World Water Day Infographics

Yesterday was World Water Day! This year’s theme, “Water & Energy”, was meant to shed light on the interdependence that links these two issues (and the mutual relationship they also have with food security, biodiversity and so on). Learn more on the observance’s official website (http://www.unwater.org/worldwaterday/home/en/) and take a look at these poignant infographics by the World Bank (more here).

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Celebrate #IFDay 2014!

Today is the second International Day of Forests and the Tree. Exactly one year ago I wrote this to celebrate forests and their role for sustainable development: http://goo.gl/d6ZKcS

You may also like to take a look at the page set up by FAO or read the message of UN Secretary-General Ban Ki-moon.

Un altro anno in debito (ecologico)

Nelle culture e nelle tradizioni di tutto il mondo è presente almeno la memoria di un rito di passaggio collettivo, di un’occasione durante la quale ognuno è chiamato a liberarsi del proprio passato, dei propri errori, delle proprie sofferenze, per inaugurare un SEFAnuovo ciclo della vita e partire, per l’ennesima volta, da zero. Anche nella nostra, più modesta (e forse meno attenta al valore della simbologia) società tecnologica, alla fine di ogni anno molti di noi puntualmente descrivono quello appena trascorso come il peggiore possibile, ed in una sorta di catarsi a mezzo social network si augurano che il successivo sia foriero di soddisfazioni ed appagamento. Ebbene, purtroppo un augurio del genere non può riguardare ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare al nostro pianeta ed alle specie che lo abitano (compresa quella umana), pena il rischio ch’esso suoni ingenuo o, piuttosto, proferito in malafede. Infatti, l’idea che ogni anno si rivelerà più disastroso rispetto al precedente, con riguardo all’impatto della nostra civiltà sull’ambiente, si concretizza ormai in una macabra certezza. E’ quello che è avvenuto con il 2012, il quale, mentre veniva dichiarato dall’ONU ‘International Year of Sustainable Energy for All‘ ha assistito alla pianificazione di oltre 1000 nuove centrali a carbone ed all’inizio delle pericolosissime trivellazioni petrolifere nell’Artico. I dati del Global Carbon Projecthanno rivelato che nei 12 mesi appena trascorsi le emissioni globali di diossido di carbonio hanno raggiunto il nuovo record di 36 miliardi e mezzo di tonnellate; nel frattempo, sono state diffuse le cifre sui livelli di gas serra nell’atmosfera, che hanno toccato le 390.9 parti per milione (un altro record) nel 2011, con un incremento del 30% dal 1990, e tutto questo mentre la COP18 riunita a Doha riusciva a malapena ad estendere (e solo a pochi paesi) il minimale Protocollo di Kyoto in scadenza. Nel 2012 gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi decenni, uno stillicidio ancora in corso quando su New York si è abbattuto un uragano Sandy la cui violenza, secondo gli esperti, èArctic Drilling stata in gran parte esaltata dai cambiamenti climatici in atto. Allagamenti disastrosi si sono verificati in tutto il mondo, dalla nostra Italia all’Asia, e contemporaneamente la perdita della biodiversità non ha conosciuto battute di arresto. L’Earth Overshoot Day, il giorno approssimativo in cui vengono esaurite le risorse che il pianeta è in grado di generare ogni anno e la nostra civiltà inizia a vivere in debito ecologico, si è verificato per la prima volta il 22 di Agosto (nel 1992 era il 21 di Ottobre). Decine, infine, sono stati i report con cui le Nazioni Unite ed altri organismi internazionali hanno messo in guardia dalle crisi in atto e da quelle future, rivelando un trend negativo di durata ormai ultra-trentennale.

Ad un simile parabola discendente non si sottrarrà il 2013, considerata la natura irreversibile di molti processi in atto e l’inerzia di troppi di quelli che sono attori chiave sulla scena internazionale. Per quanto, a livello individuale, io apprezzi quel concetto filosofico per cui si deve vivere nel presente (il solo momento che possiamo influenzare con le nostre azioni), di certo una simile massima non potrà adattarsi alle devastazioni ambientali e sociali delle quali siamo spettatori, devastazioni che sono frutto di un processo continuo, il quale si distende senza sosta in ogni tempo ed in ogni luogo e non potrà subire un’inversione di tendenza se non tra diversi anni e dopo molti e grandi sforzi, che per la verità tardano ad arrivare.

Di certo, molta fiducia non l’hanno ispirata le stesse Nazioni Unite (termine con il quale si vogliono intendere i paesi del mondo da esse rappresentati), completamente chiuse al dialogo reciproco e spesso in apparenza sorde di fronte all’evidenza che quell’economia che i loro capi di governo si ostinano a cercare di rivitalizzare utilizzando le solite, vecchie categorie della crescita eAssemblea ONUdello sviluppo indiscriminato, va in realtà ripensata ed adeguata a necessità di giustizia ambientale e sociale ormai impellenti. Se a questo aggiungiamo la patologica, scarsa trasparenza delle pubbliche amministrazioni e dell’imprenditoria multinazionale, nonché la -ancora- troppo poco diffusa consapevolezza da parte della pubblica opinione dei paesi occidentali, il quadro appare decisamente fosco, anche per il prossimo futuro. Del resto, una ricerca del 2012 ha confermato che già 40,000 anni fa i nostri antenati australiani cacciavano i grandi vertebrati fino all’estinzione: un dato poco edificante, che impone un vero e proprio cambiamento epocale, antropologico nel rapporto tra la specie umana e la natura, se vogliamo avere la speranza di evitare un collasso biologico assoluto e definitivo. In questo quadro nerissimo, e pur nella certezza che il 2013 che ci aspetta non farà eccezione rispetto a tali, tremende aspettative, continueranno ad esserci persone, organizzazioni nazionali ed internazionali, gruppi di ricerca, che si batteranno perché l’agenda della politica mondiale possa mettere sempre più al centro i temi ambientali. Magari questo sforzo non potrà avere un effetto benefico sul breve periodo, ma di certo senza un impegno costante non avrebbe senso neppure discutere di cambiamenti così decisivi e improcrastinabili, cambiamenti fondamentali tanto per gli ecosistemi del pianeta quanto per la stessa struttura economica e sociale della civiltà contemporanea.

Arriviamo così al secondo punto di questa analisi. L’economista Jeffrey Sachs, a capo del progetto UNSDSN cui Greening USiena partecipa attraverso il nostro ateneo, ha recentemente affermato che povertà e questioni ambientali sono aspetti inscindibili di uno stesso problema ‘mondo’, legati tra di loro ed affatto in antitesi, come forse fino a qualche anno fa si sarebbe potuto pensare.Peru Indigenous People Secondo la gran parte degli studiosi, inoltre, cercare di risolvere la crisi del clima, quella della biodiversità, quella dell’inquinamento, implica oggi necessariamente il porsi in una nuova ottica nei confronti dell’attuale modello di sviluppo sociale ed economico; allo stesso tempo, è chiaro che solo attraverso una diversa, alternativa struttura della società, della politica e dell’economia si possono affrontare le sfide ambientali di questo secolo. Per tali ragioni, non c’è a mio avviso miglior modo di augurare un felice 2013 agli studenti di Greening USiena, alla comunità universitaria ed a tutti gli altri (si spera interessati) lettori, che quello di ricordare come il tema della sostenibilità sia contemporaneamente intriso di aspetti giuridici, sociologici, scientifici, tecnologici, economici ed anche filosofici ed antropologici. Di fatto, la stessa nascita del nostro network ha avuto come stella polare il concetto di interdisciplinarietà. Abbiamo così scelto di salutare i prossimi 365 giorni elencando le cosiddette ‘international observances’, ovvero i ‘titoli’ che, spesso sotto l’egida delle Nazioni Unite, vengono assegnati ad ogni nuovo anno. Queste ricorrenze testimoniano nella maniera più chiara la natura ‘ibrida’ delle problematiche che affliggono il nostro pianeta, e meritano di essere ricordate affinché non si perda mai la cognizione del sottile nesso che unisce tutela degli habitat selvaggi, diritti delle popolazioni indigene e delle minoranze, necessità di uno sviluppo locale ‘autosostenibile’ e della nascita di una nuova coscienza di luogo (per dirla con le parole di Alberto Magnaghi), modelli di consumo e di produzione, biodiversità, diritti dell’ambiente e degli animali, soluzioni alternative alla cementificazione del territorio, tecniche ingegneristiche e architettoniche innovative, cambiamenti nelle politiche economiche e sociali dei governi.

Il 2013, in primo luogo, è stato nominato dalle Nazioni Unite ‘International Year of Water Cooperation‘. Sappiamo tutti quanto2013logo_enl’acqua sia (non a caso) considerata elemento base della società, tanto di quella naturale come di quella umana: secondo la stessa ONU, entro il 2030 il mondo avrà bisogno del 30% di acqua in più per far fronte ai bisogni di una crescente popolazione, e il tempo per assicurare un simile approvvigionamento si assottiglia ogni giorno che passa. In quest’ottica, è concepibile un modello di sviluppo che fa delle risorse idriche alternativamente una materia liberamente appropriabile da parte del capitale ed una discarica? Questo ‘Anno per la Cooperazione sull’Acqua’ rappresenterà certamente un utile spunto di discussione in merito, ma purtroppo potremmo aspettarci poche azioni concrete a livello internazionale: è auspicabile allora che un ruolo guida venga assunto dalle comunità locali, in una tensione continua verso la riappropriazione dei beni comuni e la loro gestione in una prospettiva di sostenibilità.

Non meno importante sarà la ricorrenza dell’Anno Internazionale della Quinoa, ricorrenza proposta dalla Bolivia e supportata dalla FAO, con l’obiettivo di riconoscere dignità e rispetto alle popolazioni indigene della zona delle Ande, le quali hanno mantenuto,Quinoa controllato, protetto e preservato la quinoa come alimento per le presenti e future generazioni, grazie alle loro conoscenze tradizionali ed alle loro pratiche di vita improntate al rispetto della terra e della natura. E’ qui che nasce il filo rosso, quel concetto per cui cibo vuol dire comunità, vuol dire ambiente, vuol dire nuovo riconoscimento di un modello di vita diverso, fieramente non improntato a logiche di globalizzazione o di mercato.

Il 2013 farà infine parte di più di una decade riconosciuta su scala globale: da quella 2005-2014 per i Popoli Indigeni del Mondo a quella denominata Water for Life (2005-2015), dalla Decade per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile (ancora 2005-2014) a quella per i Deserti e la Lotta alla Desertificazione (2010-2020), dalla Terza Decade per lo Sradicamento del Colonialismo (2011-2020) a quella delle Nazioni Unite per la Biodiversità, biodiversità Decade logoche, laddove l’acqua rappresenta la base della vita, si configura invece come la struttura più intima ed essenziale della stessa, l’equilibrio delicato e fondamentale del mondo. Tutte queste tematiche meritano certamente di essere approfondite in altra sede e con più calma, ma in conclusione mi sento di dire una cosa: per quanto la proclamazione di simili ricorrenze lasci spesso il tempo che trova a livello internazionale, sta comunque a noi, come pubblica opinione e come singoli, il compito di far sì che esse non divengano un vuoto elenco, ma almeno un’occasione di confronto, di crescita, e di azione. Mi auguro che tale tortuoso ma necessario percorso inizi anche presso la comunità universitaria di Siena, e che un ruolo guida in questa sfida sia assunto dal nostro network e dai progetti che porteremo avanti con l’aiuto di tutti voi. Felice anno nuovo.

Dario Piselli, coordinatore

Intervista a Daniel Pauly (parte I)

Il Professor Daniel Pauly è un biologo marino di fama mondiale, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di ricerca sulle riserve ittiche, teso in particolare ad esaminare l’impatto delle attività umane sulle stesse. E’ direttore del Sea Around Us Project presso la University of British Columbia, ha lanciato negli alcuni programmi importantissimi per la conservazione e la conoscenza dello stato degli stocks, quali ELEFAN e FishBase, e soprattutto è uno dei maggiori esperti di overfishing, problematica che per primo ha portato all’attenzione globale negli anni novanta. E’ autore di svariati volumi e più di 500 pubblicazioni scientifiche, nonchè vincitore di numerosi premi per il suo lavoro di protezione degli ecosistemi marini (un posto nello ‘Scientific American 50‘ nel 2003, l’ International Cosmos Prize nel 2005, il Volvo Environment Prize nel 2006, l’ Excellence in Ecology Prize ed il Ted Danson Ocean Hero Award nel 2007, e infine il Ramon Margalef Prize in Ecology and Environmental Sciences nel 2008); appare inoltre come figura chiave nel meraviglioso documentario ‘The end of the Line‘. Il New York Times lo ha definito un ‘iconoclasta’, per la sua autonomia di pensiero e intraprendenza nella lotta alla sovrapesca. Sono orgoglioso di essere riuscito ad intrattenere con lui in dialogo sullo stato dei nostri mari, che pubblicherò in due parti qui sul blog.

Per cominciare, può spiegare ai lettori l’importanza della fisheries science (termine che potremmo tradurre con scienza alieutica, ma che in realtà abbraccia molti aspetti della gestione delle risorse del mare, e comprende biologia ed ecologia marine, dinamica delle popolazioni, conservazione della natura) nell’analisi e nel mantenimento degli stocks ittici? Cosa può fare la legge e cosa può fare invece la scienza, per contrastare l’overfishing?

I nostri oceani sono stati le vittime di quello che ho definito un ‘gigantesco schema Ponzi‘. Fin dagli anni cinquanta, da quando cioè le loro operazioni hanno iniziato a subire gli effetti di una crescente industrializzazione (pensiamo agli strumenti GPS, ai rilevatori acustici di banchi di pesce, all’installazione di meccanismi di congelamento a bordo delle navi), le flotte di pesca hanno portato rapidamente al collasso gli stock di merluzzo, nasello, halibut, platessa, sogliola nell’Emisfero Boreale. Quando le riserve erano ormai esaurite, i pescatori si sono spostati a Sud, depredando nel frattempo le acque costiere dei paesi poveri, e alla fine hanno raggiunto perfino i Mari Antartici, alla ricerca di Cannictidi e pesci dei ghiacci (rockcods), nonché di krill. Nello stesso tempo, man mano che gli stocks costieri raggiungevano la soglia di criticità, i pescherecci si spingevano verso le profondità marine, e mentre scomparivano i pesci più grandi, l’industria iniziava a catturare specie più piccole e ‘brutte’, specie mai considerate adatte fino a quel momento per il consumo umano.

Le dimensioni di questa ‘truffa finanziaria’ ai danni del mare sono sfuggite agli scienziati governativi per tutti questi anni: da molto tempo, ovviamente, si studia la popolazione ittica sulla quale si basa la pesca, ma i laboratori si sono sempre focalizzati solamente sulle specie presenti all’interno delle acque territoriali delle singole nazioni, e coloro che hanno condotto ricerche su un particolare stock hanno sempre comunicato solo con gli scienziati stranieri che nel frattempo stavano analizzando il medesimo stock. In questo modo, non si è notato che le specie più diffuse essenzialmente si rimpiazzavano a vicenda nel volume delle catture. Soltanto a partire dagli anni novanta, un numero crescente di pubblicazioni scientifiche hanno iniziato a dimostrare che ciò che stava accadendo a livello locale, avveniva nello stesso momento a livello globale, e che era divenuto necessario attenuare lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, queste affermazioni hanno causato fin dall’inizio dure controversie tra gli ecologi marini e i fisheries scientists: i primi si sono sempre preoccupati della biodiversità a rischio, e quindi hanno sempre lavorato con le organizzazioni non governative, mentre i secondi tradizionalmente svolgono attività di consulenza per il settore della pesca o per le agenzie governative, ed il loro obiettivo è quindi quello di proteggere l’industria ittica e le persone che vi sono impiegate.

Tuttavia, anche costoro hanno dovuto rassegnarsi di fronte alla limpida evidenza del declino degli stocks, soprattutto dal momento che anche costoro vogliono in linea di principio che ci sia più pesce nel mare. Dunque adesso la sfida è tra la comunità, l’opinione pubblica, che possiede (o dovrebbe possedere) le risorse del mare, e l’industria della pesca: dobbiamo convincere quest’ultima a prendere meno pesce e far così riprendere le popolazioni ittiche. La scienza ha suonato l’allarme: adesso l’intervento dei governi è necessario. Di fatto, i governi sono le uniche entità che possono prevenire la fine del pesce. Innanzitutto perchè, una volta liberati dalla connivenza con l’industria ittica, sono gli unici organismi con una infrastruttura di ricerca capace di gestire gli stock: in particolare, le agenzie regolatrici devono imporre quote sull’ammontare di pesce catturato per ogni singolo anno, e il modo in cui devono strutturare queste quote è molto importante (ad esempio, semplicemente stabilire un volume massimo di cattura per tutta la flotta nazionale equivale a consentire una battaglia tra pescherecci per prendere tutto il pesce possibile prima che lo facciano gli altri, con una offerta eccessiva sul mercato nel breve periodo e conseguente calo dei prezzi; per contro, assegnare dei diritti di pesca, limitando il numero di pescatori e garantendo a tutti una frazione della quota totale porta ad un minore sforzo di pesca e dunque profitti maggiori). In secondo luogo, perchè sono quelli che elargiscono sussidi all’industria. Infine, perchè solo loro possono gestire le acque territoriali, identificando certe aree in cui proibire la pesca.

Il blog si è occupato della politica aggressiva dell’Unione Europea volta alla stipulazione di accordi di pesca con i paesi africani, le cui conseguenze si rivelano ogni anno di più catastrofiche a livello ambientale ma anche sociale. Adesso la questione è globale, con l’espansione di tali patti verso le acque del Pacifico Meridionale: qual è la ragione di questa nuova direzione, forse il fatto che ormai le acque atlantiche sono al collasso? Quali possono esserne gli effetti?

La ragione principale dell’espansione continua della flotta dell’Unione Europea attraverso i mari del mondo è la crescente domanda di pesce sul mercato interno. Tale incremento costante e drammatico non può essere soddisfatto dagli stocks degli stati membri, che sono in declino ormai da diversi anni, e questa situazione ha portato l’Unione a perseguire, e concludere, la lunga serie di accordi che tutti conoscono: da una parte essi forniscono ai paesi europei quella fonte conveniente di pesce che a questi ultimi manca (nonostante ci siano legittimi dubbi sull’adeguatezza delle compensazioni offerte ai paesi che vengono spinti a contrattare), dall’altra consentono ai pescherecci comunitari di operare in aree meno danneggiate. Dal 2001 al 2005, circa il 30% (o 8.8 milioni di tonnellate) del pesce sbarcato dalle flotte europee proveniva da acque territoriali esterne all’Unione stessa. I paesi dell’Africa Occidentale sono stati i primi a provare sulla loro pelle gli effetti di questa politica, sia a causa della vicinanza geografica che dei loro legami storici con le potenze coloniali (la Convenzione di Lomè fornisce una piattaforma programmatica per un trattamento preferenziale degli scambi con le antiche colonie). Durante il decennio passato, tuttavia, l’Europa ha incrementato anche la sua presenza in acque lontane, con accordi tesi a vincolare Stati dell’Africa Orientale e del Pacifico Meridionale. In generale, il volume delle catture nel settore della pesce è sempre stato trainato dallo sfruttamento sequenziale di nuovi territori di pesca, destinati a rimpiazzare quelli ormai collassati.

Si deve ricordare poi che questi accordi non rappresentano l’unico pericolo arrecato dall’Unione Europea alle riserve mondiali: per avere un quadro completo, dobbiamo pensare al ruolo giocato dal commercio mondiale. Di fatto, si stima che l’Unione ogni anni importi oltre 9.5 milioni di tonnellate di pescato, che proviene dalla maggior parte delle acque più pescose del mondo, dal Sud America al Sud Africa e persino dal Mar Cinese Meridionale. E’ facile capire quanto questa pratica possa essere devastante, specialmente se pensiamo che gli altri due grandi mercati mondiali (Giappone e Stati Uniti) sono anch’essi coinvolti in alcune di queste aree (ad esempio nel Sud del Pacifico): come risultato, i paesi in via di sviluppo sperimentano una pesca intensiva (e finanche distruttiva ed illegale), e vedono la propria sicurezza alimentare messa a rischio.

La FAO è l’unico organismo a svolgere un monitoraggio costante della situazione globale delle riserve ittiche (con i rapporti SOFIA) ed ha spesso alzato la voce sui rischi della crisi in atto. Tuttavia i suoi dati tendono spesso a sottostimare aspetti importanti quali le catture non regolari. Come si spiega questo fatto?

Hai ragione. Si tratta di qualcosa che la FAO dovrebbe affrontare il prima possibile. Il suo lavoro sulle attività di pesca mondiali è positivo, insostituibile e deve essere rafforzato: l’organizzazione non solo ha creato l’unico database globale delle catture, ma lo ha anche fatto analizzare dai propri esperti, con il risultato di formare uno staff che possiede un quadro generale della pesca, a differenza degli scienziati locali. Tuttavia, questo potrebbe aver portato ad una certa chiusura nei confronti dei tentativi di altri, volti ad interpretare gli stessi dati. Ciò che deve essere riconsiderato, innanzitutto, è il concetto per cui i report SOFIAs rappresentano ‘lo‘ stato delle riserve mondiali, piuttosto che una delle tante possibili interpretazioni di esso. Ad esempio, nel 2010 la FAO ha notato che la produzione di pesce nel periodo 2005-2008 si era mantenuta su livelli stabili, suggerendo appunto parola ‘stabilità‘ per descrivere la situazione, quando in realtà un volume di cattura in stato di stagnazione a fronte di uno sforzo di pesca sempre maggiore può indicare solamente una forte diminuzione della biomassa.

Esaminando il quadro generale, in ogni caso, i problemi più importanti da affrontare in riferimento ai report SOFIA, sono rappresentati dalla qualità decrescente dei dati inviati dai paesi poveri, nonché l’anomalia cinese. Nel primo caso, mezzi insufficienti e assenza di controllo portano ad un volume di cattura fortemente arrotondato per difetto, il quale potrebbe facilmente nascondere un declino degli stocks dovuto all’overfishing ed alla pesca illegale. Nel secondo caso, la Cina sembra aver arrotondato per eccesso i propri sbarchi per anni, come suggerito da molti esperti che notano come le catture siano ancora irrealisticamente elevate. Ciò è molto pericoloso, perchè se includiamo i dati cinesi nel dato mondiale, il volume di pesce è ancor in aumento, mentre se li escludiamo notiamo i segni del declino. Nel caso cinese, non può essere utile fermarsi ad ordinare una correzione dei dati, come ha fatto la FAO: ciò che deve essere intrapreso è invece un lavoro a stretto contatto con le autorità cinesi, al fine di stabilire un meccanismo di indagine più stratificato ed affidabile che impedisca di inviare dati non realistici.

Quali vantaggi potrebbero derivare dal fatto presentare la questione ‘overfishing’ non solo come un problema ambientale ma anche come un problema morale, focalizzandosi su aspetti quali diritti degli animali e importanza della biodiversità?

In verità, non ho ancora rivolto sufficiente attenzione al problema. In generale, tuttavia, un crescente numero di consumatori ad oggi vuole mangiare i prodotti del mare senza sentirsi colpevole. Questo ha portato alla creazione del MSC, il cui obiettivo è attestare le attività di pesca sostenibili e che è divenuto il principale certificatore mondiale. In ogni caso, non mancano dubbi di intensità sempre maggiore verso la sua opera (per informazioni ulteriori, leggi qui: Seafood Stewardship in Crisis, ndr): io credo che gli incentivi del mercato abbiano allontanato il modello di certificazione dal suo obiettivo originale, incoraggiando il riconoscimento del marchio MSC ad operazioni di vaste dimensioni, caratterizzate dall’utilizzo di ingenti capitali, mentre allo stesso tempo rendevano poco conveniente supportare le piccole imprese che si servono di tecniche molto selettive e di basso impatto. In altre parole, la preoccupazione dei consumatori per l’origine del pesce e per la biodiversità non si è automaticamente concretizzata nella diffusione di prodotti ittici sostenibili, a causa dell’interpretazione troppo libera delle regole e degli incentivi finanziari per la certificazione di grandi attività.

L’appuntamento è per domani per la seconda parte dell’intervista. Il mio ringraziamento però va subito alla disponibilità ed alla grande competenza del professor Pauly. Credo che il confronto con persone del suo calibro sia imprescindibile per poter anche solo pensare di risolvere le crisi ambientali di ogni tipo che minacciano la biodiversità e la vita sul nostro pianeta.

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P.S. Per quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di prodotti ittici, è altamente consigliato visitare il sito del progetto Fish2Fork.

Inoltre, per un esame ulteriore degli argomenti trattati, qui sotto sono a disposizione alcune pubblicazioni del professor Pauly:

Aquacalypse Now – The New Republic, 07/10/2009

Sourcing seafood for the three major markets: The EU, Japan and the USAMarine Policy, June 2010

Comments on FAO’s State of Fisheries and Aquaculture, or ‘SOFIA 2010’ – Marine Policy, October 2011


Pesce e povertà: il saccheggio africano II

Il neocolonialismo della pesca (segue)

I primi Fisheries Partnership Agreements con i paesi africani iniziano ad essere stipulati già dagli anni ’70, poichè proprio in quel periodo si diffonde la delimitazione delle acque territoriali (con la nascita delle EEZ) e diviene necessario farsi garantire i diritti di pesca dagli Stati sovrani. Non dobbiamo dimenticarci, però, che non esiste solo tale modello di accordo: esso infatti è quello disciplinato dall’Unione Europea, ma i singoli Stati ne possono stipulare di diverso tipo (è stato soprattutto il caso della Spagna), ragion per cui la situazione è pericolosamente difficile da controllare. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) provvede ad incoraggiare queste intese nel caso in cui le nazioni non siano in grado di sfruttare adeguatamente le risorse ittiche all’interno della propria zona esclusiva, pur imponendo di riservare una fascia minima di 12 miglia dalla costa per la pesca artigianale. Sia detto solo en passant, ovviamente i paesi con i quali si stipulano gli FPA non hanno i mezzi sufficienti per controllare le limitazioni poste dal diritto internazionale, nonchè quelle contenute negli stessi trattati, per cui la violazione delle regole ad opera dei grandi motopescherecci, specie di notte, rappresenta la normalità. Il budget dell’Unione destinato ai finanziamenti per i paesi terzi è costantemente cresciuto dai 6 milioni di Euro (ECU) nel 1981 ai 260 del 2008¹, l’80% dei quali avvantaggia i pescherecci spagnoli, i più direttamente interessati alla pesca nell’Africa Occidentale. Nel 2002 la Commissione Europea ha emanato una piattaforma programmatica per la negoziazione di accordi di partenariato², la quale contiene le linee guida dell’azione comunitaria, ed il Consiglio ha fatto lo stesso nel meeting del 19 Luglio 2004³: in questi documenti si sottolinea l’obiettivo di rafforzare e promuovere la pesca sostenibile, si conferma lo strumento degli FPA come miglior mezzo di sfruttamento razionale delle eccedenze e si concorda sulla necessità di combattere l’illegalità e di gestire in maniera responsabile gli stock in collaborazione con i governi degli Stati costieri. Qual è allora la situazione dall’altra parte del tavolo delle trattative?

Le cifre del disastro

La risposta è dura da digerire. E la cattiva notizia è che, pur riconoscendo all’UE l’attenuante di non essere sola a sfruttare gli stock oceanici dell’Africa (Giappone, Corea del Sud, Canada, Russia e ancor prima Unione Sovietica), e sorvolando sulle responsabilità per la pesca IUU (ovvero Illegal, Unregulated, Unreported Fishing: secondo le stime, ammonterebbe al 16% del totale delle importazioni europee), la quale in ogni caso dipende da una scarsa attenzione al pattugliamento e spesso batte pure bandiera spagnola4, la stipulazione degli accordi di partenariato rappresenta una maledizione per la biodiversità e per gli Stati costieri. Se prima, per soddisfare i propri bisogni, i pescatori dell’Africa Occidentale rimanevano in mare per meno di un giorno, adesso si trovano costretti a passare anche due settimane lontano dalla costa, in acque sempre più profonde e con risultati sempre più scarsi. I motopescherecci industriali (la flotta esterna dell’Unione conta poco più di 700 unità) raccolgono venti volte il pesce delle migliaia di piroghe che caratterizzano questi luoghi, portando a casa un 25% delle catture annuali europee. Il problema sta nel fatto che per le istituzioni comunitarie queste acque sono sotto-sfruttate, con la conseguenza che i nostri pescatori non fanno altro che gestire le eccedenze; eppure ciò è molto lontano dal vero. Al largo delle coste dell’Africa occidentale, grazie alle forti correnti ascensionali dell’oceano, la pescosità è in effetti molto elevata, e si stima che in queste zone trovino il loro habitat circa 1200 specie di pesci; ma il biologo Daniel Pauly ha calcolato che dal 1945, con l’inizio dello sfruttamento industriale, le riserve ittiche sono diminuite del 50%, e i dati forniti dalla FAO confermano questa situazione. Nelle acque dell’Atlantico centro-orientale il totale delle catture è sceso costantemente, dopo il picco raggiunto nel 20005 (al picco precedente, nel 1990, era seguito un tremendo tracollo): a farne le spese soprattutto i pesci pelagici oggetto degli accordi commerciali, quali tonni e maccarelli. Per quanto riguarda l’Atlantico sud-orientale, poi, si è avuto un declino inesorabile delle stesse specie (circa 2 milioni di tonnellate in meno dalle medie degli anni settanta al totale del 20085). C’è però un altro aspetto della sovrapesca, sul quale i dati della FAO si rivelano bugiardi: stiamo parlando delle catture accidentali. Dalle tabelle dell’organizzazione potrebbe ricavarsi infatti l’impressione che il volume di cattura dei pesci demersali (cernie, pagelli, merluzzi) sia rimasto immutato negli anni, eppure la maggior parte di questi stock è sull’orlo dell’esaurimento. Perché? Semplicemente, il motivo risiede nel fatto che le statistiche si basano su quanto viene dichiarato dalle flotte (per l’Africa occidentale, circa 12.000 tonnellate annue): si stima però che la cifra reale sia addirittura otto-dieci volte più alta. Le specie di cui si è parlato, infatti, divengono facilmente prede accessorie quando si pescano i gamberi con la rete a strascico, dragando il fondale sul quale questi animali vivono. Il destino delle catture accidentali è duplice: una parte viene sbarcata sul posto e venduta sottobanco alla popolazione locale, l’altra (costituita dalle specie non commercializzabili, ma soprattutto dai giovani esemplari ancora non in età da riproduzione) è ributtata in mare; poichè questa enorme quantità di pesce (spesso si tratta dell’80-85% dell’intero bottino) non viene resa nota, è naturale che il depauperamento degli stock sia sottostimato. Gli stessi gamberi, vista la predazione del novellame sottotaglia, sono in esaurimento. L’Unione Europea si trova proprio al centro di questa devastazione, eppure finge di non saperlo, trincerandosi dietro la mancanza di dati certi sul volume delle riserve. Gli accordi che stipula prevedono una quota massima di pesca solo per il tonno (manco a dirlo, si tratta sempre di una quota eccessiva, come dimostra il fatto che i nuovi FPA sono andati a cercare acque ancora più lontane, in Oceania ad esempio), fissando per le altre prede un mero limite al tonnellaggio delle imbarcazioni, e senza neanche controlli sulle maglie delle reti6. Inoltre, essa sostiene che le specie oggetto del proprio interesse siano diverse da quelle catturate dai pescatori tradizionali, ma anche questo è falso: l’unica differenza risiede nella maggiore selettività di una pesca con le piroghe rispetto all’utilizzo di reti a circuizione a profondità più elevate. L’impatto sugli Stati costieri dell’Africa, in definitiva, è devastante per molte ragioni: non si tratta solamente dei danni arrecati ad un delicato ecosistema marino e del problematico sostentamento degli abitanti, ma anche del circolo vizioso che viene creato dalla domanda di mercato. Infatti, gli stessi produttori locali trovano adesso più vantaggioso esportare il pescato verso l’Europa7, aumentando così una crisi alimentare che pare essere irreversibile, mentre contemporaneamente la possibilità per la flotta UE di trasformare il prodotto direttamente a bordo impedisce il formarsi di una industria di trasformazione locale. Una ricerca ha svelato che l’80% dei posti di lavoro creati dagli accordi di partenariato non si trovano in Africa, ma nel vecchio continente8.

Si fa presto a capire quanto siano dannose delle politiche così condotte, sia per le comunità locali che per l’ambiente. Non è tutto, però: che fine fanno gli aiuti promessi dall’Unione in cambio dei diritti di sfruttamento? Seguendo la lettera degli stessi FPA, questi soldi dovrebbero servire all’ammodernamento dei paesi terzi, alla lotta contro la povertà e alla sicurezza alimentare, con una percentuale molto alta vincolata ad essere spesa per lo sviluppo sostenibile della pesca stessa. Secondo uno studio della Swedish Society for Nature Conservation (SSNC), tuttavia, ‘in tre casi su quattro non ci sono prove che i fondi siano stati spesi per lo sviluppo dell’industria locale’, e le istituzioni europee non si preoccupano di controllarne l’effettiva destinazione d’uso. Se si pensa che le cifre in alcuni casi rappresentano un terzo del totale degli introiti statali (Guinea-Bissau e Mauritania), ci si rende conto del fatto che difficilmente queste serviranno per attivare i progetti sbandierati6.

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¹ European Commission, EU budget 2008. Financial Report

² European Commission, Integrated Framework for Fisheries Partnership Agreements with Third Countries, 23.12.2002

³ Council of the European Union, 2599th Council Meeting. Agriculture and Fisheries, 19.07.2004

CNN, ‘Pirate’ Fishermen Looting West African Waters, 30.06.2011

5 FAO, The State of Fisheries and Aquaculture, 2010 

6 Swedish Society for Nature Conservation, To Draw the Line, 2009

7 Gumisai Mutume, Africa Seeks to Safeguard its Fisheries, Aprile 2002 (da Africa Recovery)

8 IFREMER, Evaluation of the Fisheries Agreement Concluded by the European Community, 1999

Altri riferimenti utili:

Charles Glover, Allarme Pesce. Una Risorsa in Pericolo (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

ActionAid International, SelFISH Europe Report, 2008

George Monbiot,  Manufactured Famine, (The Guardian, 26.08.2008)