi: come avevo accennato in precedenza, essi non prevedevano quote massime di cattura, ma solo un tonnellaggio massimo della flotta estera, unico requisito alla concessione della licenza, e non erano inoltre rivolti alla sola pesca del tonno, bensì a molte specie di facile commercializzazione in Europa, con l’unico obbligo per i pescherecci costieri di sbarcare parte del pescato per la trasformazione in Senegal, invece di esportarlo direttamente nel vecchio continente. Il terzo motivo ha infine a che fare con la mancanza di regolamentazione successiva alla cessazione di validità degli FPA: lungi dal rappresentare la fine delle attività europee nelle acque del Senegal, essa ha infatti consentito la formazione di joint venture a capitale misto, richiedendo come unico requisito che il 51% delle compagnie così nate appartenesse ad investitori senegalesi7. Ovviamente, di questo requisito viene fatta illegalmente carta straccia, con la conseguente diffusione di quel processo che i locali chiamano ‘senegalizzazione’ dei pescherecci europei (su 94 joint venture nel 2008, solo 15 sarebbero davvero guidate da locali), e che consente a queste imbarcazioni di usufruire di normative meno stringenti, continuando contemporaneamente a sfruttare le acque adesso teoricamente loro precluse: non è necessario avere osservatori a bordo, e non si deve scaricare parte del pesce in Senegal. Come amaramente riporta Charles Clover nel suo Allarme Pesce, ‘c’è gente che un giorno ha dei problemi a comprarsi un paio di calzoni, e il giorno dopo si ritrova proprietaria di quattro pescherecci a strascico‘. La fine degli accordi non ha significato, in questo paese, un reale cambiamento: da una parte, la presenza di una flotta interna comunque ampia richiede che vi siano applicate le limitazioni necessarie, dall’altra l’esportazione del pescato verso l’Europa rappresenta ancora una primaria fonte di ricchezza che, se genera introiti per poche persone, perpetua il circolo della malnutrizione nella stragrande maggioranza degli abitanti.

Lo stesso ragionamento relativo al Senegal può essere fatto per gli altri accordi non più in vigore, che pure riguardavano paesi con una flotta propria non altrettanto sviluppata, quali l’Angola, il Gambia, la Guinea Equatoriale e le isole Mauritius (mentre il protocollo firmato con la Repubblica di Guinea è stato stracciato nel 2009 dall’Unione Europea in seguito alla repressione di alcune proteste di piazza da parte del governo locale): il loro comune denominatore consisteva anche qui nella mancanza di un tetto vincolante alle catture. Per l’Angola, il limite si riferiva alla pesca di gamberi e gamberetti, ma in violazione dello stesso non erano previste sanzioni di alcun tipo; il Gambia invece poneva il pagamento dovuto dalle navi tonniere in relazione con l’effettivo risultato raggiunto dalle stesse, senza quote fisse di cattura; in Guinea Equatoriale e alle Mauritius infine, si stabiliva un vincolo oltre il quale semplicemente l’Unione Europea avrebbe dovuto pagare di più (con i soldi dei contribuenti e non dei pescatori). Inoltre, in tutti e quattro i casi (ma è una prassi di tali accordi) si limitava fortemente il potere degli osservatori, ai quali veniva consentito di salire a bordo solo per il tempo necessario alla misurazione delle catture, ed in ogni caso mai per più di una battuta di pesca; senza dimenticare ovviamente i casi (più che frequenti) di corruzione. Inutile dire che i risultati sono stati i medesimi sopra evidenziati.

In conclusione, quello che attende i paesi ancora sottoposti agli accordi di partenariato appare noto. Meno evidente, ma comunque fondamentale, è capire che anche la loro fine non significa automaticamente benessere per le popolazioni locali. La Namibia, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1992 ha espulso le imbarcazioni straniere dalle proprie acque territoriali, consentendo un ripopolamento degli stock in crisi, ma la flotta di cui dispone è comunque composta da joint venture di dubbia nazionalità, il che lascia intendere quanto sia difficile difendere la sicurezza alimentare dell’Africa. Se a tale mancanza di trasparenza del settore aggiungiamo poi il dramma della pesca IUU ed i trattati commerciali, grazie ai quali l’Europa si riappropria tramite l’importazione di ciò che senza i diritti di pesca non può più ottenere, possiamo farci un idea di come il colonialismo non sia mai davvero finito.

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¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010

² Robyn Curnow, Is Illegal Fishing to Blame for Somali Pirates? (CNN, 25.08.2011)

³ Richard Black, Tuna Fished ‘illegally’ during Libya Conflict (BBC, 07.11.2011)

4 ICCAT, Yellowfin Tuna Stock Assessment, 2008

IUCN, Red List of Threatened Species

FAO, Review of the State of World Marine Fishery Resources, 2005

7 ActionAid, SelFISH Europe Report, 2008

Focus Migration Profile: Senegal 

Altri riferimenti utili

Charles Clover, Allarme Pesce (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

Paul-Tijs Goldschmidt, Darwin’s Dreampond: Drama on Lake Victoria (MIT Press, 1996)

George Monbiot, Mutually Assured Depletion (The Guardian, 09.08.2011)

Per i testi degli accordi di pesca

http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/international/agreements/index_en.htm