Intervista a Daniel Pauly (Parte II)

Ieri ho pubblicato su One Daily Activist la prima parte del mio dialogo con il professor Daniel Pauly. Qui sotto trovate la seconda metà dell’intervista, nonchè documenti utili per quanti volessero approfondire la materia. Per concludere, devo riconoscere che mi è stata concessa una grande opportunità di confronto; la possibilità di avere a che fare con una delle persone più stimate nel panorama dell’ecologia mondiale è stata per me profonda fonte di ispirazione, così come spero rappresenti un momento di riflessione e  un incentivo all’azione anche per tutti i visitatori. Buona lettura!

Mr.Pauly, Lei si è speso in maniera decisa affinchè fosse riconosciuto che la creazione di riserve marine rappresenta l’unica via efficiente per consentire alle specie ittiche di ripopolare i mari ed evitare il loro declino. Se la loro estensione è ancora limitata nelle nazioni sviluppate, cosa può essere fatto per promuovere la loro creazione nei paesi poveri? Come affrontare il problema delle specie migratorie?

Gli attuali target globali di protezione dell’ambiente marino mirano a salvaguardare il 10/30% degli habitat di acqua salata entro i prossimi 3-5 anni. Tuttavia, questi obiettivi sono stati adottati senza una preventiva analisi in merito alla loro effettiva realizzabilità, e soprattutto senza una anteriore conoscenza dei dati sulle aree protette. Sono stato io, insieme ad altri colleghi, a presentare per primo un accertamento globale sullo stato delle MPAs, nonché ad affermare che il ritmo della loro creazione stava andando troppo a rilento per fare la differenza. I nostri studi hanno confermato le preoccupazioni circa la rilevanza e l’utilità di obiettivi globali di conservazione, ma al tempo stesso hanno evidenziato il bisogno di un immediato e rapido aumento nell’estensione delle aree protette. La loro distribuzione è ineguale, e solo la metà di esse fa parte di un network coerentemente integrato. Per migliorare questa situazione, dobbiamo lavorare su più livelli. Per salvaguardare le specie stanziali, è necessario predisporre un numero maggiore di aree di piccole dimensioni: infatti, una MPA di grosse dimensioni è inutile se creata senza l’applicazione sistematica di moderni strumenti di conservazione e dei principi che sovrintendono al design di tali zone. Certamente, questo non vuol dire che dobbiamo crearne solamente di piccole dimensioni: ad oggi, tra il 20% e il 46% delle acque protette nel mondo sono situate in aree isolate, e potrebbero dunque non essere efficaci per affrontare il problema delle specie migratorie, o alle specie che sono parte di un network globale (cui dobbiamo aggiungere le migrazioni causate dai cambiamenti climatici). Le riserve di grandi dimensioni sono necessarie per fare una reale differenza, e soprattutto la loro creazione è più conveniente nel rapporto costi/benefici, seguendo il concetto delle economie di scala (vedi il documento: Understanding the cost of establishing MPAs).

Per rispondere alla tua prima domanda, in questo momento la maggior parte dei fondi destinati alle aree protette situate all’interno delle aree economiche esclusive di paesi sviluppati viene da agenzie governative che operano a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo dipendono da fondi stanziati da agenzie straniere e/o agenzie locali (senza considerare le donazioni e il volontariato): in entrambi i casi, ad essere fondamentale è la volontà politica.

Molti vedono nell’acquacoltura la possibile soluzione della crisi degli stocks ittici. Il mio modesto parere è che essa rappresenti invece un rischio per la biodiversità ed una crescente fonte di inquinamento (lasciando da parte la questione morale relativa all’allevamento). Qual è la sua opinione in merito?

Inizialmente, l’acquacoltura potrebbe diminuire davvero la nostra dipendenza dal pesce selvaggio, e mitigare l’ormai prossimo declino. Tuttavia, il termine ‘acquacoltura‘ può riferirsi a due pratiche fondamentalmente differenti tra di loro: la prima riguarda bivalvi, come ostriche e cozze, o pesci di acqua dolce quali carpa e tilapia, l’altra indica invece l’allevamento di specie carnivore quali salmone e spigola e, in maniera sempre maggiore, l’ingrasso del tonno selvaggio ridotto in cattività. Il primo tipo di acquacoltura utilizza piante e plancton per generare un accrescimento netto dell’offerta di prodotti ittici, ed è praticata principalmente nei paesi in via di sviluppo, con il risultato di garantire un apporto di proteine animali economiche laddove più ce n’è bisogno. La seconda operazione, viceversa, ha bisogno di una fornitura costante di piccoli pesci che vengono usati come cibo per quelli allevati. Di conseguenza, c’è una perdita netta nell’offerta totale di pescato, e la pressione sugli stocks selvaggi aumenta invece che diminuire. In conclusione, più alleviamo specie carnivore, meno potremo comprare e mangiare pesce a buon mercato (sardine, acciughe, aringhe, sgombri).

Gli esperti hanno una differente visione dei sussidi all’industria della pesca, e Lei ha chiesto la fine di questa pratica. Certamente, essi garantiscono un vantaggio per le flotte dei paesi ricchi, ma secondo il mio parere in un certo modo anche il libero commercio è colpevole della crisi, perchè la crescente domanda occidentale influenzerà sempre il mercato. Inoltre, potrebbe l’abolizione dei sussidi portare ad una pesca IUU (illegale, non documentata e non regolata) ancora più aggressiva? Non sarebbe migliore incoraggiare un piano di sussidi modesti, orientati alla sostenibilità, ed investire il denaro risparmiato nella trasparenza e nella sorveglianza?

Tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i sussidi che aumentano la capacità di pesca (di qui in avanti, capacity-enhancing) sono intrinsecamente sbagliati, e sfortunatamente la maggior parte (solitamente circa il 60% del totale mondiale, che nel 2003 è stato di 30 miliardi di dollari) dei trasferimenti diretti al settore ittico è di questo tipo, con i sussidi per il carburante che rappresentano il 15-30% del totale. Perfino i summit del WTO hanno riaffermato la stretta interrelazione tra sussidi, sovracapacità e sovrapesca. Nonostante ciò, gli aiuti diretti a promuovere la conservazione e la gestione delle risorse sono considerati da più parti come necessari.

Rashid Sumaila ha classificato i sussidi in base al loro potenziale impatto sulla sostenibilità delle risorse ittiche, dividendoli in ‘benefici’, ‘capacity-enhancing‘ (come programmi che prevedono prestiti a tasso agevolato per la costruzione di navi, esenzioni fiscali e accordi di accesso ad acque straniere) e ‘di effetto dubbio’. Dovrebbero essere permessi solo i sussidi che favoriscono la crescita degli stock attraverso la conservazione e il monitoraggio delle catture attraverso controllo e sorveglianza. Soprattutto, dobbiamo fare attenzione alle misure dubbie, come i programmi di assistenza ai pescatori, i programmi di sviluppo delle aree rurali e il riacquisto dei pescherecci: tali misure sembrano giustificate per i loro obiettivi di welfare, ma tendono ad avere effetto opposto sulle riserve, perchè solitamente incoraggiano i pescatori a rimanere nel settore invece di diversificare, ad esempio permettendo loro di comprare battelli più efficienti ed innalzando artificialmente il costo del pesce. Il riacquisto, inoltre, rischia di avere un effetto ‘ricaduta’ quando gli stessi pescherecci dismessi vengono venduti ad altri paesi. In conclusione, è necessario assicurarsi che questi programmi siano indirizzati allo sviluppo delle comunità costiere in modi che non hanno un impatto, o che lo hanno positivo, sulle riserve (ad esempio, la garanzia di impieghi in progetti di conservazione e ripopolamento).

Non deve essere ulteriormente ribadito che i sussidi che aumentano la capacità di pesca vanno aboliti il prima possibile.

Per concludere, Lei è riconosciuto come uno dei primi biologi ad affrontare la sovrapesca da una prospettiva globale. Nella sua opinione, tale punto di vista è importante per risolvere il problema oppure solo come modo di aumentare la conoscenza della comunità mondiale su di esso? In un periodo di relazioni internazionali poco propense al dialogo, non Le pare più conveniente iniziare ad agire localmente, mentre allo stesso tempo si cerca di costruire qualcosa su scala più ampia?

La situazione della pesca è simile alla crisi finanziaria, dal momento che come questa non è stata causata dal fallimento di una singola banca, bensì dal fallimento dell’intero sistema bancario. E’ importante realizzare che, mentre per molte nazioni occidentali la fine del pesce può sembrare semplicemente un problema culinario, per 400 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo i prodotti ittici  rappresentano la fonte primaria di proteine animali, così come uno dei maggiori mezzi di sostentamento. Inoltre, la fine del pesce distruggerebbe l’intero ecosistema marino, ad un livello che stiamo iniziando solo adesso a comprendere: la rimozione dei predatori di vertice dalla catena alimentare avrà un effetto domino, che porterà all’aumento di meduse ed altre specie di zooplankton gelatinoso, e questo processo peggiorerà ancora in considerazione del fatto che gli oceani si scalderanno e acidificheranno a causa dei cambiamenti climatici. E’ essenziale preservare il maggior numero possibile di specie, così che quelle che riusciranno ad adattarsi saranno messe in condizioni di evolversi e propagarsi, senza considerare il fatto che gli studi più recenti dimostrano che una maggiore biomassa ittica potrebbe aiutare ad attenuare l’acidificazione stessa degli oceani. Così, mentre la pressione delle organizzazioni non governative e degli scienziati è necessaria per diffondere la consapevolezza del problema, i governi devono agire, e devono farlo sia a livello globale che a livello locale. La scienza ci permette di agire localmente, avendo allo stesso tempo in mente il quadro generale. Questo non vuol dire che non dobbiamo perseguire l’obiettivo degli accordi internazionali, specialmente con riguardo ai sussidi, ai network di aree marine protette, alla pesca in acque lontane e alle quote suddivise tra nazioni: è fondamentale però tenere a mente che stabilire dei target internazionali di conservazione molto ambiziosi potrebbe in qualche caso distorcere l’attenzione della comunità dalle misure più urgenti, e soprattutto ricordarsi che quegli stessi target possono essere migliorati a livello locale.

Ringrazio ancora una volta il professor Daniel Pauly, augurandogli di continuare a stimolare la conoscenza e la coscienza della comunità mondiale come ha saputo fare fino ad ora, e soprattutto augurando a tutti noi di riuscire a provocare un cambiamento nelle politiche governative riguardanti la sovrapesca, tramite la pressione popolare ma anche e soprattutto tramite le abitudini di acquisto ed il rapporto con il cibo. Come ha scritto Jonathan Safran Foer, l’alimentazione prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ma è oggi più che mai un dovere morale che riguarda tutti, vegetariani e non. Riguarda il nostro futuro e il futuro del pianeta, oltre che la nostra dieta.

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P.S. Come nel post precedente, rimando quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di pesce al progetto Fish2Fork.

Pubblicazioni utili del Professor Pauly:

Declining Catches Reason of Pessimism over Declining Stocks – Taipei Times, 10/07/2003

Assessing Progress Towards Global Marine Protection Targets – Fauna & Flora International, 2008

A Bottom-up Re-estimation of Global Fisheries Subsidies – Springer Science, Agosto 2010

Intervista a Daniel Pauly (parte I)

Il Professor Daniel Pauly è un biologo marino di fama mondiale, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di ricerca sulle riserve ittiche, teso in particolare ad esaminare l’impatto delle attività umane sulle stesse. E’ direttore del Sea Around Us Project presso la University of British Columbia, ha lanciato negli alcuni programmi importantissimi per la conservazione e la conoscenza dello stato degli stocks, quali ELEFAN e FishBase, e soprattutto è uno dei maggiori esperti di overfishing, problematica che per primo ha portato all’attenzione globale negli anni novanta. E’ autore di svariati volumi e più di 500 pubblicazioni scientifiche, nonchè vincitore di numerosi premi per il suo lavoro di protezione degli ecosistemi marini (un posto nello ‘Scientific American 50‘ nel 2003, l’ International Cosmos Prize nel 2005, il Volvo Environment Prize nel 2006, l’ Excellence in Ecology Prize ed il Ted Danson Ocean Hero Award nel 2007, e infine il Ramon Margalef Prize in Ecology and Environmental Sciences nel 2008); appare inoltre come figura chiave nel meraviglioso documentario ‘The end of the Line‘. Il New York Times lo ha definito un ‘iconoclasta’, per la sua autonomia di pensiero e intraprendenza nella lotta alla sovrapesca. Sono orgoglioso di essere riuscito ad intrattenere con lui in dialogo sullo stato dei nostri mari, che pubblicherò in due parti qui sul blog.

Per cominciare, può spiegare ai lettori l’importanza della fisheries science (termine che potremmo tradurre con scienza alieutica, ma che in realtà abbraccia molti aspetti della gestione delle risorse del mare, e comprende biologia ed ecologia marine, dinamica delle popolazioni, conservazione della natura) nell’analisi e nel mantenimento degli stocks ittici? Cosa può fare la legge e cosa può fare invece la scienza, per contrastare l’overfishing?

I nostri oceani sono stati le vittime di quello che ho definito un ‘gigantesco schema Ponzi‘. Fin dagli anni cinquanta, da quando cioè le loro operazioni hanno iniziato a subire gli effetti di una crescente industrializzazione (pensiamo agli strumenti GPS, ai rilevatori acustici di banchi di pesce, all’installazione di meccanismi di congelamento a bordo delle navi), le flotte di pesca hanno portato rapidamente al collasso gli stock di merluzzo, nasello, halibut, platessa, sogliola nell’Emisfero Boreale. Quando le riserve erano ormai esaurite, i pescatori si sono spostati a Sud, depredando nel frattempo le acque costiere dei paesi poveri, e alla fine hanno raggiunto perfino i Mari Antartici, alla ricerca di Cannictidi e pesci dei ghiacci (rockcods), nonché di krill. Nello stesso tempo, man mano che gli stocks costieri raggiungevano la soglia di criticità, i pescherecci si spingevano verso le profondità marine, e mentre scomparivano i pesci più grandi, l’industria iniziava a catturare specie più piccole e ‘brutte’, specie mai considerate adatte fino a quel momento per il consumo umano.

Le dimensioni di questa ‘truffa finanziaria’ ai danni del mare sono sfuggite agli scienziati governativi per tutti questi anni: da molto tempo, ovviamente, si studia la popolazione ittica sulla quale si basa la pesca, ma i laboratori si sono sempre focalizzati solamente sulle specie presenti all’interno delle acque territoriali delle singole nazioni, e coloro che hanno condotto ricerche su un particolare stock hanno sempre comunicato solo con gli scienziati stranieri che nel frattempo stavano analizzando il medesimo stock. In questo modo, non si è notato che le specie più diffuse essenzialmente si rimpiazzavano a vicenda nel volume delle catture. Soltanto a partire dagli anni novanta, un numero crescente di pubblicazioni scientifiche hanno iniziato a dimostrare che ciò che stava accadendo a livello locale, avveniva nello stesso momento a livello globale, e che era divenuto necessario attenuare lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, queste affermazioni hanno causato fin dall’inizio dure controversie tra gli ecologi marini e i fisheries scientists: i primi si sono sempre preoccupati della biodiversità a rischio, e quindi hanno sempre lavorato con le organizzazioni non governative, mentre i secondi tradizionalmente svolgono attività di consulenza per il settore della pesca o per le agenzie governative, ed il loro obiettivo è quindi quello di proteggere l’industria ittica e le persone che vi sono impiegate.

Tuttavia, anche costoro hanno dovuto rassegnarsi di fronte alla limpida evidenza del declino degli stocks, soprattutto dal momento che anche costoro vogliono in linea di principio che ci sia più pesce nel mare. Dunque adesso la sfida è tra la comunità, l’opinione pubblica, che possiede (o dovrebbe possedere) le risorse del mare, e l’industria della pesca: dobbiamo convincere quest’ultima a prendere meno pesce e far così riprendere le popolazioni ittiche. La scienza ha suonato l’allarme: adesso l’intervento dei governi è necessario. Di fatto, i governi sono le uniche entità che possono prevenire la fine del pesce. Innanzitutto perchè, una volta liberati dalla connivenza con l’industria ittica, sono gli unici organismi con una infrastruttura di ricerca capace di gestire gli stock: in particolare, le agenzie regolatrici devono imporre quote sull’ammontare di pesce catturato per ogni singolo anno, e il modo in cui devono strutturare queste quote è molto importante (ad esempio, semplicemente stabilire un volume massimo di cattura per tutta la flotta nazionale equivale a consentire una battaglia tra pescherecci per prendere tutto il pesce possibile prima che lo facciano gli altri, con una offerta eccessiva sul mercato nel breve periodo e conseguente calo dei prezzi; per contro, assegnare dei diritti di pesca, limitando il numero di pescatori e garantendo a tutti una frazione della quota totale porta ad un minore sforzo di pesca e dunque profitti maggiori). In secondo luogo, perchè sono quelli che elargiscono sussidi all’industria. Infine, perchè solo loro possono gestire le acque territoriali, identificando certe aree in cui proibire la pesca.

Il blog si è occupato della politica aggressiva dell’Unione Europea volta alla stipulazione di accordi di pesca con i paesi africani, le cui conseguenze si rivelano ogni anno di più catastrofiche a livello ambientale ma anche sociale. Adesso la questione è globale, con l’espansione di tali patti verso le acque del Pacifico Meridionale: qual è la ragione di questa nuova direzione, forse il fatto che ormai le acque atlantiche sono al collasso? Quali possono esserne gli effetti?

La ragione principale dell’espansione continua della flotta dell’Unione Europea attraverso i mari del mondo è la crescente domanda di pesce sul mercato interno. Tale incremento costante e drammatico non può essere soddisfatto dagli stocks degli stati membri, che sono in declino ormai da diversi anni, e questa situazione ha portato l’Unione a perseguire, e concludere, la lunga serie di accordi che tutti conoscono: da una parte essi forniscono ai paesi europei quella fonte conveniente di pesce che a questi ultimi manca (nonostante ci siano legittimi dubbi sull’adeguatezza delle compensazioni offerte ai paesi che vengono spinti a contrattare), dall’altra consentono ai pescherecci comunitari di operare in aree meno danneggiate. Dal 2001 al 2005, circa il 30% (o 8.8 milioni di tonnellate) del pesce sbarcato dalle flotte europee proveniva da acque territoriali esterne all’Unione stessa. I paesi dell’Africa Occidentale sono stati i primi a provare sulla loro pelle gli effetti di questa politica, sia a causa della vicinanza geografica che dei loro legami storici con le potenze coloniali (la Convenzione di Lomè fornisce una piattaforma programmatica per un trattamento preferenziale degli scambi con le antiche colonie). Durante il decennio passato, tuttavia, l’Europa ha incrementato anche la sua presenza in acque lontane, con accordi tesi a vincolare Stati dell’Africa Orientale e del Pacifico Meridionale. In generale, il volume delle catture nel settore della pesce è sempre stato trainato dallo sfruttamento sequenziale di nuovi territori di pesca, destinati a rimpiazzare quelli ormai collassati.

Si deve ricordare poi che questi accordi non rappresentano l’unico pericolo arrecato dall’Unione Europea alle riserve mondiali: per avere un quadro completo, dobbiamo pensare al ruolo giocato dal commercio mondiale. Di fatto, si stima che l’Unione ogni anni importi oltre 9.5 milioni di tonnellate di pescato, che proviene dalla maggior parte delle acque più pescose del mondo, dal Sud America al Sud Africa e persino dal Mar Cinese Meridionale. E’ facile capire quanto questa pratica possa essere devastante, specialmente se pensiamo che gli altri due grandi mercati mondiali (Giappone e Stati Uniti) sono anch’essi coinvolti in alcune di queste aree (ad esempio nel Sud del Pacifico): come risultato, i paesi in via di sviluppo sperimentano una pesca intensiva (e finanche distruttiva ed illegale), e vedono la propria sicurezza alimentare messa a rischio.

La FAO è l’unico organismo a svolgere un monitoraggio costante della situazione globale delle riserve ittiche (con i rapporti SOFIA) ed ha spesso alzato la voce sui rischi della crisi in atto. Tuttavia i suoi dati tendono spesso a sottostimare aspetti importanti quali le catture non regolari. Come si spiega questo fatto?

Hai ragione. Si tratta di qualcosa che la FAO dovrebbe affrontare il prima possibile. Il suo lavoro sulle attività di pesca mondiali è positivo, insostituibile e deve essere rafforzato: l’organizzazione non solo ha creato l’unico database globale delle catture, ma lo ha anche fatto analizzare dai propri esperti, con il risultato di formare uno staff che possiede un quadro generale della pesca, a differenza degli scienziati locali. Tuttavia, questo potrebbe aver portato ad una certa chiusura nei confronti dei tentativi di altri, volti ad interpretare gli stessi dati. Ciò che deve essere riconsiderato, innanzitutto, è il concetto per cui i report SOFIAs rappresentano ‘lo‘ stato delle riserve mondiali, piuttosto che una delle tante possibili interpretazioni di esso. Ad esempio, nel 2010 la FAO ha notato che la produzione di pesce nel periodo 2005-2008 si era mantenuta su livelli stabili, suggerendo appunto parola ‘stabilità‘ per descrivere la situazione, quando in realtà un volume di cattura in stato di stagnazione a fronte di uno sforzo di pesca sempre maggiore può indicare solamente una forte diminuzione della biomassa.

Esaminando il quadro generale, in ogni caso, i problemi più importanti da affrontare in riferimento ai report SOFIA, sono rappresentati dalla qualità decrescente dei dati inviati dai paesi poveri, nonché l’anomalia cinese. Nel primo caso, mezzi insufficienti e assenza di controllo portano ad un volume di cattura fortemente arrotondato per difetto, il quale potrebbe facilmente nascondere un declino degli stocks dovuto all’overfishing ed alla pesca illegale. Nel secondo caso, la Cina sembra aver arrotondato per eccesso i propri sbarchi per anni, come suggerito da molti esperti che notano come le catture siano ancora irrealisticamente elevate. Ciò è molto pericoloso, perchè se includiamo i dati cinesi nel dato mondiale, il volume di pesce è ancor in aumento, mentre se li escludiamo notiamo i segni del declino. Nel caso cinese, non può essere utile fermarsi ad ordinare una correzione dei dati, come ha fatto la FAO: ciò che deve essere intrapreso è invece un lavoro a stretto contatto con le autorità cinesi, al fine di stabilire un meccanismo di indagine più stratificato ed affidabile che impedisca di inviare dati non realistici.

Quali vantaggi potrebbero derivare dal fatto presentare la questione ‘overfishing’ non solo come un problema ambientale ma anche come un problema morale, focalizzandosi su aspetti quali diritti degli animali e importanza della biodiversità?

In verità, non ho ancora rivolto sufficiente attenzione al problema. In generale, tuttavia, un crescente numero di consumatori ad oggi vuole mangiare i prodotti del mare senza sentirsi colpevole. Questo ha portato alla creazione del MSC, il cui obiettivo è attestare le attività di pesca sostenibili e che è divenuto il principale certificatore mondiale. In ogni caso, non mancano dubbi di intensità sempre maggiore verso la sua opera (per informazioni ulteriori, leggi qui: Seafood Stewardship in Crisis, ndr): io credo che gli incentivi del mercato abbiano allontanato il modello di certificazione dal suo obiettivo originale, incoraggiando il riconoscimento del marchio MSC ad operazioni di vaste dimensioni, caratterizzate dall’utilizzo di ingenti capitali, mentre allo stesso tempo rendevano poco conveniente supportare le piccole imprese che si servono di tecniche molto selettive e di basso impatto. In altre parole, la preoccupazione dei consumatori per l’origine del pesce e per la biodiversità non si è automaticamente concretizzata nella diffusione di prodotti ittici sostenibili, a causa dell’interpretazione troppo libera delle regole e degli incentivi finanziari per la certificazione di grandi attività.

L’appuntamento è per domani per la seconda parte dell’intervista. Il mio ringraziamento però va subito alla disponibilità ed alla grande competenza del professor Pauly. Credo che il confronto con persone del suo calibro sia imprescindibile per poter anche solo pensare di risolvere le crisi ambientali di ogni tipo che minacciano la biodiversità e la vita sul nostro pianeta.

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P.S. Per quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di prodotti ittici, è altamente consigliato visitare il sito del progetto Fish2Fork.

Inoltre, per un esame ulteriore degli argomenti trattati, qui sotto sono a disposizione alcune pubblicazioni del professor Pauly:

Aquacalypse Now – The New Republic, 07/10/2009

Sourcing seafood for the three major markets: The EU, Japan and the USAMarine Policy, June 2010

Comments on FAO’s State of Fisheries and Aquaculture, or ‘SOFIA 2010’ – Marine Policy, October 2011