Rapporto ISPRA sulla Direttiva #Habitat

Greening USiena sulla caccia alla volpe

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Come molti di voi ormai sapranno, uno dei punti centrali all’interno della filosofia di Greening USiena è rappresentato dall’idea che, con riferimento alle problematiche della ‘sostenibilità’, dimensione internazionale e dimensione locale siano aspetti inscindibilmente collegati, e che pertanto essi debbano necessariamente essere oggetto di azioni sinergiche per potersi influenzare positivamente in maniera reciproca (non ci stancheremo mai, in particolare, di citare le parole del Prof. Alexander Gillespie che sono apparse anche nell’articolo di presentazione di Greening USiena al World Student Environmental Network: “if you get too global, your feet don’t touch the ground; but if you get too local, things just pass you by“). Insomma, se non guardiamo prima di tutto a quello che ci sta intorno, a quello che non va nella nostra comunità, non possiamo neanche pensare di affrontare in maniera credibile i problemi cosiddetti ‘globali’.

Crediamo pertanto doveroso, alla vigilia dell’apertura (sottoposta -notizia dell’ultima ora- ad una moratoria) della caccia di 260px-Siena_Lupa_in_front_of_palazzoselezione alla volpe tramite interventi in tana, deliberata nell’ambito del Piano Faunistico Venatorio 2012-2015 dalla Provincia di Siena e prevista per il 1° Aprile, esprimere la nostra opinione in merito, soprattutto in considerazione delle vivaci (e, lo diciamo già da adesso, a nostro parere condivisibilissime) critiche che il progetto ha sollevato e continua a sollevare in queste ore. Vorremmo farlo perché riteniamo che la tutela della biodiversità toscana sia un argomento cruciale per il futuro del nostro territorio, così come più in generale la ricerca di un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e con la fauna selvatica ci pare possa dire molto di dove vogliamo andare in termini di società e di modello di sviluppo, e non desideriamo perciò esimerci dal rivolgere a nostra volta una decisa protesta nei confronti dell’Amministrazione Provinciale.

Prima di esaminare più nel dettaglio le incongruenze e gli aspetti deprecabili della strategia di controllo della volpe, però, ci teniamo a sgombrare subito il campo da alcuni equivoci di fondo. In primo luogo, vogliamo prendere le distanze dallo SONY DSCscontro a nostro parere molto ‘politico’ e poco ‘scientifico’ che sta caratterizzando il dibattito, ribadendo la nostra totale indipendenza dalle istanze di lobby che sembrano tendere più a far propria la battaglia mediatica (pro o contro l’abbattimento) che a raggiungere un obiettivo concreto; in particolare, noi pensiamo che mettere al centro lo scontro tra ‘barbarie’ e ‘necessità’ dell’attività venatoria significhi in questo caso sviare l’attenzione dal vero problema, del quale invece preferiremmo parlare, tirando in ballo il perpetuo scontro epocale tra cacciatori ed animalisti che va sempre molto di moda, ma che con un provvedimento della Provincia in sé c’entra (o dovrebbe entrarci) poco o nulla. Indipendentemente dalleposizioni personali che ognuno di noi può avere, per ragioni morali, sulla caccia (nel qual caso si spera che tali ragioni siano coerenti con il proprio stile di consumo quotidiano e non rappresentino invece mere affermazioni di comodo o ‘pietistico-compassionevoli’ manifestazioni di amore per i simpatici animaletti, dei quali però nel resto del tempo non ci importa alcunché), il tema in questione è infatti quello della legittimità (o meno) del controllo della popolazione delle volpi (ma in realtà ci riferiamo a tutta la fauna selvatica) tramite abbattimenti, e su questo sarebbe davvero utile concentrarsi per risolvere un’impasse che si prolunga da ormai troppo tempo, ostaggio di politicanti e disinformati di turno.

Inoltre, a nostro avviso, poco può fare (per quanto, a titolo personale, il sottoscritto ne condivida ogni parola) il riferimento, operato all’interno della lettera aperta inviata dalla trasmissione radio Restiamo Animali alla Provincia, all’aspetto morale della vicenda(“Saprete che l’art. 13 del Trattato di Lisbona (2007) dichiara gli animali “esseri senzienti” e che la dichiarazione di Cambridge (2012), firmata dai massimi scienziati al mondo, sostiene che “gli animali non umani hanno una coscienza”.”), per il semplice fatto che la morale individuale è -appunto- individuale, e non si può certo pretendere l’adesione 2008061516111038_Mamma e cuccioload un certa idea della vita e del rapporto tra specie da chi, evidentemente, non avverte né ha mai avvertito questa esigenza. Infine, e in conseguenza dell’ultima riflessione, ci sembra addirittura controproducente insistere (come molti stanno facendo) sul richiamo ai ‘cuccioli sbranati’, pensando che in qualche modo lo spirito che poco fa abbiamo chiamato ‘pietistico-compassionevole’ abbia a che fare con la morale, ed imponga almeno di rispettare i piccoli terrorizzati, se non le volpi adulte; una simile presa di posizione non ha nulla a che fare con pretesi fondamenti etico-filosofici della questione, dal momento che o si nega in radice la liceità morale dell’uccisione di qualunque essere senziente in ragione del suo diritto alla vita oppure la si ammette, ponendo gli animali sullo stesso piano, indipendentemente dalla loro età (però, a titolo di informazione, non sarebbe male notare che la stessa amministrazione si era ripromessa, nel Piano Faunistico Venatorio 2006-2010, Parte II, pag.17, di “concentrare gli interventi nel periodo Gennaio – Marzo, prima della stagione riproduttiva sia della piccola selvaggina che della stessa Volpe” ).

Insomma, quello che vorremmo è che a dettare il giudizio sull’operato della Provincia fossero criteri empirici, di scienza e di logica (ancorché ovviamente si debba presupporre una qualche forma di rispetto dell’animale – il problema è semmai vedere quanto questo rispetto sia condiviso), in modo da dimostrare, al di là di ogni obbligo morale (che pure, ripeto, appartiene al sottoscritto, ma che deve necessariamente nascere in interiore homine), quanto in realtà siano stati gli stessi amministratori locali ad aver abbandonato una logica di conservazione  e di tutela della biodiversità, adottando un punto di vista antiscientifico e, in tutta evidenza, piegato ad esigenze molto umane e poco ambientali.

Conviene a questo punto partire dalle dichiarazioni dell’Assessore alla caccia, Anna Maria Betti, la quale (non smentita), prima provincia12di annunciare (nella mattinata di oggi) la moratoria sull’attività di controllo della volpe, aveva affermato che “La Provincia persegue una logica di biodiversità, che non si raggiunge, come sostiene qualche fondamentalista, perché la natura si regola da sola, ma perché lavoriamo per assicurare equilibrio tra le specie”. Si tratta di affermazioni gravi (non è questa la sede per esprimere valutazioni sui criteri di scelta delle cariche all’interno della giunta provinciale, ma il fatto che al vertice di un assessorato importante come quell’agricoltura, alle risorse faunistiche ed alle aree protette non ci sia un esperto di conservazione non è un bel segnale per una Provincia che si pone come all’avanguardia sui temi della sostenibilità), che dimostrano quantomeno assenza di tatto, se non addirittura scarsa conoscenza della materia, in una circostanza in cui si dovrebbe essere il più chiari possibile (anche per far comprendere meglio all’opinione pubblica la situazione): a differenza di quanto dice l’Assessore, infatti, la natura si regola davvero da sola, a meno che non sia l’uomo ad introdurre elementi di disturbo al suo interno (vedi immissione di specie invasive sul territorio). L’ottica antropocentrica di un uomo buon pastore che regola gli equilibri ecologici, in altre parole, ci fa in un certo senso sorridere.

Ma ciò che è più grave è che, anche ad una sbrigativa lettura del Piano Faunistico Venatorio 2012-1015, nonché delle altre disposizioni dirigenziali della Provincia, lamotivazione fornita per la caccia in tana (anche oggi l’Assessore ha spiegato che “impropriamente si dice caccia, ma si chiama contenimento alla tana”…), ovvero quella dei danni che “la volpe, predatore generalista ed opportunista” causerebbe all’ecosistema, appare supportata da un impianto argomentativo veramente debole. In particolare, c’è un passaggio nello Studio di Incidenza (pag.79) che afferma chiaramente che “le uniche due specie la cui densità in determinati contesti viene segnalata come fattore di impatto negativo sulla biodiversità sono il Cinghiale e la Nutria”, ragion per cui un simile allarmismo pare cadere, anche in considerazione della non totale chiarezza del rapporto tra densità delle prede e densità della volpe, influenzata oltretutto dalla difficoltà di operare dei censimenti efficaci (l’Amministrazione, tra l’altro, nella disposizione dirigenziale 1206, prende atto che ”la densità della Volpe nell’Istituti faunistico e faunistico – venatori della provincia rilevata attraverso operazioni di censimento notturno con l’ausilio di sorgenti luminose eseguite con cadenza annuale dal 2000 al 2012 su percorsi prefissati, risulta comunque consistente e sostanzialmente stabile”, e non parla quindi di soprannumero ma di stabilità!).

Soprattutto, la logica di biodiversità, che pure sembra importantissima per la Provincia, appare invece ininfluente nel testo del Piano: in nessun contesto si richiama ad un generico equilibrio ecologico (eppure la volpe è un animale onnivoro, che non si ciba solo di fagiani e lepri ma anche di frutta, piccoli invertebrati, rettili, anfibi, uccelli), ma si fa invece SEMPRE riferimento al solo impatto sulle specie faunistiche di importanza venatoria (come a pag.39 del Volume II: “di fondamentale importanza per il raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto provinciale appare la prosecuzione delle attività di controllo sulla fauna selvatica ai sensi dell’art. 37 della LR 3/1994 per limitare la predazione da parte di specie (cinghiale, corvidi, volpe) in grado di esercitare un rilevante impatto sulle componenti faunistiche di importanza venatoria“), il che sostanzialmente significa che per l’amministrazione è prioritaria l’esigenza dellaproduttività faunistica, ovvero del mantenimento della Fagiano comunepopolazione di quelle specie che vengono condivise dalla volpe con i cacciatori: fagiano e lepre. Considerato che il 34% circa degli abbattimenti totali (leggi ‘animali cacciati’) nelle Aziende Faunistico Venatorie riguarda, appunto, fagiano e lepre (33,3% e 0,4%, come spiegato a pag.60 degli Elementi Conoscitivi), ci sorge spontanea una domanda: nel momento in cui la densità di questo tipo di piccola selvaggina fosse minacciata, perché non intervenire limitando la caccia, piuttosto che il numero di volpi? Oltretutto, tra gli stessi Elementi Conoscitivi del Piano Faunistico, c’è un intero paragrafo dedicato alle cause della diminuzione di lepri e fagiani e, guarda caso, non ha a che fare con la volpe: “la trasformazione dei sistemi agricoli ha portato in generale a un aumento della monocoltura e una “banalizzazione” degli ambienti agrari con la scomparsa di siepi e alberature e della coltura promiscua a favore di colture arboree specializzate e intensive e utilizzo di mezzi di produzione sempre più invasivi (meccanizzazione spinta e massiccio utilizzo di fitofarmaci): oggi è sempre più difficile incontrare paesaggi agrari costituiti da piccoli appezzamenti di seminativi alternati a filari di vigneti e piccoli oliveti i cui confini sono costituiti da siepi e alberature di essenze autoctone; per non parlare delle vecchie sistemazioni agrarie tipiche di un certo paesaggio e a salvaguardia del dissesto idrogeologico, soppiantate da distese di vigneti a “rittochino”. Tutto ciò ha sicuramente peggiorato la qualità dell’habitat sia per la lepre che per il fagiano” (pag.32).

Neppure è sufficiente, a nostro avviso, che l’Assessore Betti continui a sostenere che il provvedimento contestato autorizza i contenimenti “esclusivamente nelle aree a riproduzione naturale”, cioè in quelle aree in cui non si fanno immissioni di animali appositamente allevati, destinati a soddisfare le esigenze dei cacciatori, le quali quindi ospitano solo fagiani e lepri ‘di origine selvatica’ (da notare che le immissioni di lepri non autoctone sono anch’esse causa della scomparsa di queste ultime). Infatti, quello che conta non è tanto che nelle aree di abbattimento non vi siano fagiani allevati, ma il fatto stesso che nel territorio della Provincia questa disponibilità di cibo ‘facile’ possa favorire un aumento della consistenza delle volpi: anche in questo caso, converrebbe eliminare il prima possibile le immissioni a scopo venatorio, più che colpire il predatore che inconsapevolmente se ne avvantaggia.

Se, arrivati a questo punto, si ritenga ancora necessario procedere al controllo della volpe, tuttavia disporre puramente e volpe1semplicemente l’abbattimento (o, per di più, il contenimento alla tana) stonerebbe egualmente con l’impianto della normativa vigente, la quale presuppone il previo esperimento (certificato insufficiente) di metodi non cruenti. Per la Provincia questi metodi (che hanno il grave difetto, agli occhi delle amministrazioni, di essere più costosi della caccia), quali ad esempio la riduzione delle possibili fonti alimentari o la vaccinazione, sono stati esperiti. Ma, anche allora, siamo sicuri che la caccia di selezione produca davvero i risultati che le altre modalità di controllo non sono stati in grado di ottenere? A questo proposito, sarebbe utile consultare le più comuni linee guida (si trovano su internet, vedi a titolo di informazione http://bit.ly/13AMnMa) sulla gestione della volpe, le quali affermano alternativamente che l’abbattimento potrebbe essere efficace solo laddove la popolazione non sia elevata e lo sforzo venatorio molto intenso o che la caccia di selezione non ha alcun impatto misurabile sulla densità di questa specie. In definitiva, gran parte degli studi condotti riconoscono addirittura come solo il controllo delle fonti alimentari abbia dimostrato un certo livello di successo.

Speriamo che queste ragioni (per la verità non esaustive) siano servite a chiarire il nostro punta di vista sulla questione, evitando magari sterili strumentalizzazioni. Prima di concludere, peraltro, ci preme sottolineare un ultimo aspetto, che secondo noi è decisivo. Ammettiamo, per assurdo, che sia tutto vero, che le volpi siano in soprannumero, che la caccia alla tana sithumbtrue1325589549784_710_472a efficace e che davvero si persegua una logica di tutela della biodiversità nel suo complesso. Ebbene, potrebbe bastare a giustificare una simile misura? Dobbiamo chiederci in che tipo di ambiente vogliamo vivere, e che tipo di relazioni vogliamo instaurare con le specie con le quali condividiamo i nostri ecosistemi ed i nostri territori. Conservare la natura deve significare operare al fine di ridurre tutto ad un ‘equilibrio minimo’, ricacciando sempre più la fauna selvatica in un ‘recinto’ ecologico nel quale non può darci alcun fastidio (tra l’altro, è chiaro che nessun equilibrio minimo può in realtà esistere, né tantomeno una diminuzione della biomassa può portare alcun beneficio all’essere umano)? O deve significare invece assumersi delle responsabilità; capire, in barba alle varie, disarmanti affermazioni dei rappresentanti delle associazioni di categoria che si leggono qua e là (vedi prossimo paragrafo), che più biodiversità c’è, meglio è; ed infine operare in positivo su quella stessa biodiversità, anche mediante il reinserimento di specie competitive (come il lupo e gli uccelli rapaci), per quanto ciò ci appaia costoso e provveda a spaventare i paladini della sicurezza e del dominio dell’uomo su tutto il resto?

Chiudo ricordando una frase che mi ha colpito -e qui parlo a titolo personale- durante la preparazione di questo pezzo. Con riferimento all’avvistamento, risalente ad oltre un anno fa, di alcuni lupi nella piana di Rosia, il presidente dell’Unione Provinciale Agricoltori della Provincia di Siena, Alessandro Cinughi de Pazzi, così si era espresso su un quotidiano locale: Oltre alla pericolosità dei noti predatori, il loro arrivo sta a significare che la provincia di Siena è diventata un enorme parco naturale dove a farla da padrone sono gli animali selvatici che vivono ormai indisturbati, con danni all’agricoltura incalcolabili”. Dentro queste due righe c’è a mio avviso tutta la battaglia ambientale, ma soprattutto culturale, che deve essere combattuta oggi.

A look at CITES’ procedures and effectivity

by Dario Piselli, Greening USiena coordinator

Since one of the most incendiary CITES meeting ever has wrapped up in Bangkok earlier this week, an in-depth look is needed in order to have a clear picture of how the conservation measures adopted by the Plenary could influence the international trade of those species that have been driven on the brink of extinction by their economic value and to better understand if the Convention’s procedure for listing really helps science-based arguments prevail over special interests. This is not merely a ‘policy’ issue, but rather an environmental one, since CITES’ positions reflect the stance of the entire international community coming down to the very survival of endangered species and given that a better implementation mechanism could achieve dramatic success and prevent an excessive exploitation of earth’s natural resources and biodiversity. As it happens with other intergovernmental bodies and conventions, in fact, control over the implementation of undertaken measures is the more difficult part to address in the whole process, especially considering that it is alternatively conducted at the national level (thus providing the means for unwilling countries to ‘escape’ commitments), too undetermined and ‘international’ (thus requiring mutual agreements between the involved States) or even almost impossible to monitor due to intrinsic reasons (think of high-seas and IUU -illegal, unreported, unregulated- fishing, for instance).

Before starting to address CITES’ procedures and the enforcement of its conditions, however, I should provide readers with a basic framework of the treaty’s operation, as well as with a few data on the international wildlife trade total volume and its impact on biodiversity and the environment.

In 2009, the estimated global imports value was over USD323 billion, and this figure excludes the vast and unregulated market of china-internet-wildlife-crackdownillegal wildlife trade, which -according to multiple sources- accounts for several billion dollars as well1. Wildlife trade, even the one that takes place within national borders, finds its primarymotivating factor in profit, ranging from local and small-scale activities (in the Fiji, those involved in the collection of marine specimens can expect a monthly income of USD452, compared to an average wage of USD502) to multinational companies and smugglers, and is driven by the global demand of food, healthcare (and not just traditional medicine), clothing, sport trophies, fuel, building materials and so on. In other words, there is good possibility everyone of us is involved in at least one aspect of the international wildlife trade (think of the timber used to make your floor or roof, which also has a 30% chance of coming from illegal logging3), most of the time without even knowing about it.

Given the size of wildlife products’ global market, it almost sounds obvious to say that wildlife trade accounts for a big part of the loss of world’s biodiversity, sometimes making pair with climate change, habitat loss and pollution. This kind of loss is not only threatening the survival of endangered species (which, if seen on moral grounds, could be a concern itself), but also putting food security and the income means of poor countries in jeopardy, as well as contributing to the environmental crisis (by both altering the ecosystems’ equilibria and using unsustainable methods to collect wildlife) and stealing natural resources’ sovereignty.

The Convention on the International Trade of Endangered Species (CITES) is an international treaty which was originally signed in 1973 to take a strong, worldwide stand against wildlife over-exploitation. In many ways, it can be said that it has achieved moderate success in the protection of world’s most endangered animals and plants but, on the other hand, fallacies are still present in its listing procedure and in the enactment process, and it is those fallacies that need to be addressed in order to improve the conservation status of many species which have seen their numbers shrink, almost to the point of extinction, in the last few years.

CITES operates by inserting endangered wildlife in the treaty’s three appendices, which amount to different protection levels; today I am jaglogabout to discuss the first two of them. Appendix I encompasses “all species threatened with extinction which are or may be affected by trade” (about 1200), including jaguars (panthera onca), tigers (panthera tigris), many species of whales, primates, birds and so on; for these plants and animals, international trade can be authorized just for non-commercial purposes, where the term ‘authorization’ refers to the possession of export and import permits granted by Scientific and Management Authorities of the involved states. Trade in the Appendix II species has to obey to much less stringent rules instead, as commercial purposes are permissible and an import certificate is not required; this appendix shall include “all species which although not necessarily now threatened with extinction can become so unless trade in specimens of such species is subject to strict regulation in order to avoid utilization incompatible with survival”4.

That said, it is relatively easy to understand why, without a a science-based listing procedure and a sound, national monitoring over the implementation of trade restrictions, inserting a species into one of the treaty’s appendices can be largely irrelevant, especially in those cases where the interaction of habitat loss and poaching(i.e.: tigers or rhinoceros are still critically endangered despite being listed in the Appendix I) or a single country’s bias (i.e.: China and Japan’s behavior towards shark and whale conservation ismanta_gillsinfluenced by the economic value of their market) represent insurmountable obstacles to international law and its implementation. The Bangkok meetinghaving been incensed for the inclusion of five sharks species, manta rays and some hardwood trees species in CITES’ Appendix II, public opinion and governments should be aware that its landmark votes are just the beginning of a path, and not the final result of the protection process, which needs to be strictly overseen and assisted by seizures, sanctions, national policies and transnational anti-crime operations in order to be effective. Looking at the global picture, and considering that a) up to 100 million sharks get killed each year5, b) around 3,300 manta rays endure the same destiny (primarily for their gill rakers)and c) as I noted earlier, 30% of world timber imports is likely to come from illegal logging, effectivity is definitely the key word in this field.

_______________

TRAFFIC, http://www.traffic.org/trade/
TRAFFIC, Dispatches No.23, February 2005, p.4
UNEP, Green Carbon: Black Trade Report
CITES, Convention Text
Boris Worm et al., Global catches, exploitation rates, and rebuilding options for sharks(2012)
Damian Carrington, Manta Rays: how illegal trade eats is own lunch (The Guardian, 05.03.2013)

Other references

T.Gehring and E.Ruffing – When Arguments Prevail Over Power: The CITES Procedure for the Listing of Endangered Species (2008)

Bowman, Davies, Redgwell – Lyster’s International Wildlife Law (2010)