Protestare non è pirateria

(comunicato di Greening USiena del 5 ottobre  2013)

“L’Oceano Artico è unico. Ospita una moltitudine di forme di vita altamente adattate alla condizioni stagionali ed estreme di questo ambiente”. E’ anche la regione nella quale più evidente è l’impatto dei cambiamenti climatici. Allo stesso tempo, mentre la sua banchisa si riduce di anno in anno, l’Artico è messo a rischio da esplorazioni petrolifere che minacciano uno degli ecosistemi più delicati e fondamentali del pianeta. Noi di Greening USiena siamo studenti e non portiamo avanti azioni dirette presso l’Università degli Studi di Siena. Nonostante questo, crediamo che protestare non sia pirateria; perciò vogliamo unirci alle altre voci che nel mondo stanno chiedendo la liberazione degli attivisti di Greenpeace attualmente detenuti in Russia. #FreeTheArctic30

“The Arctic Ocean is unique. It holds a multitude of unique life forms highly adapted to the extreme and seasonal conditions of this environment”. It is also the region where climate change has the deepest impact. Yet, as sea ice keeps shrinking, the Arctic is at risk from oil explorations that threaten one of the most delicate and fundamental ecosystems on earth. We are students and don’t carry out direct actions at University of Siena, but nonetheless we believe that protesting is not piracy. This is why we would like to unite to other international voices calling for the release of Greenpeace activists currently detained in Russia. #FreeTheArctic30

Greening USiena sulla caccia alla volpe

di Dario Piselli, coordinatore Greening USiena

Come molti di voi ormai sapranno, uno dei punti centrali all’interno della filosofia di Greening USiena è rappresentato dall’idea che, con riferimento alle problematiche della ‘sostenibilità’, dimensione internazionale e dimensione locale siano aspetti inscindibilmente collegati, e che pertanto essi debbano necessariamente essere oggetto di azioni sinergiche per potersi influenzare positivamente in maniera reciproca (non ci stancheremo mai, in particolare, di citare le parole del Prof. Alexander Gillespie che sono apparse anche nell’articolo di presentazione di Greening USiena al World Student Environmental Network: “if you get too global, your feet don’t touch the ground; but if you get too local, things just pass you by“). Insomma, se non guardiamo prima di tutto a quello che ci sta intorno, a quello che non va nella nostra comunità, non possiamo neanche pensare di affrontare in maniera credibile i problemi cosiddetti ‘globali’.

Crediamo pertanto doveroso, alla vigilia dell’apertura (sottoposta -notizia dell’ultima ora- ad una moratoria) della caccia di 260px-Siena_Lupa_in_front_of_palazzoselezione alla volpe tramite interventi in tana, deliberata nell’ambito del Piano Faunistico Venatorio 2012-2015 dalla Provincia di Siena e prevista per il 1° Aprile, esprimere la nostra opinione in merito, soprattutto in considerazione delle vivaci (e, lo diciamo già da adesso, a nostro parere condivisibilissime) critiche che il progetto ha sollevato e continua a sollevare in queste ore. Vorremmo farlo perché riteniamo che la tutela della biodiversità toscana sia un argomento cruciale per il futuro del nostro territorio, così come più in generale la ricerca di un nuovo rapporto con l’ambiente naturale e con la fauna selvatica ci pare possa dire molto di dove vogliamo andare in termini di società e di modello di sviluppo, e non desideriamo perciò esimerci dal rivolgere a nostra volta una decisa protesta nei confronti dell’Amministrazione Provinciale.

Prima di esaminare più nel dettaglio le incongruenze e gli aspetti deprecabili della strategia di controllo della volpe, però, ci teniamo a sgombrare subito il campo da alcuni equivoci di fondo. In primo luogo, vogliamo prendere le distanze dallo SONY DSCscontro a nostro parere molto ‘politico’ e poco ‘scientifico’ che sta caratterizzando il dibattito, ribadendo la nostra totale indipendenza dalle istanze di lobby che sembrano tendere più a far propria la battaglia mediatica (pro o contro l’abbattimento) che a raggiungere un obiettivo concreto; in particolare, noi pensiamo che mettere al centro lo scontro tra ‘barbarie’ e ‘necessità’ dell’attività venatoria significhi in questo caso sviare l’attenzione dal vero problema, del quale invece preferiremmo parlare, tirando in ballo il perpetuo scontro epocale tra cacciatori ed animalisti che va sempre molto di moda, ma che con un provvedimento della Provincia in sé c’entra (o dovrebbe entrarci) poco o nulla. Indipendentemente dalleposizioni personali che ognuno di noi può avere, per ragioni morali, sulla caccia (nel qual caso si spera che tali ragioni siano coerenti con il proprio stile di consumo quotidiano e non rappresentino invece mere affermazioni di comodo o ‘pietistico-compassionevoli’ manifestazioni di amore per i simpatici animaletti, dei quali però nel resto del tempo non ci importa alcunché), il tema in questione è infatti quello della legittimità (o meno) del controllo della popolazione delle volpi (ma in realtà ci riferiamo a tutta la fauna selvatica) tramite abbattimenti, e su questo sarebbe davvero utile concentrarsi per risolvere un’impasse che si prolunga da ormai troppo tempo, ostaggio di politicanti e disinformati di turno.

Inoltre, a nostro avviso, poco può fare (per quanto, a titolo personale, il sottoscritto ne condivida ogni parola) il riferimento, operato all’interno della lettera aperta inviata dalla trasmissione radio Restiamo Animali alla Provincia, all’aspetto morale della vicenda(“Saprete che l’art. 13 del Trattato di Lisbona (2007) dichiara gli animali “esseri senzienti” e che la dichiarazione di Cambridge (2012), firmata dai massimi scienziati al mondo, sostiene che “gli animali non umani hanno una coscienza”.”), per il semplice fatto che la morale individuale è -appunto- individuale, e non si può certo pretendere l’adesione 2008061516111038_Mamma e cuccioload un certa idea della vita e del rapporto tra specie da chi, evidentemente, non avverte né ha mai avvertito questa esigenza. Infine, e in conseguenza dell’ultima riflessione, ci sembra addirittura controproducente insistere (come molti stanno facendo) sul richiamo ai ‘cuccioli sbranati’, pensando che in qualche modo lo spirito che poco fa abbiamo chiamato ‘pietistico-compassionevole’ abbia a che fare con la morale, ed imponga almeno di rispettare i piccoli terrorizzati, se non le volpi adulte; una simile presa di posizione non ha nulla a che fare con pretesi fondamenti etico-filosofici della questione, dal momento che o si nega in radice la liceità morale dell’uccisione di qualunque essere senziente in ragione del suo diritto alla vita oppure la si ammette, ponendo gli animali sullo stesso piano, indipendentemente dalla loro età (però, a titolo di informazione, non sarebbe male notare che la stessa amministrazione si era ripromessa, nel Piano Faunistico Venatorio 2006-2010, Parte II, pag.17, di “concentrare gli interventi nel periodo Gennaio – Marzo, prima della stagione riproduttiva sia della piccola selvaggina che della stessa Volpe” ).

Insomma, quello che vorremmo è che a dettare il giudizio sull’operato della Provincia fossero criteri empirici, di scienza e di logica (ancorché ovviamente si debba presupporre una qualche forma di rispetto dell’animale – il problema è semmai vedere quanto questo rispetto sia condiviso), in modo da dimostrare, al di là di ogni obbligo morale (che pure, ripeto, appartiene al sottoscritto, ma che deve necessariamente nascere in interiore homine), quanto in realtà siano stati gli stessi amministratori locali ad aver abbandonato una logica di conservazione  e di tutela della biodiversità, adottando un punto di vista antiscientifico e, in tutta evidenza, piegato ad esigenze molto umane e poco ambientali.

Conviene a questo punto partire dalle dichiarazioni dell’Assessore alla caccia, Anna Maria Betti, la quale (non smentita), prima provincia12di annunciare (nella mattinata di oggi) la moratoria sull’attività di controllo della volpe, aveva affermato che “La Provincia persegue una logica di biodiversità, che non si raggiunge, come sostiene qualche fondamentalista, perché la natura si regola da sola, ma perché lavoriamo per assicurare equilibrio tra le specie”. Si tratta di affermazioni gravi (non è questa la sede per esprimere valutazioni sui criteri di scelta delle cariche all’interno della giunta provinciale, ma il fatto che al vertice di un assessorato importante come quell’agricoltura, alle risorse faunistiche ed alle aree protette non ci sia un esperto di conservazione non è un bel segnale per una Provincia che si pone come all’avanguardia sui temi della sostenibilità), che dimostrano quantomeno assenza di tatto, se non addirittura scarsa conoscenza della materia, in una circostanza in cui si dovrebbe essere il più chiari possibile (anche per far comprendere meglio all’opinione pubblica la situazione): a differenza di quanto dice l’Assessore, infatti, la natura si regola davvero da sola, a meno che non sia l’uomo ad introdurre elementi di disturbo al suo interno (vedi immissione di specie invasive sul territorio). L’ottica antropocentrica di un uomo buon pastore che regola gli equilibri ecologici, in altre parole, ci fa in un certo senso sorridere.

Ma ciò che è più grave è che, anche ad una sbrigativa lettura del Piano Faunistico Venatorio 2012-1015, nonché delle altre disposizioni dirigenziali della Provincia, lamotivazione fornita per la caccia in tana (anche oggi l’Assessore ha spiegato che “impropriamente si dice caccia, ma si chiama contenimento alla tana”…), ovvero quella dei danni che “la volpe, predatore generalista ed opportunista” causerebbe all’ecosistema, appare supportata da un impianto argomentativo veramente debole. In particolare, c’è un passaggio nello Studio di Incidenza (pag.79) che afferma chiaramente che “le uniche due specie la cui densità in determinati contesti viene segnalata come fattore di impatto negativo sulla biodiversità sono il Cinghiale e la Nutria”, ragion per cui un simile allarmismo pare cadere, anche in considerazione della non totale chiarezza del rapporto tra densità delle prede e densità della volpe, influenzata oltretutto dalla difficoltà di operare dei censimenti efficaci (l’Amministrazione, tra l’altro, nella disposizione dirigenziale 1206, prende atto che ”la densità della Volpe nell’Istituti faunistico e faunistico – venatori della provincia rilevata attraverso operazioni di censimento notturno con l’ausilio di sorgenti luminose eseguite con cadenza annuale dal 2000 al 2012 su percorsi prefissati, risulta comunque consistente e sostanzialmente stabile”, e non parla quindi di soprannumero ma di stabilità!).

Soprattutto, la logica di biodiversità, che pure sembra importantissima per la Provincia, appare invece ininfluente nel testo del Piano: in nessun contesto si richiama ad un generico equilibrio ecologico (eppure la volpe è un animale onnivoro, che non si ciba solo di fagiani e lepri ma anche di frutta, piccoli invertebrati, rettili, anfibi, uccelli), ma si fa invece SEMPRE riferimento al solo impatto sulle specie faunistiche di importanza venatoria (come a pag.39 del Volume II: “di fondamentale importanza per il raggiungimento degli obiettivi previsti nel progetto provinciale appare la prosecuzione delle attività di controllo sulla fauna selvatica ai sensi dell’art. 37 della LR 3/1994 per limitare la predazione da parte di specie (cinghiale, corvidi, volpe) in grado di esercitare un rilevante impatto sulle componenti faunistiche di importanza venatoria“), il che sostanzialmente significa che per l’amministrazione è prioritaria l’esigenza dellaproduttività faunistica, ovvero del mantenimento della Fagiano comunepopolazione di quelle specie che vengono condivise dalla volpe con i cacciatori: fagiano e lepre. Considerato che il 34% circa degli abbattimenti totali (leggi ‘animali cacciati’) nelle Aziende Faunistico Venatorie riguarda, appunto, fagiano e lepre (33,3% e 0,4%, come spiegato a pag.60 degli Elementi Conoscitivi), ci sorge spontanea una domanda: nel momento in cui la densità di questo tipo di piccola selvaggina fosse minacciata, perché non intervenire limitando la caccia, piuttosto che il numero di volpi? Oltretutto, tra gli stessi Elementi Conoscitivi del Piano Faunistico, c’è un intero paragrafo dedicato alle cause della diminuzione di lepri e fagiani e, guarda caso, non ha a che fare con la volpe: “la trasformazione dei sistemi agricoli ha portato in generale a un aumento della monocoltura e una “banalizzazione” degli ambienti agrari con la scomparsa di siepi e alberature e della coltura promiscua a favore di colture arboree specializzate e intensive e utilizzo di mezzi di produzione sempre più invasivi (meccanizzazione spinta e massiccio utilizzo di fitofarmaci): oggi è sempre più difficile incontrare paesaggi agrari costituiti da piccoli appezzamenti di seminativi alternati a filari di vigneti e piccoli oliveti i cui confini sono costituiti da siepi e alberature di essenze autoctone; per non parlare delle vecchie sistemazioni agrarie tipiche di un certo paesaggio e a salvaguardia del dissesto idrogeologico, soppiantate da distese di vigneti a “rittochino”. Tutto ciò ha sicuramente peggiorato la qualità dell’habitat sia per la lepre che per il fagiano” (pag.32).

Neppure è sufficiente, a nostro avviso, che l’Assessore Betti continui a sostenere che il provvedimento contestato autorizza i contenimenti “esclusivamente nelle aree a riproduzione naturale”, cioè in quelle aree in cui non si fanno immissioni di animali appositamente allevati, destinati a soddisfare le esigenze dei cacciatori, le quali quindi ospitano solo fagiani e lepri ‘di origine selvatica’ (da notare che le immissioni di lepri non autoctone sono anch’esse causa della scomparsa di queste ultime). Infatti, quello che conta non è tanto che nelle aree di abbattimento non vi siano fagiani allevati, ma il fatto stesso che nel territorio della Provincia questa disponibilità di cibo ‘facile’ possa favorire un aumento della consistenza delle volpi: anche in questo caso, converrebbe eliminare il prima possibile le immissioni a scopo venatorio, più che colpire il predatore che inconsapevolmente se ne avvantaggia.

Se, arrivati a questo punto, si ritenga ancora necessario procedere al controllo della volpe, tuttavia disporre puramente e volpe1semplicemente l’abbattimento (o, per di più, il contenimento alla tana) stonerebbe egualmente con l’impianto della normativa vigente, la quale presuppone il previo esperimento (certificato insufficiente) di metodi non cruenti. Per la Provincia questi metodi (che hanno il grave difetto, agli occhi delle amministrazioni, di essere più costosi della caccia), quali ad esempio la riduzione delle possibili fonti alimentari o la vaccinazione, sono stati esperiti. Ma, anche allora, siamo sicuri che la caccia di selezione produca davvero i risultati che le altre modalità di controllo non sono stati in grado di ottenere? A questo proposito, sarebbe utile consultare le più comuni linee guida (si trovano su internet, vedi a titolo di informazione http://bit.ly/13AMnMa) sulla gestione della volpe, le quali affermano alternativamente che l’abbattimento potrebbe essere efficace solo laddove la popolazione non sia elevata e lo sforzo venatorio molto intenso o che la caccia di selezione non ha alcun impatto misurabile sulla densità di questa specie. In definitiva, gran parte degli studi condotti riconoscono addirittura come solo il controllo delle fonti alimentari abbia dimostrato un certo livello di successo.

Speriamo che queste ragioni (per la verità non esaustive) siano servite a chiarire il nostro punta di vista sulla questione, evitando magari sterili strumentalizzazioni. Prima di concludere, peraltro, ci preme sottolineare un ultimo aspetto, che secondo noi è decisivo. Ammettiamo, per assurdo, che sia tutto vero, che le volpi siano in soprannumero, che la caccia alla tana sithumbtrue1325589549784_710_472a efficace e che davvero si persegua una logica di tutela della biodiversità nel suo complesso. Ebbene, potrebbe bastare a giustificare una simile misura? Dobbiamo chiederci in che tipo di ambiente vogliamo vivere, e che tipo di relazioni vogliamo instaurare con le specie con le quali condividiamo i nostri ecosistemi ed i nostri territori. Conservare la natura deve significare operare al fine di ridurre tutto ad un ‘equilibrio minimo’, ricacciando sempre più la fauna selvatica in un ‘recinto’ ecologico nel quale non può darci alcun fastidio (tra l’altro, è chiaro che nessun equilibrio minimo può in realtà esistere, né tantomeno una diminuzione della biomassa può portare alcun beneficio all’essere umano)? O deve significare invece assumersi delle responsabilità; capire, in barba alle varie, disarmanti affermazioni dei rappresentanti delle associazioni di categoria che si leggono qua e là (vedi prossimo paragrafo), che più biodiversità c’è, meglio è; ed infine operare in positivo su quella stessa biodiversità, anche mediante il reinserimento di specie competitive (come il lupo e gli uccelli rapaci), per quanto ciò ci appaia costoso e provveda a spaventare i paladini della sicurezza e del dominio dell’uomo su tutto il resto?

Chiudo ricordando una frase che mi ha colpito -e qui parlo a titolo personale- durante la preparazione di questo pezzo. Con riferimento all’avvistamento, risalente ad oltre un anno fa, di alcuni lupi nella piana di Rosia, il presidente dell’Unione Provinciale Agricoltori della Provincia di Siena, Alessandro Cinughi de Pazzi, così si era espresso su un quotidiano locale: Oltre alla pericolosità dei noti predatori, il loro arrivo sta a significare che la provincia di Siena è diventata un enorme parco naturale dove a farla da padrone sono gli animali selvatici che vivono ormai indisturbati, con danni all’agricoltura incalcolabili”. Dentro queste due righe c’è a mio avviso tutta la battaglia ambientale, ma soprattutto culturale, che deve essere combattuta oggi.

Pesce e povertà: ultima parte

Con le due parti precedenti di Pesce e Povertà, ho voluto fornire un quadro necessariamente generale, che fosse però anche sufficiente a capire le dinamiche che uniscono biodiversità e sviluppo sociale, della situazione africana. Tuttavia, questa terza ed ultima parte dell’analisi mi appare imprescindibile per completare il discorso: si tratta di andare a vedere nel dettaglio gli effetti della politica europea degli accordi di partenariato sui paesi che si sono lasciati convincere a stipularli. Al momento, sono vigenti dodici FPA con nazioni africane (mentre uno riguarda la Groenlandia). Secondo il sito ufficiale della Commissione Europea, che non è aggiornato, la maggior parte di questi protocolli sono scaduti nell’ultimo anno, ma basta fare una ricerca tra la legislazione comunitaria per trovare i documenti dei rinnovi. Sono infatti stati ridiscusse le intese con Mozambico, Capo Verde, Isole Comore, Seychelles, São Tomé and Príncipe e Marocco, mentre per quella con il Gabon le trattative sono ancora in corso. Rimangono nel frattempo in vigore gli accordi con Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Madagascar. Andrò ad esaminarne gli effetti.

Prima di iniziare, però, credo che ci siano tre argomenti collaterali che vale la pena menzionare, vista la loro relazione abbastanza stretta con il tema di ‘Pesce e povertà’; pur evitandone un esame approfondito, per ragioni di spazio, spero di fornire alcuni spunti di riflessione ed incoraggiare all’approfondimento, in attesa magari di un mio intervento sul blog. Il primo riguarda la reazione dell’Unione Europea al declino degli stock ittici in Africa: lungi dal prendere definitivamente una posizione contro l’overfishing, eliminando i lauti sussidi indiretti che elargisce periodicamente alla sua flotta e combattendo la lobby della pesca, essa ha ridotto in minima parte le quote di cattura consentite negli accordi più recenti, però allo stesso tempo ha stipulato FPA con paesi lontanissimi, gli unici le cui acque siano ancora sottosfruttate secondo la FAO¹, per aprire un intero nuovo mondo ai grandi motopescherecci francesi e spagnoli, gli unici a potersi permettere di gettare le reti alle profondità del Pacifico Occidentale: tali paesi sono Isole Salomone, Kiribati e Micronesia. Il secondo concerne la totale mancanza di controlli (e probabilmente la connivenza degli Stati membri) sulla pesca illegale che approfitta delle crisi politiche interne per depredare i mari delle nazioni più povere; è il caso della Somalia, che da cinquanta anni vede alternarsi dittature, signori della guerra ed emergenze umanitarie, e che non può perciò permettersi un controllo sulle proprie risorse naturali (secondo molti esperti, la recente esplosione di casi di pirateria al largo delle coste della Somalia è dovuta proprio al crollo degli stock ittici causato dall’overfishing europeo, che ha mandato il frantumi le vite delle comunità di pescatori locali²), ma anche della Libia, all’interno della cui EEZ sono stati recentemente riportati episodi di pesca illegale del tonno rosso e rispetto alla quale si sono addirittura ipotizzati patti segreti con l’Italia per lo sfruttamento della stessa specie³. Infine, non dobbiamo dimenticarci che parlare di biodiversità acquatica vuol dire essere attenti anche allo sfruttamento di fiumi e laghi, attenzione più che mai necessaria in Africa, nonchè alle problematiche connesse all’itticoltura (risorsa contro l’overfishing per alcuni, pratica eticamente e ecologicamente dannosa per altri, tra cui il sottoscritto): spero di dedicare il prima possibile un intervento al primo argomento, ma anche di concludere a breve un’intervista con un esperto di allevamento per dedicarmi anche a questa seconda tematica. Comunque sia, se volete alcune informazioni su come inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie alloctone e sovrapesca stiano danneggiando i grandi laghi africani, vi consiglio i riferimenti che troverete in fondo a questo post.

L’ICCAT e il declino degli stock

Torniamo adesso alla materia centrale del nostro esame. Uno degli strumenti che dovrebbero essere utilizzati all’interno degli accordi di partenariato (anche se non in tutti) per consentire uno sfruttamento sostenibile degli stock ittici consiste nella definizione di quote massime di cattura per le singole specie; questa misura ha iniziato a rendersi necessaria quando si è capito che ci si trovava davanti ad un drammatico declino della fauna ittica, dovuto al libero utilizzo delle zone di pesca prima, ai protocolli firmati dalle nazioni ex coloniali dopo il 1976 e infine ai fisheries partnership agreements. Purtroppo, è opinione comune che tali quote debbano essere decise annualmente con riguardo alle raccomandazioni delle commissioni (per l’Atlantico, si tratta soprattutto dell’ICCAT) convenzionalmente preposte a definire il massimo prelievo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), le quali, essendo di fatto schiave delle lobbies dell’industria ittica europea, sono solite ignorare i consigli degli scienziati (ironicamente, ci si riferisce all’ICCAT come International Conspiracy to Catch All Tunas). Di fronte al vertiginoso declino degli stock di tonno rosso, ad esempio, negli anni scorsi si sono spesso alzate le quote quando già risultava evidente che la specie era sull’orlo del collasso biologico (ma non si potrebbe pretendere altrimenti pensando che i membri di queste istituzioni sono delegati governativi di Stati africani ed europei che hanno alternativamente interesse a incassare i finanziamenti o a importare prodotti ittici). Fino a qui, la cornice generale, già preoccupante di per sé per la pericolosissima connivenza tra chi stabilisce le regole e chi le viola. Come se non bastasse, però, va detto che anche i modesti limiti suggeriti vengono puntualmente disattesi dall’UE, in una sorta di doppio salto mortale verso la fine della biodiversità marina. Il caso del tonno pinne gialle (Thunnus albacares) dell’Atlantico è emblematico: l’ICCAT ne fissa il MSY tra le 130 mila e le 145 mila tonnellate all’anno, quando già i dati indicano una diminuzione delle catture, indicativa del cattivo stato di salute della specie, alle 108mila tonnellate4, fingendo oltretutto di ignorare che sarebbe doveroso chiedere un rispetto del Replacement Yield, ovvero del vincolo più stringente che si rifà non al massimo sfruttamento sostenibile, bensì al massimo prelievo sicuro per evitare una diminuzione della biomassa. Se si pensa che la pesca illegale potrebbe addirittura raddoppiare il volume delle catture (il che appare plausibile considerando che solo l’Italia consuma annualmente 140mila tonnellate di tonno in scatola, il quale prevalentemente -salvo imbrogli- è proprio Thunnus albacares), ci si rende conto che il limite viene sbriciolato alla prova dei fatti: ulteriore prova ne sia il rivolgersi alle acque dell’Oceano Indiano per aggirare la crisi e rispondere a una crescente domanda di mercato. In risposta, il tonno pinne gialle è entrato recentemente nella lista rossa della IUCN, al livello “quasi minacciato”: poichè ci si riferisce ad un alimento tra i più comuni al mondo, il segno è assai preoccupante. Stesso destino (ma situazione peggiore) è riservato alle altre specie di tonno soggette alla pesca europea nell’ Atlantico: il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come ‘vulnerabile’, il Thunnus maccoyii, come ‘rischio a livello critico’, il Thunnus alalunga, come ‘quasi minacciato’5; tutti questi stock sono sottoposti dall’ICCAT a quote di cattura che non ne garantiscono un giusto tasso di riproduzione, e che se anche in astratto lo facessero non avrebbero una reale possibilità di essere accertate, nè tantomeno fatte valere, poichè non sono vincolanti. La conseguenza è che l’Unione Europea può tranquillamente derogarvi negli FPA, giustificandosi con la scarsità di conoscenze scientifiche sulla reale consistenza delle popolazioni. Al disastro del MSY, va poi aggiunto quello dell’effettiva calata delle reti: nella seconda parte di questa analisi ho infatti ricordato come un grosso danno alle comunità dell’Africa occidentale sia arrecato dalla situazione drammatica dei pesci demersali (cernie, merluzzi, pagelli), vittime collaterali della stessa pesca del tonno cui si è appena accennato, insieme a quella dei gamberi. In merito, si rivela disarmante un rapporto della FAO, redatto nel 2005, nel quale si afferma che ‘diciotto degli stock ittici demersali esaminati sono alternativamente completamente sfruttati oppure sovrasfruttati: tra questi, la cernia bianca, pescata principalmente in Senegal, Gambia, Mauritania, risulta praticamente estinta’. Allo stesso modo, l’alaccia (specie pelagica) e il gamberetto, entrambi tra i principali alimenti della regione, appaiono soggetti ad overfishing. Pienamente sfruttati sono poi il merluzzo e tre cefalopodi quali il polpo comune, la Sepia officinalis ed il calamaro, nonchè varie specie di aragosta e di granchi; dubbi sussistono infine sullo status di sardine e sgombri, la cui biomassa si rivela molto instabile6. Giunti a questo punto, mettendo insieme il discorso sulle quote di cattura del tonno e quello sullo sfruttamento delle specie ‘collaterali’, sarà più facile comprendere la falsità dell’affermazione tipica europea per cui la nostra flotta non toccherebbe gli stessi pesci che vengono consumati sul mercato locale, ed anzi si batterebbe per la tutela di entrambe le riserve.

Il Senegal e gli altri

Per averne la conferma, basterà guardare agli accordi di partenariato nel loro contenuto e nei loro effetti, ed in particolare a quei protocolli che adesso non sono più in vigore, perchè infine rigettati dagli Stati africani che li avevano accettati. Qui, ancora più che nei paesi ancora soggetti agli FPA, sono evidenti i segni naturali, ma anche sociali, dell’overfishing. Il caso che viene solitamente portato ad esempio è quello del Senegal, il quale dal 1980 al 2006 ha rinnovato puntualmente gli impegni presi, ed è tragico per più motivi. Il primo risiede nel fatto che questo paese, a differenza degli altri Stati della regione, ha negli anni accumulato una flotta da pesca battente bandiera nazionale di tipo industriale, che può raggiungere anche 50mila tonnellate di catture annue, alla quale si deve aggiungere una sterminata flotta artigianale (più di 300mila tonnellate di media)7. Tale circostanza, dovuta ai flussi migratori derivanti dalla siccità che nei decenni passati ha colpito ininterrottamente le regioni interne, stride violentemente con il presupposto sancito dalla Convenzione UNCLOS per la stipulazione di accordi di pesca: infatti, solo qualora un paese non avesse le risorse per servirsi adeguatamente delle proprie risorse ittiche, dovrebbe poter garantire diritti di pesca a Stati esteri. La conseguenza è la competizione spietata che ha depredato i fondali, e che ha colpito soprattutto il settore artigianale. Il numero di piroghe in Senegal si è infatti dimezzato dal 1997 al 20057, passando da 10mila a 5mila unità, con conseguenze devastanti sul piano sociale, quali insicurezza alimentare, disoccupazione e soprattutto crescente emigrazione verso l’Europa ed altri paesi africani. Qui i pescatori ormai senza lavoro possono trovarsi nella doppia veste di emigranti e ‘scafisti’, e servirsi delle loro stesse piccole imbarcazioni per viaggi oceanici verso la Spagna e il Mediterraneo8. Allo stesso tempo, però, gli effetti dell’overfishing sono stati avvertiti anche dalla flotta industriale: le catture sono crollate dalle 94mila tonnellate del 1994 alle 45mila del 2005; molte compagnie hanno chiuso, e quelle che rimangono lavorano al 50% delle proprie possibilità; le esportazioni del settore sono crollate del 32% negli ultimi quindici anni; gli impianti di trasformazione sono passati da 7 a 1; il 50-60% dei dipendenti è stato mandato a casa7. Il secondo motivo che ha spinto il Senegal sull’orlo del baratro riguarda il contenuto stesso dei vecchi accordi: come avevo accennato in precedenza, essi non prevedevano quote massime di cattura, ma solo un tonnellaggio massimo della flotta estera, unico requisito alla concessione della licenza, e non erano inoltre rivolti alla sola pesca del tonno, bensì a molte specie di facile commercializzazione in Europa, con l’unico obbligo per i pescherecci costieri di sbarcare parte del pescato per la trasformazione in Senegal, invece di esportarlo direttamente nel vecchio continente. Il terzo motivo ha infine a che fare con la mancanza di regolamentazione successiva alla cessazione di validità degli FPA: lungi dal rappresentare la fine delle attività europee nelle acque del Senegal, essa ha infatti consentito la formazione di joint venture a capitale misto, richiedendo come unico requisito che il 51% delle compagnie così nate appartenesse ad investitori senegalesi7. Ovviamente, di questo requisito viene fatta illegalmente carta straccia, con la conseguente diffusione di quel processo che i locali chiamano ‘senegalizzazione’ dei pescherecci europei (su 94 joint venture nel 2008, solo 15 sarebbero davvero guidate da locali), e che consente a queste imbarcazioni di usufruire di normative meno stringenti, continuando contemporaneamente a sfruttare le acque adesso teoricamente loro precluse: non è necessario avere osservatori a bordo, e non si deve scaricare parte del pesce in Senegal. Come amaramente riporta Charles Clover nel suo Allarme Pesce, ‘c’è gente che un giorno ha dei problemi a comprarsi un paio di calzoni, e il giorno dopo si ritrova proprietaria di quattro pescherecci a strascico‘. La fine degli accordi non ha significato, in questo paese, un reale cambiamento: da una parte, la presenza di una flotta interna comunque ampia richiede che vi siano applicate le limitazioni necessarie, dall’altra l’esportazione del pescato verso l’Europa rappresenta ancora una primaria fonte di ricchezza che, se genera introiti per poche persone, perpetua il circolo della malnutrizione nella stragrande maggioranza degli abitanti.

Lo stesso ragionamento relativo al Senegal può essere fatto per gli altri accordi non più in vigore, che pure riguardavano paesi con una flotta propria non altrettanto sviluppata, quali l’Angola, il Gambia, la Guinea Equatoriale e le isole Mauritius (mentre il protocollo firmato con la Repubblica di Guinea è stato stracciato nel 2009 dall’Unione Europea in seguito alla repressione di alcune proteste di piazza da parte del governo locale): il loro comune denominatore consisteva anche qui nella mancanza di un tetto vincolante alle catture. Per l’Angola, il limite si riferiva alla pesca di gamberi e gamberetti, ma in violazione dello stesso non erano previste sanzioni di alcun tipo; il Gambia invece poneva il pagamento dovuto dalle navi tonniere in relazione con l’effettivo risultato raggiunto dalle stesse, senza quote fisse di cattura; in Guinea Equatoriale e alle Mauritius infine, si stabiliva un vincolo oltre il quale semplicemente l’Unione Europea avrebbe dovuto pagare di più (con i soldi dei contribuenti e non dei pescatori). Inoltre, in tutti e quattro i casi (ma è una prassi di tali accordi) si limitava fortemente il potere degli osservatori, ai quali veniva consentito di salire a bordo solo per il tempo necessario alla misurazione delle catture, ed in ogni caso mai per più di una battuta di pesca; senza dimenticare ovviamente i casi (più che frequenti) di corruzione. Inutile dire che i risultati sono stati i medesimi sopra evidenziati.

In conclusione, quello che attende i paesi ancora sottoposti agli accordi di partenariato appare noto. Meno evidente, ma comunque fondamentale, è capire che anche la loro fine non significa automaticamente benessere per le popolazioni locali. La Namibia, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1992 ha espulso le imbarcazioni straniere dalle proprie acque territoriali, consentendo un ripopolamento degli stock in crisi, ma la flotta di cui dispone è comunque composta da joint venture di dubbia nazionalità, il che lascia intendere quanto sia difficile difendere la sicurezza alimentare dell’Africa. Se a tale mancanza di trasparenza del settore aggiungiamo poi il dramma della pesca IUU ed i trattati commerciali, grazie ai quali l’Europa si riappropria tramite l’importazione di ciò che senza i diritti di pesca non può più ottenere, possiamo farci un idea di come il colonialismo non sia mai davvero finito.

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¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010

² Robyn Curnow, Is Illegal Fishing to Blame for Somali Pirates? (CNN, 25.08.2011)

³ Richard Black, Tuna Fished ‘illegally’ during Libya Conflict (BBC, 07.11.2011)

4 ICCAT, Yellowfin Tuna Stock Assessment, 2008

IUCN, Red List of Threatened Species

FAO, Review of the State of World Marine Fishery Resources, 2005

7 ActionAid, SelFISH Europe Report, 2008

Focus Migration Profile: Senegal 

Altri riferimenti utili

Charles Clover, Allarme Pesce (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

Paul-Tijs Goldschmidt, Darwin’s Dreampond: Drama on Lake Victoria (MIT Press, 1996)

George Monbiot, Mutually Assured Depletion (The Guardian, 09.08.2011)

Per i testi degli accordi di pesca

http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/international/agreements/index_en.htm

Pesce e povertà: il saccheggio africano II

Il neocolonialismo della pesca (segue)

I primi Fisheries Partnership Agreements con i paesi africani iniziano ad essere stipulati già dagli anni ’70, poichè proprio in quel periodo si diffonde la delimitazione delle acque territoriali (con la nascita delle EEZ) e diviene necessario farsi garantire i diritti di pesca dagli Stati sovrani. Non dobbiamo dimenticarci, però, che non esiste solo tale modello di accordo: esso infatti è quello disciplinato dall’Unione Europea, ma i singoli Stati ne possono stipulare di diverso tipo (è stato soprattutto il caso della Spagna), ragion per cui la situazione è pericolosamente difficile da controllare. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) provvede ad incoraggiare queste intese nel caso in cui le nazioni non siano in grado di sfruttare adeguatamente le risorse ittiche all’interno della propria zona esclusiva, pur imponendo di riservare una fascia minima di 12 miglia dalla costa per la pesca artigianale. Sia detto solo en passant, ovviamente i paesi con i quali si stipulano gli FPA non hanno i mezzi sufficienti per controllare le limitazioni poste dal diritto internazionale, nonchè quelle contenute negli stessi trattati, per cui la violazione delle regole ad opera dei grandi motopescherecci, specie di notte, rappresenta la normalità. Il budget dell’Unione destinato ai finanziamenti per i paesi terzi è costantemente cresciuto dai 6 milioni di Euro (ECU) nel 1981 ai 260 del 2008¹, l’80% dei quali avvantaggia i pescherecci spagnoli, i più direttamente interessati alla pesca nell’Africa Occidentale. Nel 2002 la Commissione Europea ha emanato una piattaforma programmatica per la negoziazione di accordi di partenariato², la quale contiene le linee guida dell’azione comunitaria, ed il Consiglio ha fatto lo stesso nel meeting del 19 Luglio 2004³: in questi documenti si sottolinea l’obiettivo di rafforzare e promuovere la pesca sostenibile, si conferma lo strumento degli FPA come miglior mezzo di sfruttamento razionale delle eccedenze e si concorda sulla necessità di combattere l’illegalità e di gestire in maniera responsabile gli stock in collaborazione con i governi degli Stati costieri. Qual è allora la situazione dall’altra parte del tavolo delle trattative?

Le cifre del disastro

La risposta è dura da digerire. E la cattiva notizia è che, pur riconoscendo all’UE l’attenuante di non essere sola a sfruttare gli stock oceanici dell’Africa (Giappone, Corea del Sud, Canada, Russia e ancor prima Unione Sovietica), e sorvolando sulle responsabilità per la pesca IUU (ovvero Illegal, Unregulated, Unreported Fishing: secondo le stime, ammonterebbe al 16% del totale delle importazioni europee), la quale in ogni caso dipende da una scarsa attenzione al pattugliamento e spesso batte pure bandiera spagnola4, la stipulazione degli accordi di partenariato rappresenta una maledizione per la biodiversità e per gli Stati costieri. Se prima, per soddisfare i propri bisogni, i pescatori dell’Africa Occidentale rimanevano in mare per meno di un giorno, adesso si trovano costretti a passare anche due settimane lontano dalla costa, in acque sempre più profonde e con risultati sempre più scarsi. I motopescherecci industriali (la flotta esterna dell’Unione conta poco più di 700 unità) raccolgono venti volte il pesce delle migliaia di piroghe che caratterizzano questi luoghi, portando a casa un 25% delle catture annuali europee. Il problema sta nel fatto che per le istituzioni comunitarie queste acque sono sotto-sfruttate, con la conseguenza che i nostri pescatori non fanno altro che gestire le eccedenze; eppure ciò è molto lontano dal vero. Al largo delle coste dell’Africa occidentale, grazie alle forti correnti ascensionali dell’oceano, la pescosità è in effetti molto elevata, e si stima che in queste zone trovino il loro habitat circa 1200 specie di pesci; ma il biologo Daniel Pauly ha calcolato che dal 1945, con l’inizio dello sfruttamento industriale, le riserve ittiche sono diminuite del 50%, e i dati forniti dalla FAO confermano questa situazione. Nelle acque dell’Atlantico centro-orientale il totale delle catture è sceso costantemente, dopo il picco raggiunto nel 20005 (al picco precedente, nel 1990, era seguito un tremendo tracollo): a farne le spese soprattutto i pesci pelagici oggetto degli accordi commerciali, quali tonni e maccarelli. Per quanto riguarda l’Atlantico sud-orientale, poi, si è avuto un declino inesorabile delle stesse specie (circa 2 milioni di tonnellate in meno dalle medie degli anni settanta al totale del 20085). C’è però un altro aspetto della sovrapesca, sul quale i dati della FAO si rivelano bugiardi: stiamo parlando delle catture accidentali. Dalle tabelle dell’organizzazione potrebbe ricavarsi infatti l’impressione che il volume di cattura dei pesci demersali (cernie, pagelli, merluzzi) sia rimasto immutato negli anni, eppure la maggior parte di questi stock è sull’orlo dell’esaurimento. Perché? Semplicemente, il motivo risiede nel fatto che le statistiche si basano su quanto viene dichiarato dalle flotte (per l’Africa occidentale, circa 12.000 tonnellate annue): si stima però che la cifra reale sia addirittura otto-dieci volte più alta. Le specie di cui si è parlato, infatti, divengono facilmente prede accessorie quando si pescano i gamberi con la rete a strascico, dragando il fondale sul quale questi animali vivono. Il destino delle catture accidentali è duplice: una parte viene sbarcata sul posto e venduta sottobanco alla popolazione locale, l’altra (costituita dalle specie non commercializzabili, ma soprattutto dai giovani esemplari ancora non in età da riproduzione) è ributtata in mare; poichè questa enorme quantità di pesce (spesso si tratta dell’80-85% dell’intero bottino) non viene resa nota, è naturale che il depauperamento degli stock sia sottostimato. Gli stessi gamberi, vista la predazione del novellame sottotaglia, sono in esaurimento. L’Unione Europea si trova proprio al centro di questa devastazione, eppure finge di non saperlo, trincerandosi dietro la mancanza di dati certi sul volume delle riserve. Gli accordi che stipula prevedono una quota massima di pesca solo per il tonno (manco a dirlo, si tratta sempre di una quota eccessiva, come dimostra il fatto che i nuovi FPA sono andati a cercare acque ancora più lontane, in Oceania ad esempio), fissando per le altre prede un mero limite al tonnellaggio delle imbarcazioni, e senza neanche controlli sulle maglie delle reti6. Inoltre, essa sostiene che le specie oggetto del proprio interesse siano diverse da quelle catturate dai pescatori tradizionali, ma anche questo è falso: l’unica differenza risiede nella maggiore selettività di una pesca con le piroghe rispetto all’utilizzo di reti a circuizione a profondità più elevate. L’impatto sugli Stati costieri dell’Africa, in definitiva, è devastante per molte ragioni: non si tratta solamente dei danni arrecati ad un delicato ecosistema marino e del problematico sostentamento degli abitanti, ma anche del circolo vizioso che viene creato dalla domanda di mercato. Infatti, gli stessi produttori locali trovano adesso più vantaggioso esportare il pescato verso l’Europa7, aumentando così una crisi alimentare che pare essere irreversibile, mentre contemporaneamente la possibilità per la flotta UE di trasformare il prodotto direttamente a bordo impedisce il formarsi di una industria di trasformazione locale. Una ricerca ha svelato che l’80% dei posti di lavoro creati dagli accordi di partenariato non si trovano in Africa, ma nel vecchio continente8.

Si fa presto a capire quanto siano dannose delle politiche così condotte, sia per le comunità locali che per l’ambiente. Non è tutto, però: che fine fanno gli aiuti promessi dall’Unione in cambio dei diritti di sfruttamento? Seguendo la lettera degli stessi FPA, questi soldi dovrebbero servire all’ammodernamento dei paesi terzi, alla lotta contro la povertà e alla sicurezza alimentare, con una percentuale molto alta vincolata ad essere spesa per lo sviluppo sostenibile della pesca stessa. Secondo uno studio della Swedish Society for Nature Conservation (SSNC), tuttavia, ‘in tre casi su quattro non ci sono prove che i fondi siano stati spesi per lo sviluppo dell’industria locale’, e le istituzioni europee non si preoccupano di controllarne l’effettiva destinazione d’uso. Se si pensa che le cifre in alcuni casi rappresentano un terzo del totale degli introiti statali (Guinea-Bissau e Mauritania), ci si rende conto del fatto che difficilmente queste serviranno per attivare i progetti sbandierati6.

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¹ European Commission, EU budget 2008. Financial Report

² European Commission, Integrated Framework for Fisheries Partnership Agreements with Third Countries, 23.12.2002

³ Council of the European Union, 2599th Council Meeting. Agriculture and Fisheries, 19.07.2004

CNN, ‘Pirate’ Fishermen Looting West African Waters, 30.06.2011

5 FAO, The State of Fisheries and Aquaculture, 2010 

6 Swedish Society for Nature Conservation, To Draw the Line, 2009

7 Gumisai Mutume, Africa Seeks to Safeguard its Fisheries, Aprile 2002 (da Africa Recovery)

8 IFREMER, Evaluation of the Fisheries Agreement Concluded by the European Community, 1999

Altri riferimenti utili:

Charles Glover, Allarme Pesce. Una Risorsa in Pericolo (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

ActionAid International, SelFISH Europe Report, 2008

George Monbiot,  Manufactured Famine, (The Guardian, 26.08.2008)

Pesce e povertà: il saccheggio africano I

Premessa

Nel 2011, parlare dell’importanza della biodiversità nella lotta alla povertà significa soprattutto affrontare due ostacoli alla comunicazione di segno opposto. Il primo è rappresentato dall’alibi del profitto che pervade l’intero complesso politico-industriale-finanziario mondiale, il quale provvede a fornire la scusa per ogni devastazione ambientale che si rispetti; questo alibi presenta la questione della protezione della diversità biologica sotto forma di una falsa scelta tra sviluppo e sottosviluppo, laddove condizione sociale e cura degli ecosistemi sono invece temi intrinsecamente legati tra di loro, nella misura in cui è la preservazione degli habitat naturali dei paesi più poveri a garantirne un migliore sviluppo umano, e non la spinta ad una crescita economica della quale si avvantaggiano soltanto le élite locali e internazionali. Il secondo si estrinseca nell’ipocrisia di istituzioni la cui funzione dovrebbe essere proprio quella di azionare una vasta politica di tutela ambientale, e nel finto interesse dei media, i quali provvedono a fornire una rappresentazione tanto patinata e compassionevole quanto sbrigativa delle questioni in esame. In particolare, colpisce la solerzia con cui l’ONU ha dichiarato il lasso di tempo tra il 2011 ed il 2020 ‘Decennio della biodiversità’, considerando la sua totale mancanza di uno spirito di iniziativa forte nell’ambito dei summit sul clima e, in generale, della cura del pianeta: è eufemistico che lo strombazzato scopo di tali iniziative sia quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza delle tematiche ambientali, dal momento è se ci fosse qualcuno che dovrebbe essere incoraggiato (obbligato) ad agire di più e meglio, quel qualcuno dovrebbero proprio essere le Nazioni Unite.

Biodiversità e povertà in Africa

Se dovessimo scegliere il punto di partenza di un’esame sullo stato della diversità biologica mondiale e sui problemi che dal suo depauperamento derivano, senza dubbio dovremmo volgere la nostra attenzione al continente africano. Qui più che mai si intreccia la questione ambientale con la questione sociale, e qui più arduo che altrove appare il compito, a causa del grumo indistinto di interessi economici, corruzione politica e difficoltà strutturali che si dipanano nella regione. Prima di tutto, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco: il modello di sviluppo che ci si deve augurare per l’Africa non è il modello di sviluppo occidentale: in primo luogo, perchè quest’ultimo è frutto di un sistema sciagurato, basato su squilibri e disuguaglianze, e profondamente in crisi esso stesso; in secondo luogo, perchè la vera democrazia sorge solo da un connubio tra le peculiarità dei luoghi e l’autodeterminazione dei cittadini, e si basa non sull’aumentare del reddito, bensì sul rispetto della propria storia e sull’appartenenza ad un percorso condiviso di valori, saperi, risorse; infine, perchè solo svincolandosi da un’idea fuorviante di inadeguatezza della vita rurale al formarsi di una società nuova, democratica e sana, si può garantire un futuro al pianeta ed alle persone. Il nodo centrale, a mio avviso, risiede nella necessità di comprendere che il ruolo della biodiversità nell’economia (qui il termine sia inteso in senso letterale, puro) di un miglioramento delle condizioni di vita nei paesi di quest’area è un ruolo fondamentale, e che il mantenimento della biodiversità stessa non è un intralcio allo sviluppo (per lo meno, non nel senso in cui la parola sviluppo è abitualmente intesa in Occidente), bensì la sua componente più forte. Per gli abitanti del cosiddetto Terzo Mondo (anche se utilizzo questa espressione con una certa riluttanza), benessere non significa né può significare cementificazione selvaggia, utilizzo di strumenti finanziari, aiuti ai governi, apertura agli investimenti stranieri, come da più parti si vorrebbe far credere agitando lo spauracchio del sottosviluppo che conviene a molti e incoraggiando un solidarismo di facciata. Lo aveva capito, a suo tempo, il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara il quale, prima di essere ucciso nel 1987, si era adoperato per avviare una poderosa serie di riforme basate su una prospettiva anti-imperialista: rifiuto degli aiuti umanitari, battaglia contro il debito odioso, nazionalizzazione delle miniere e della terra, disconoscimento dei poteri dell’International Monetary Fund e della Banca Mondiale, nonchè politiche per l’autosufficienza alimentare, la riforestazione, l’educazione e i diritti delle donne. Come dimostra il suo esempio, non solo il miglioramento delle condizione africana non può basarsi su ingerenze esterne che si traducono sistematicamente in investimenti e donazioni (condizionate), pena l’impossibilità di raggiungere una effettiva indipendenza dalle forze economiche dominanti, ma questo miglioramento deve anche, necessariamente, basarsi sulla protezione delle fonti della vita e del sostentamento: l’ambiente e la sua biodiversità.

Il neocolonialismo della pesca

Se della biodiversità terrestre mi occuperò per esteso in uno dei prossimi interventi del blog, oggi vorrei fornire uno spunto di riflessione sulle pressanti questioni che riguardano la preservazione della varietà biologica acquatica africana, questioni troppo spesso nascoste in un cono d’ombra, tralasciate in favore degli aspetti più mainstream della crisi ambientale, ma al tempo stesso talmente vitali (e scabrose) da rappresentare una grave minaccia alla stessa sopravvivenza dei mari e delle popolazioni della regione, nonchè una problematica politica e geografica di fondamentale importanza. Spesso, quando si parla di crisi alimentare, sembriamo dimenticarci che nonostante più di metà della popolazione del continente viva ancora lontana dalle coste (in parte comunque vicino a fiumi e grandi laghi), le città affacciate sul mare subiscono una crescita annua, dovuta principalmente a flussi migratori, del 4 percento¹. Per queste persone (circa 500 milioni), la fonte di sostentamento più importante è rappresentata dalla pesca: oltre il 20% delle proteine animali consumate nei paesi dell’Africa Sub-sahariana (la cifra non tiene conto della distribuzione sul territorio, e va quindi intesa per difetto: si stima che in Senegal arrivi al 70%) provengono infatti dall’Oceano Atlantico². Si pone dunque la necessità di una protezione costante e severa della biodiversità acquatica, non solo nell’ottica della salvaguardia degli ecosistemi singolarmente intesi, ma anche in quella di un approccio più olistico che consideri la reciproca, fondamentale relazione tra uomo e mare come base di ogni meccanismo di tutela. Purtroppo, non solo questa protezione non viene adeguatamente attuata ed incoraggiata, ma spesso sono proprio le politiche dei paesi occidentali a dirigersi in senso opposto. In particolare, l’influenza della vecchia, solidale Europa sugli stock ittici dell’Africa Occidentale dovrebbe essere sottoposta ad uno scrutinio severo da parte dell’informazione, al pari di quella esercitata dai paesi del Sud Est asiatico, Giappone e Corea del Sud in primis. Come fa notare il settimanale inglese The Economist, nel suo rapporto Troubled Waters, l’88% delle riserve ittiche europee risulta oggi soggetto a sovrasfruttamento³, e questo a causa dello sviluppo della pesca su scala industriale che dalla fine della seconda guerra mondiale ha iniziato a decimare i nostri mari: il volume totale delle catture dichiarate (la stima non tiene conto delle catture illegali e di quelle non comunicate, che sono purtroppo la norma) dai 27 paesi oggi facenti parte dell’Unione Europea, con l’aggiunta di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, nonchè delle Isole Far Oer e della Groenlandia, è salito dai 5 milioni e 700 mila tonnellate del 1950 (ma qui non è compreso il dato delle Repubbliche baltiche all’epoca territorio dell’URSS e neanche quello della Slovenia) ai quasi 13 milioni del 1997, per poi iniziare a decrescere fino ai 9 milioni circa registrati nel 20104. Dovendo far fronte ad una crescente domanda di pesce sul mercato (l’Unione Europea è, insieme agli Stati Uniti e al Giappone, uno dei tre maggiori consumatori di prodotti ittici) e insieme alla scomparsa progressiva delle sue riserve, l’Europa ha così deciso di seguire due strade: da una parte, è divenuta il più grande importatore del pianeta (42% del totale mondiale delle importazioni²), dall’altra, mentre gli stessi pescherecci si spingevano verso le acque profonde degli oceani (il 23% del pesce nelle acque neozelandesi non viene catturato da navi locali, ma europee e giapponesi²), ha iniziato anche a stipulare accordi bilaterali, denominati FPA (Fisheries Partnership Agreements), con i quali paesi terzi garantiscono diritti di pesca all’interno della propria EEZ (Exclusive Economic Zone) alla flotta europea in cambio di aiuti finanziari e tecnici. Ma di quali partner economici stiamo parlando? Ovviamente dei paesi africani (anche se non mancano zone molto lontane, come Micronesia, Isole Salomone e Kiribati), i quali sono così sottoposti ad una sorta di colonialismo di ritorno, che secondo la maggior parte degli studiosi sta contribuendo alla devastazione della biodiversità acquatica del continente e, di conseguenza, alla povertà delle comunità di pescatori locali.

(continua…)

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¹ Don Hinrichsen, Ocean Planet in Decline (in Coastal Waters of the World: Trends, Threats and Strategies. Washington D.C. Island Press, 1998)

² Food and Agriculture Organization,  The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010  

³ The Economist, Troubled Waters. A Special Report on the Sea, 2009

4 Eurostat, Catches by Fishing Area, 1950-2010