Registrazione per la conferenza MED SDSN

Schermata 2013-06-01 alle 11.29.36

Pubblico anche qui l’invito che Greening USiena ha recentemente diffuso tra gli studenti internazionali iscritti presso l’Università degli Studi di Siena, incoraggiando tutti gli interessati a compilare il più velocemente possibile il form di iscrizione alla conferenza MED SDSN del 3-5 Luglio.

Cari studenti internazionali provenienti dall’area del Mediterraneo,
avrete forse saputo che il nostro ateneo è stato recentemente nominato quale centro di coordinamento regionale del network UN SDSN (http://unsdsn.org) e sta adesso lavorando alla costruzione della rete mediterranea di questo progetto globale (MED SDSNhttp://medunsdsn.unisi.it).

MED SDSN è un network che, nell’ambito delle Nazioni Unite, ha l’obiettivo di creare relazioni forti tra università, centri di ricerca, policymakers e aziende, con lo scopo di definire ed implementare soluzioni concrete sui temi dello sviluppo sostenibile.

med_unsdsn_logo160Dal momento che questo autorevole ed importantissimo progetto è stato allargato anche alla partecipazione degli studenti, vorrei incoraggiare tutti voi a prendervi parte: in particolare, dal momento che proprio a Siena si terrà la prima conferenza del MED SDSN (presso la Certosa di Pontignano, dal 3 al 5 Luglio 2013), spero di attirare la vostra attenzione proponendovi di partecipare a questo evento di rilevanza internazionale. Il workshop di 3 giorni vedrà la partecipazione di personaggi del calibro di Jeffrey Sachs e Laurence Tubiana, e vi consentirà di relazionarvi con una iniziativa di grande visibilità ed interesse.

Il numero massimo di studenti che potrà partecipare sarà di circa 10-15, per cui qualora siate interessati ai temi in oggetto o soprattutto qualora essi facciano parte del vostro percorso di studio, vi invito ad affrettarvi e compilare il modulo di registrazione che trovate qui, leggendo ovviamente prima le guidelines: http://greeningusiena.org/med-sdsn-conference/apply-for-the-conference/.

Date un’occhiata ai PDF allegati per ulteriori informazioni o contattateci al nostro indirizzo greeningusiena@unisi.it per qualsiasi domanda.

Per concludere, vi ricordo che si tratta di un evento di grande valenza formativa, che in ottica futura potrà rappresentare un valore aggiunto per tutti coloro che intendono proseguire gli studi nell’ambito dei temi dello sviluppo sostenibile.

Un altro anno in debito (ecologico)

Nelle culture e nelle tradizioni di tutto il mondo è presente almeno la memoria di un rito di passaggio collettivo, di un’occasione durante la quale ognuno è chiamato a liberarsi del proprio passato, dei propri errori, delle proprie sofferenze, per inaugurare un SEFAnuovo ciclo della vita e partire, per l’ennesima volta, da zero. Anche nella nostra, più modesta (e forse meno attenta al valore della simbologia) società tecnologica, alla fine di ogni anno molti di noi puntualmente descrivono quello appena trascorso come il peggiore possibile, ed in una sorta di catarsi a mezzo social network si augurano che il successivo sia foriero di soddisfazioni ed appagamento. Ebbene, purtroppo un augurio del genere non può riguardare ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare al nostro pianeta ed alle specie che lo abitano (compresa quella umana), pena il rischio ch’esso suoni ingenuo o, piuttosto, proferito in malafede. Infatti, l’idea che ogni anno si rivelerà più disastroso rispetto al precedente, con riguardo all’impatto della nostra civiltà sull’ambiente, si concretizza ormai in una macabra certezza. E’ quello che è avvenuto con il 2012, il quale, mentre veniva dichiarato dall’ONU ‘International Year of Sustainable Energy for All‘ ha assistito alla pianificazione di oltre 1000 nuove centrali a carbone ed all’inizio delle pericolosissime trivellazioni petrolifere nell’Artico. I dati del Global Carbon Projecthanno rivelato che nei 12 mesi appena trascorsi le emissioni globali di diossido di carbonio hanno raggiunto il nuovo record di 36 miliardi e mezzo di tonnellate; nel frattempo, sono state diffuse le cifre sui livelli di gas serra nell’atmosfera, che hanno toccato le 390.9 parti per milione (un altro record) nel 2011, con un incremento del 30% dal 1990, e tutto questo mentre la COP18 riunita a Doha riusciva a malapena ad estendere (e solo a pochi paesi) il minimale Protocollo di Kyoto in scadenza. Nel 2012 gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi decenni, uno stillicidio ancora in corso quando su New York si è abbattuto un uragano Sandy la cui violenza, secondo gli esperti, èArctic Drilling stata in gran parte esaltata dai cambiamenti climatici in atto. Allagamenti disastrosi si sono verificati in tutto il mondo, dalla nostra Italia all’Asia, e contemporaneamente la perdita della biodiversità non ha conosciuto battute di arresto. L’Earth Overshoot Day, il giorno approssimativo in cui vengono esaurite le risorse che il pianeta è in grado di generare ogni anno e la nostra civiltà inizia a vivere in debito ecologico, si è verificato per la prima volta il 22 di Agosto (nel 1992 era il 21 di Ottobre). Decine, infine, sono stati i report con cui le Nazioni Unite ed altri organismi internazionali hanno messo in guardia dalle crisi in atto e da quelle future, rivelando un trend negativo di durata ormai ultra-trentennale.

Ad un simile parabola discendente non si sottrarrà il 2013, considerata la natura irreversibile di molti processi in atto e l’inerzia di troppi di quelli che sono attori chiave sulla scena internazionale. Per quanto, a livello individuale, io apprezzi quel concetto filosofico per cui si deve vivere nel presente (il solo momento che possiamo influenzare con le nostre azioni), di certo una simile massima non potrà adattarsi alle devastazioni ambientali e sociali delle quali siamo spettatori, devastazioni che sono frutto di un processo continuo, il quale si distende senza sosta in ogni tempo ed in ogni luogo e non potrà subire un’inversione di tendenza se non tra diversi anni e dopo molti e grandi sforzi, che per la verità tardano ad arrivare.

Di certo, molta fiducia non l’hanno ispirata le stesse Nazioni Unite (termine con il quale si vogliono intendere i paesi del mondo da esse rappresentati), completamente chiuse al dialogo reciproco e spesso in apparenza sorde di fronte all’evidenza che quell’economia che i loro capi di governo si ostinano a cercare di rivitalizzare utilizzando le solite, vecchie categorie della crescita eAssemblea ONUdello sviluppo indiscriminato, va in realtà ripensata ed adeguata a necessità di giustizia ambientale e sociale ormai impellenti. Se a questo aggiungiamo la patologica, scarsa trasparenza delle pubbliche amministrazioni e dell’imprenditoria multinazionale, nonché la -ancora- troppo poco diffusa consapevolezza da parte della pubblica opinione dei paesi occidentali, il quadro appare decisamente fosco, anche per il prossimo futuro. Del resto, una ricerca del 2012 ha confermato che già 40,000 anni fa i nostri antenati australiani cacciavano i grandi vertebrati fino all’estinzione: un dato poco edificante, che impone un vero e proprio cambiamento epocale, antropologico nel rapporto tra la specie umana e la natura, se vogliamo avere la speranza di evitare un collasso biologico assoluto e definitivo. In questo quadro nerissimo, e pur nella certezza che il 2013 che ci aspetta non farà eccezione rispetto a tali, tremende aspettative, continueranno ad esserci persone, organizzazioni nazionali ed internazionali, gruppi di ricerca, che si batteranno perché l’agenda della politica mondiale possa mettere sempre più al centro i temi ambientali. Magari questo sforzo non potrà avere un effetto benefico sul breve periodo, ma di certo senza un impegno costante non avrebbe senso neppure discutere di cambiamenti così decisivi e improcrastinabili, cambiamenti fondamentali tanto per gli ecosistemi del pianeta quanto per la stessa struttura economica e sociale della civiltà contemporanea.

Arriviamo così al secondo punto di questa analisi. L’economista Jeffrey Sachs, a capo del progetto UNSDSN cui Greening USiena partecipa attraverso il nostro ateneo, ha recentemente affermato che povertà e questioni ambientali sono aspetti inscindibili di uno stesso problema ‘mondo’, legati tra di loro ed affatto in antitesi, come forse fino a qualche anno fa si sarebbe potuto pensare.Peru Indigenous People Secondo la gran parte degli studiosi, inoltre, cercare di risolvere la crisi del clima, quella della biodiversità, quella dell’inquinamento, implica oggi necessariamente il porsi in una nuova ottica nei confronti dell’attuale modello di sviluppo sociale ed economico; allo stesso tempo, è chiaro che solo attraverso una diversa, alternativa struttura della società, della politica e dell’economia si possono affrontare le sfide ambientali di questo secolo. Per tali ragioni, non c’è a mio avviso miglior modo di augurare un felice 2013 agli studenti di Greening USiena, alla comunità universitaria ed a tutti gli altri (si spera interessati) lettori, che quello di ricordare come il tema della sostenibilità sia contemporaneamente intriso di aspetti giuridici, sociologici, scientifici, tecnologici, economici ed anche filosofici ed antropologici. Di fatto, la stessa nascita del nostro network ha avuto come stella polare il concetto di interdisciplinarietà. Abbiamo così scelto di salutare i prossimi 365 giorni elencando le cosiddette ‘international observances’, ovvero i ‘titoli’ che, spesso sotto l’egida delle Nazioni Unite, vengono assegnati ad ogni nuovo anno. Queste ricorrenze testimoniano nella maniera più chiara la natura ‘ibrida’ delle problematiche che affliggono il nostro pianeta, e meritano di essere ricordate affinché non si perda mai la cognizione del sottile nesso che unisce tutela degli habitat selvaggi, diritti delle popolazioni indigene e delle minoranze, necessità di uno sviluppo locale ‘autosostenibile’ e della nascita di una nuova coscienza di luogo (per dirla con le parole di Alberto Magnaghi), modelli di consumo e di produzione, biodiversità, diritti dell’ambiente e degli animali, soluzioni alternative alla cementificazione del territorio, tecniche ingegneristiche e architettoniche innovative, cambiamenti nelle politiche economiche e sociali dei governi.

Il 2013, in primo luogo, è stato nominato dalle Nazioni Unite ‘International Year of Water Cooperation‘. Sappiamo tutti quanto2013logo_enl’acqua sia (non a caso) considerata elemento base della società, tanto di quella naturale come di quella umana: secondo la stessa ONU, entro il 2030 il mondo avrà bisogno del 30% di acqua in più per far fronte ai bisogni di una crescente popolazione, e il tempo per assicurare un simile approvvigionamento si assottiglia ogni giorno che passa. In quest’ottica, è concepibile un modello di sviluppo che fa delle risorse idriche alternativamente una materia liberamente appropriabile da parte del capitale ed una discarica? Questo ‘Anno per la Cooperazione sull’Acqua’ rappresenterà certamente un utile spunto di discussione in merito, ma purtroppo potremmo aspettarci poche azioni concrete a livello internazionale: è auspicabile allora che un ruolo guida venga assunto dalle comunità locali, in una tensione continua verso la riappropriazione dei beni comuni e la loro gestione in una prospettiva di sostenibilità.

Non meno importante sarà la ricorrenza dell’Anno Internazionale della Quinoa, ricorrenza proposta dalla Bolivia e supportata dalla FAO, con l’obiettivo di riconoscere dignità e rispetto alle popolazioni indigene della zona delle Ande, le quali hanno mantenuto,Quinoa controllato, protetto e preservato la quinoa come alimento per le presenti e future generazioni, grazie alle loro conoscenze tradizionali ed alle loro pratiche di vita improntate al rispetto della terra e della natura. E’ qui che nasce il filo rosso, quel concetto per cui cibo vuol dire comunità, vuol dire ambiente, vuol dire nuovo riconoscimento di un modello di vita diverso, fieramente non improntato a logiche di globalizzazione o di mercato.

Il 2013 farà infine parte di più di una decade riconosciuta su scala globale: da quella 2005-2014 per i Popoli Indigeni del Mondo a quella denominata Water for Life (2005-2015), dalla Decade per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile (ancora 2005-2014) a quella per i Deserti e la Lotta alla Desertificazione (2010-2020), dalla Terza Decade per lo Sradicamento del Colonialismo (2011-2020) a quella delle Nazioni Unite per la Biodiversità, biodiversità Decade logoche, laddove l’acqua rappresenta la base della vita, si configura invece come la struttura più intima ed essenziale della stessa, l’equilibrio delicato e fondamentale del mondo. Tutte queste tematiche meritano certamente di essere approfondite in altra sede e con più calma, ma in conclusione mi sento di dire una cosa: per quanto la proclamazione di simili ricorrenze lasci spesso il tempo che trova a livello internazionale, sta comunque a noi, come pubblica opinione e come singoli, il compito di far sì che esse non divengano un vuoto elenco, ma almeno un’occasione di confronto, di crescita, e di azione. Mi auguro che tale tortuoso ma necessario percorso inizi anche presso la comunità universitaria di Siena, e che un ruolo guida in questa sfida sia assunto dal nostro network e dai progetti che porteremo avanti con l’aiuto di tutti voi. Felice anno nuovo.

Dario Piselli, coordinatore

Greening USiena invita gli studenti

Approfittiamo dello iato natalizio nell’attività universitaria per riprendere un concetto che ci sta molto a cuore, espresso nella nostra quinta newsletter e riguardante la partecipazione degli studenti alle prime, fondamentali iniziative di Greening USiena.

Come infatti avrete notato, in qualità di coordinatore ho deciso di aprire e pubblicare questo sito web, nonostante mi World Student Environmental Summitfossi ripromesso di attendere fino al primo incontro del network (che, è confermato, sarà organizzato nella seconda metà di Gennaio). Ho fatto questa scelta perché credo che non potessimo perdere l’inerzia del progetto, e dovessimo perciò continuare a proporci in maniera attiva e costante verso l’esterno, attraendo in questo modo un sempre maggior bacino di supporto e di partecipazione ed evitando di essere costretti a contare su una ‘promozione’ fatta direttamente dall’Università. La scelta è caduta sulla piattaforma WordPress, e mi sembra che il risultato sia al momento molto soddisfacente; in ogni caso, presto registreremo un dominio esclusivo (probabilmente saràgreeningusiena.org) ed arricchiremo ulteriormente la pagina di contenuti e di programmi. In quest’ottica, ed arrivo quindi al punto, vi invito davvero a non attendere il meeting di Gennaio ed a farmi sapere fin da subito il vostro parere, inviandomi magari anche post, opinioni, articoli da voi scritti che provvederò subito a pubblicare. Solo così potremo arginare gli spiacevoli inconvenienti derivanti dalla momentanea mancanza di una vera e propria struttura organizzativa, ed iniziare già da adesso ad operare con la collaborazione di tutti.

Sempre sullo stesso argomento e con la stessa finalità, spero che vogliate darci una mano per il lancio ufficiale di Gennaio: io e il co-coordinatore Rino Bisconti abbiamo molte idee per una perfetta riuscita dell’evento, ma i contributi, come sapete, non sono maiWSES Workshop troppi. Di conseguenza, qualora alcuni di voi ci fornissero la propria disponibilità via mail, fisseremo un incontro preliminare in cui discuteremo con i presenti riguardo agli aspetti organizzativi ed opereremo una suddivisione dei relativi compiti. In definitiva, ci aspettiamo una vostra convinta partecipazione al percorso che abbiamo creato: credo, da coordinatore, che Greening USiena possa essere un bene comune ed un valore aggiunto per il nostro ateneo e per i suoi studenti, per cui sarà compito e fonte di soddisfazione per tutti (ovviamente in compatibilità con i propri impegni) esserne parte attiva.

Insomma, molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare, ma noi non ci fermiamo neppure per un attimo e speriamo che anche voi contribuirete. Chiudo invitandovi, come sempre, a parlare di Greening USiena con i vostri amici: abbiamo bisogno del più ampio supporto possibile!

Dario Piselli, Coordinatore

P.S. Colgo l’occasione per parlarvi delle ultime novità relative al progetto UNSDSN, nel cui ambito, come ho scritto più volte, ci stiamo ritagliando un importante spazio: dal momento che verrà riservato al nostro network il compito di organizzare la parte ‘studentesca’ della conferenza internazionale che si terrà a Siena nel Giugno 2013, abbiamo trovato l’accordo con Claudio Balestri della Fondazione MPS per costruire un tool elettronico (sul modello di questo, riservato ai docenti universitari:http://web.economia.unisi.it/limesurvey/index.php?sid=36925&newtest=Y) che consenta agli studenti (di qualsiasi Università, italiana ed europea) che vorranno partecipare di inviare le loro proposte e soluzioni relative a 12 macro-argomenti riguardanti lo sviluppo sostenibile. Noi di Greening USiena voteremo poi le idee migliori e attorno a queste organizzeremo l’evento di cui sopra. Per avere ulteriori informazioni, l’indirizzo è sempre lo stesso, greeningusiena@unisi.it!

Pesce e povertà: il saccheggio africano I

Premessa

Nel 2011, parlare dell’importanza della biodiversità nella lotta alla povertà significa soprattutto affrontare due ostacoli alla comunicazione di segno opposto. Il primo è rappresentato dall’alibi del profitto che pervade l’intero complesso politico-industriale-finanziario mondiale, il quale provvede a fornire la scusa per ogni devastazione ambientale che si rispetti; questo alibi presenta la questione della protezione della diversità biologica sotto forma di una falsa scelta tra sviluppo e sottosviluppo, laddove condizione sociale e cura degli ecosistemi sono invece temi intrinsecamente legati tra di loro, nella misura in cui è la preservazione degli habitat naturali dei paesi più poveri a garantirne un migliore sviluppo umano, e non la spinta ad una crescita economica della quale si avvantaggiano soltanto le élite locali e internazionali. Il secondo si estrinseca nell’ipocrisia di istituzioni la cui funzione dovrebbe essere proprio quella di azionare una vasta politica di tutela ambientale, e nel finto interesse dei media, i quali provvedono a fornire una rappresentazione tanto patinata e compassionevole quanto sbrigativa delle questioni in esame. In particolare, colpisce la solerzia con cui l’ONU ha dichiarato il lasso di tempo tra il 2011 ed il 2020 ‘Decennio della biodiversità’, considerando la sua totale mancanza di uno spirito di iniziativa forte nell’ambito dei summit sul clima e, in generale, della cura del pianeta: è eufemistico che lo strombazzato scopo di tali iniziative sia quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza delle tematiche ambientali, dal momento è se ci fosse qualcuno che dovrebbe essere incoraggiato (obbligato) ad agire di più e meglio, quel qualcuno dovrebbero proprio essere le Nazioni Unite.

Biodiversità e povertà in Africa

Se dovessimo scegliere il punto di partenza di un’esame sullo stato della diversità biologica mondiale e sui problemi che dal suo depauperamento derivano, senza dubbio dovremmo volgere la nostra attenzione al continente africano. Qui più che mai si intreccia la questione ambientale con la questione sociale, e qui più arduo che altrove appare il compito, a causa del grumo indistinto di interessi economici, corruzione politica e difficoltà strutturali che si dipanano nella regione. Prima di tutto, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco: il modello di sviluppo che ci si deve augurare per l’Africa non è il modello di sviluppo occidentale: in primo luogo, perchè quest’ultimo è frutto di un sistema sciagurato, basato su squilibri e disuguaglianze, e profondamente in crisi esso stesso; in secondo luogo, perchè la vera democrazia sorge solo da un connubio tra le peculiarità dei luoghi e l’autodeterminazione dei cittadini, e si basa non sull’aumentare del reddito, bensì sul rispetto della propria storia e sull’appartenenza ad un percorso condiviso di valori, saperi, risorse; infine, perchè solo svincolandosi da un’idea fuorviante di inadeguatezza della vita rurale al formarsi di una società nuova, democratica e sana, si può garantire un futuro al pianeta ed alle persone. Il nodo centrale, a mio avviso, risiede nella necessità di comprendere che il ruolo della biodiversità nell’economia (qui il termine sia inteso in senso letterale, puro) di un miglioramento delle condizioni di vita nei paesi di quest’area è un ruolo fondamentale, e che il mantenimento della biodiversità stessa non è un intralcio allo sviluppo (per lo meno, non nel senso in cui la parola sviluppo è abitualmente intesa in Occidente), bensì la sua componente più forte. Per gli abitanti del cosiddetto Terzo Mondo (anche se utilizzo questa espressione con una certa riluttanza), benessere non significa né può significare cementificazione selvaggia, utilizzo di strumenti finanziari, aiuti ai governi, apertura agli investimenti stranieri, come da più parti si vorrebbe far credere agitando lo spauracchio del sottosviluppo che conviene a molti e incoraggiando un solidarismo di facciata. Lo aveva capito, a suo tempo, il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara il quale, prima di essere ucciso nel 1987, si era adoperato per avviare una poderosa serie di riforme basate su una prospettiva anti-imperialista: rifiuto degli aiuti umanitari, battaglia contro il debito odioso, nazionalizzazione delle miniere e della terra, disconoscimento dei poteri dell’International Monetary Fund e della Banca Mondiale, nonchè politiche per l’autosufficienza alimentare, la riforestazione, l’educazione e i diritti delle donne. Come dimostra il suo esempio, non solo il miglioramento delle condizione africana non può basarsi su ingerenze esterne che si traducono sistematicamente in investimenti e donazioni (condizionate), pena l’impossibilità di raggiungere una effettiva indipendenza dalle forze economiche dominanti, ma questo miglioramento deve anche, necessariamente, basarsi sulla protezione delle fonti della vita e del sostentamento: l’ambiente e la sua biodiversità.

Il neocolonialismo della pesca

Se della biodiversità terrestre mi occuperò per esteso in uno dei prossimi interventi del blog, oggi vorrei fornire uno spunto di riflessione sulle pressanti questioni che riguardano la preservazione della varietà biologica acquatica africana, questioni troppo spesso nascoste in un cono d’ombra, tralasciate in favore degli aspetti più mainstream della crisi ambientale, ma al tempo stesso talmente vitali (e scabrose) da rappresentare una grave minaccia alla stessa sopravvivenza dei mari e delle popolazioni della regione, nonchè una problematica politica e geografica di fondamentale importanza. Spesso, quando si parla di crisi alimentare, sembriamo dimenticarci che nonostante più di metà della popolazione del continente viva ancora lontana dalle coste (in parte comunque vicino a fiumi e grandi laghi), le città affacciate sul mare subiscono una crescita annua, dovuta principalmente a flussi migratori, del 4 percento¹. Per queste persone (circa 500 milioni), la fonte di sostentamento più importante è rappresentata dalla pesca: oltre il 20% delle proteine animali consumate nei paesi dell’Africa Sub-sahariana (la cifra non tiene conto della distribuzione sul territorio, e va quindi intesa per difetto: si stima che in Senegal arrivi al 70%) provengono infatti dall’Oceano Atlantico². Si pone dunque la necessità di una protezione costante e severa della biodiversità acquatica, non solo nell’ottica della salvaguardia degli ecosistemi singolarmente intesi, ma anche in quella di un approccio più olistico che consideri la reciproca, fondamentale relazione tra uomo e mare come base di ogni meccanismo di tutela. Purtroppo, non solo questa protezione non viene adeguatamente attuata ed incoraggiata, ma spesso sono proprio le politiche dei paesi occidentali a dirigersi in senso opposto. In particolare, l’influenza della vecchia, solidale Europa sugli stock ittici dell’Africa Occidentale dovrebbe essere sottoposta ad uno scrutinio severo da parte dell’informazione, al pari di quella esercitata dai paesi del Sud Est asiatico, Giappone e Corea del Sud in primis. Come fa notare il settimanale inglese The Economist, nel suo rapporto Troubled Waters, l’88% delle riserve ittiche europee risulta oggi soggetto a sovrasfruttamento³, e questo a causa dello sviluppo della pesca su scala industriale che dalla fine della seconda guerra mondiale ha iniziato a decimare i nostri mari: il volume totale delle catture dichiarate (la stima non tiene conto delle catture illegali e di quelle non comunicate, che sono purtroppo la norma) dai 27 paesi oggi facenti parte dell’Unione Europea, con l’aggiunta di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, nonchè delle Isole Far Oer e della Groenlandia, è salito dai 5 milioni e 700 mila tonnellate del 1950 (ma qui non è compreso il dato delle Repubbliche baltiche all’epoca territorio dell’URSS e neanche quello della Slovenia) ai quasi 13 milioni del 1997, per poi iniziare a decrescere fino ai 9 milioni circa registrati nel 20104. Dovendo far fronte ad una crescente domanda di pesce sul mercato (l’Unione Europea è, insieme agli Stati Uniti e al Giappone, uno dei tre maggiori consumatori di prodotti ittici) e insieme alla scomparsa progressiva delle sue riserve, l’Europa ha così deciso di seguire due strade: da una parte, è divenuta il più grande importatore del pianeta (42% del totale mondiale delle importazioni²), dall’altra, mentre gli stessi pescherecci si spingevano verso le acque profonde degli oceani (il 23% del pesce nelle acque neozelandesi non viene catturato da navi locali, ma europee e giapponesi²), ha iniziato anche a stipulare accordi bilaterali, denominati FPA (Fisheries Partnership Agreements), con i quali paesi terzi garantiscono diritti di pesca all’interno della propria EEZ (Exclusive Economic Zone) alla flotta europea in cambio di aiuti finanziari e tecnici. Ma di quali partner economici stiamo parlando? Ovviamente dei paesi africani (anche se non mancano zone molto lontane, come Micronesia, Isole Salomone e Kiribati), i quali sono così sottoposti ad una sorta di colonialismo di ritorno, che secondo la maggior parte degli studiosi sta contribuendo alla devastazione della biodiversità acquatica del continente e, di conseguenza, alla povertà delle comunità di pescatori locali.

(continua…)

————————–

¹ Don Hinrichsen, Ocean Planet in Decline (in Coastal Waters of the World: Trends, Threats and Strategies. Washington D.C. Island Press, 1998)

² Food and Agriculture Organization,  The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010  

³ The Economist, Troubled Waters. A Special Report on the Sea, 2009

4 Eurostat, Catches by Fishing Area, 1950-2010