What are you industrious about?

Di seguito, la trascrizione (rielaborata) del discorso del coordinatore Dario Piselli che ha chiuso l’incontro di ieri.

Innanzitutto, vorrei parlare di Voi. Che cosa intendo?

Io ho contribuito, con grande impegno vi assicuro, a far nascere questo network, che come vedete sta muovendo i suoi primi passi e deve ancora guadagnarsi sul campo, con attività pratiche che potremo organizzare e definire di volta in volta solo se avremo il più ampio supporto possibile, l’attenzione che merita.

Ciononostante non mi sento, e non sono, una specie di leader sindacale, in primo luogo perché non ho mai militato in alcun 220px-Henry_David_Thoreaupartito e neppure in alcuna associazione ambientalista, ed inoltre perché filosoficamente ho sempre ritenuto che il primo passo verso una società migliore nasca in interiore homine, come scriveva anni fa il mio concittadino Luciano Bianciardi. Ho sempre ritenuto, cioè, che sia migliore ‘fare’ a livello individuale, comportarsi secondo ciò che si ritiene giusto (anche se si è da soli), piuttosto che fingere di essere grandi attivisti e capipopolo che poi di concreto, nella loro vita, inseriscono poco degli insegnamenti che propagandano. In questo mi sono sempre ispirato a ciò che ha scritto un grande pensatore americano, Henry David Thoreau, il quale sosteneva che l’unica scelta giusta fosse la scelta morale, prima che quella coerentemente scientifica, economicamente vantaggiosa, o ancora politicamente intelligente. Insomma, mi definisco un individualista (nel senso alto e ‘filosofico’ della parola, ovviamente), ma questo non vuol dire -come forse state pensando- che io creda che in realtà un network non abbia senso perché ‘è meglio fare da soli’: quello che intendo e’ che, per impegnarsi in qualcosa, si dovrebbe prima di tutto capire se quel qualcosa è davvero ciò che vogliamo, ciò che riteniamo giusto, e NON invece seguire mode, schieramenti politici o bandiere di ogni tipo e soltanto allora, in base a quello che altri hanno deciso, scegliere ciò che è meglio per noi.

Sempre Thoreau scriveva: ’se sapessi con sicurezza che un uomo sta venendo da me per farmi del bene, correrei a mettermi in salvo’; in altre parole, mi piacerebbe che voi che siete presenti oggi maturaste una convinzione (o l’abbiate già maturata) non perché lo abbiamo detto noi o l’ha detto Al Gillespie, o Marco Boschini o ancora Giuseppe Notarbartolo di Sciara, ma perché pensate che non ci sia cosa migliore da fare; perché pensate, e lo penso anch’io, che prima di essere economica, politica e sociale, la scelta della sostenibilità sia una scelta fondamentalmente morale. Come mi ha ricordato il fondatore del Tethys Research Institute nel dialogo che ho intrattenuto con lui, infatti, troppo spesso ci dimentichiamo di quanto abbiamo bisogno della bellezza, e cioè della necessità che sia non (o non solo) l’impegno civile a guidarci, ma la coscienza del nostro intimo rapporto con la natura che ci circonda.

Serve, insomma, una prospettiva diversa. Non è impossibile, e probabilmente neanche difficilissimo cambiare il modo di pensare a ciòPigs confined in metal and concrete pens che ci sta intorno. Pensiamo alle nostre tavole. Jonathan Safran Foer ha scritto che l’alimentazione, prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ed in effetti lo è, però al giorno d’oggi ci vuole poco ad accorgersi di quanto una simile affermazione sia veritiera. Infatti l’impatto ambientale (per tacere di quello morale, che non tutti considerano) dell’allevamento intensivo di carne è devastante ed innegabile, basti pensare che si stima che il solo consumo della stessa (tra trasporto e produzione) sia responsabile di oltre 1/6 delle emissioni di gas serra.

Così come devastante ed innegabile è l’impatto causato dalla pesca eccessiva sugli ecosistemi marini. Laddove spesso siamo Overfishing01ancorati ad una immagine, romantica e romanzata, del pescatore che sfida un mare che ha su di lui un potere di vita o di morte, la pesca oggi è in realtà un’industria, pesantemente sovvenzionata con fondi statali (nel nostro caso europei) ed in grado di produrre una pressione tragica sulle risorse naturali dei nostri mari. Una pressione talmente tragica che, se il ritmo del saccheggio non si attenuerà, secondo alcuni scienziati corriamo il rischio di non trovare più un solo pesce entro il 2050, ed alterare così irreparabilmente un equilibrio ecologico necessario alla vita sul pianeta, causando per di più imprevedibili ripercussioni sulla sicurezza alimentare in quei paesi nei quali il pesce rappresenta non un lusso, ma la principale fonte di proteine e di sostentamento; gli stessi paesi, tra l’altro, le cui acque già adesso stiamo depredando a suon di corruzione e dei cosiddetti ‘accordi di partenariato‘.

Nè il cosiddetto fish farming, che rappresenta il 50% dell’offerta mondiale di prodotti ittici, può rappresentare ‘la soluzione’ al problema dell’esaurimento delle ‘scorte’: esso ha infatti un impatto altrettanto devastante sugli ecosistemi costieri (penso alla distruzione delle mangrovie a causa dell’allevamento dei gamberetti), sulla biodiversità e sulla pressione sulle risorse ittiche (perché se si allevano in maggioranza pesci carnivori, bisognerà comunque pescare per dar loro da mangiare).

Allo stesso tempo, attraverso tutte le attività umane, dalla deforestazione al consumo di territorio per scopi abitativi ed industriali, dall’inquinamento marino e terrestre alla caccia, contribuiamo all’estinzione di circa 200 specie al giorno (secondo le stime dell’UNEP), in un escalation che, il biologo Edward O.Wilson ha stimato, porterà entro 100 anni alla scomparsa di metà delle specie di vita sulla terra, e consumiamo con sempre più largo anticipo le risorse naturali che il pianeta è in grado di produrre ogni anno. Pensate che l’earth overshoot day, ossia il giorno dell’anno in cui iniziamo a vivere in ‘debito ecologico’, perché abbiamo sorpassato le capacità rigenerative dell’ecosistema, nel 1982 cadeva il 21 di Ottobre, e quest’anno è invece caduto il 22 di Agosto.

Come se non bastasse, a causa di attività economiche incontrollate attentiamo ogni giorno alla salute dei nostri simili (basti vedere cosapg-6-arctic-ice-pa è accaduto nei giorni scorsi in Cina, ma basti anche pensare al caso ILVA, i cui lavoratori si trovano -per farla breve- a scegliere tra lo stipendio ed il tumore) e con le emissioni di metano, anidride carbonica, perossido di azoto, black carbon, contribuiamo in maniera crescente ai cambiamenti climatici, cambiamenti climatici il cui impatto sullo scioglimento delle calotte polari non solo è ormai un fatto innegabile in praticamente tutta la comunità scientifica (e, se non lo fosse, non si vedrebbe perché molte multinazionali dei combustibili fossili abbiano negli anni pesantemente sovvenzionato alcuni scienziati al fine di produrre report che negavano che ci fosse un ‘global warming’ in atto), ma è anche recentemente stato rivisto -purtroppo in negativo- rispetto alle precedenti previsioni.

Infine, e qui si manifesta l’inestricabile rapporto tra questioni ambientali e sociali, disconosciamo i diritti di quei popoli indigeni che, immemori di altri soprusi di altre epoche, continuiamo a combattere (il colonialismo non è mai davvero finito) con espropriazioni forzate, con l’indifferenza, con l’emarginazione, e fingiamo che l’unico modo per risolvere i problemi della fame, della povertà, del sottosviluppo sia uno sviluppo senza volto, uno sviluppo che elimina tradizioni, culture, ecosistemi in nome di una società economica globalizzata, la quale ignora i luoghi, le storie e le persone, dimenticando che invece solo dove c’è comunità, dove ci sono legami forti tra terra e uomo, ci può essere vera sostenibilità e vero miglioramento delle condizioni di vita.

Di fronte a questo -pur riassuntivo- quadro, un quadro frammisto di ignoranza e di quell’avidità che John Steinbeck aveva descritto già 798152_509721482412036_1496481063_omolti anni fa nei suoi libri, abbiamo insomma tutti gli elementi per decidere di impegnarci. Non con la rabbia od il pessimismo, ma con l’ottimismo di chi vuole costruire qualcosa di nuovo, anche nella nostra piccola realtà studentesca. E’ per questo che non vogliamo solo portare cartelli o fare proteste fini a sé stesse. Crediamo che sia arrivato il momento di ‘inoculare’ con coraggio proposte radicali, decise, che non temono compromessi, all’interno delle organizzazioni che hanno il potere di fare qualcosa. Dobbiamo lavorare perché quelle idee che un tempo erano ritenute un po’ ‘fricchettone’, che erano emarginate a prescindere dalla discussione pubblica ‘seria’ (quella dei politici e degli imprenditori che ‘sanno’ ciò che è giusto), divengano invece LE IDEE, le uniche autorevoli perché le sole davvero realistiche, le sole non ancorate a quei modelli direi novecenteschi di sviluppo che hanno causato tutto ciò di cui abbiamo parlato. Dobbiamo, come network, porci l’obiettivo di unire radicalità ed istituzionalità, non dobbiamo avere paura di una visione alta ma allo stesso tempo dobbiamo impegnarci perché questa visione sia accettata, compresa, e divenga quella vincente anche all’interno delle istituzioni.

E, per fare tutto ciò, dobbiamo rendere per prima cosa la nostra comunità universitaria, con l’aiuto dei docenti, del rettore, del personale amministrativo, un posto in cui si respira la sostenibilità. Alberto Magnaghi, grande urbanista e teorico del concetto di sviluppo locale autosostenibile, ha scritto che ‘Il territorio è un atto d’amore, frutto della fecondazione della natura da parte della cultura’. Per questo partire dai nostri studi, dal posto in cui viviamo e nel quale abbiamo le nostre relazioni, è fondamentale. Perché possiamo gettare un seme, ed essere così fecondi per una comunità intera.

Un altro anno in debito (ecologico)

Nelle culture e nelle tradizioni di tutto il mondo è presente almeno la memoria di un rito di passaggio collettivo, di un’occasione durante la quale ognuno è chiamato a liberarsi del proprio passato, dei propri errori, delle proprie sofferenze, per inaugurare un SEFAnuovo ciclo della vita e partire, per l’ennesima volta, da zero. Anche nella nostra, più modesta (e forse meno attenta al valore della simbologia) società tecnologica, alla fine di ogni anno molti di noi puntualmente descrivono quello appena trascorso come il peggiore possibile, ed in una sorta di catarsi a mezzo social network si augurano che il successivo sia foriero di soddisfazioni ed appagamento. Ebbene, purtroppo un augurio del genere non può riguardare ciò che abbiamo fatto e continuiamo a fare al nostro pianeta ed alle specie che lo abitano (compresa quella umana), pena il rischio ch’esso suoni ingenuo o, piuttosto, proferito in malafede. Infatti, l’idea che ogni anno si rivelerà più disastroso rispetto al precedente, con riguardo all’impatto della nostra civiltà sull’ambiente, si concretizza ormai in una macabra certezza. E’ quello che è avvenuto con il 2012, il quale, mentre veniva dichiarato dall’ONU ‘International Year of Sustainable Energy for All‘ ha assistito alla pianificazione di oltre 1000 nuove centrali a carbone ed all’inizio delle pericolosissime trivellazioni petrolifere nell’Artico. I dati del Global Carbon Projecthanno rivelato che nei 12 mesi appena trascorsi le emissioni globali di diossido di carbonio hanno raggiunto il nuovo record di 36 miliardi e mezzo di tonnellate; nel frattempo, sono state diffuse le cifre sui livelli di gas serra nell’atmosfera, che hanno toccato le 390.9 parti per milione (un altro record) nel 2011, con un incremento del 30% dal 1990, e tutto questo mentre la COP18 riunita a Doha riusciva a malapena ad estendere (e solo a pochi paesi) il minimale Protocollo di Kyoto in scadenza. Nel 2012 gli Stati Uniti si sono trovati ad affrontare uno dei peggiori periodi di siccità degli ultimi decenni, uno stillicidio ancora in corso quando su New York si è abbattuto un uragano Sandy la cui violenza, secondo gli esperti, èArctic Drilling stata in gran parte esaltata dai cambiamenti climatici in atto. Allagamenti disastrosi si sono verificati in tutto il mondo, dalla nostra Italia all’Asia, e contemporaneamente la perdita della biodiversità non ha conosciuto battute di arresto. L’Earth Overshoot Day, il giorno approssimativo in cui vengono esaurite le risorse che il pianeta è in grado di generare ogni anno e la nostra civiltà inizia a vivere in debito ecologico, si è verificato per la prima volta il 22 di Agosto (nel 1992 era il 21 di Ottobre). Decine, infine, sono stati i report con cui le Nazioni Unite ed altri organismi internazionali hanno messo in guardia dalle crisi in atto e da quelle future, rivelando un trend negativo di durata ormai ultra-trentennale.

Ad un simile parabola discendente non si sottrarrà il 2013, considerata la natura irreversibile di molti processi in atto e l’inerzia di troppi di quelli che sono attori chiave sulla scena internazionale. Per quanto, a livello individuale, io apprezzi quel concetto filosofico per cui si deve vivere nel presente (il solo momento che possiamo influenzare con le nostre azioni), di certo una simile massima non potrà adattarsi alle devastazioni ambientali e sociali delle quali siamo spettatori, devastazioni che sono frutto di un processo continuo, il quale si distende senza sosta in ogni tempo ed in ogni luogo e non potrà subire un’inversione di tendenza se non tra diversi anni e dopo molti e grandi sforzi, che per la verità tardano ad arrivare.

Di certo, molta fiducia non l’hanno ispirata le stesse Nazioni Unite (termine con il quale si vogliono intendere i paesi del mondo da esse rappresentati), completamente chiuse al dialogo reciproco e spesso in apparenza sorde di fronte all’evidenza che quell’economia che i loro capi di governo si ostinano a cercare di rivitalizzare utilizzando le solite, vecchie categorie della crescita eAssemblea ONUdello sviluppo indiscriminato, va in realtà ripensata ed adeguata a necessità di giustizia ambientale e sociale ormai impellenti. Se a questo aggiungiamo la patologica, scarsa trasparenza delle pubbliche amministrazioni e dell’imprenditoria multinazionale, nonché la -ancora- troppo poco diffusa consapevolezza da parte della pubblica opinione dei paesi occidentali, il quadro appare decisamente fosco, anche per il prossimo futuro. Del resto, una ricerca del 2012 ha confermato che già 40,000 anni fa i nostri antenati australiani cacciavano i grandi vertebrati fino all’estinzione: un dato poco edificante, che impone un vero e proprio cambiamento epocale, antropologico nel rapporto tra la specie umana e la natura, se vogliamo avere la speranza di evitare un collasso biologico assoluto e definitivo. In questo quadro nerissimo, e pur nella certezza che il 2013 che ci aspetta non farà eccezione rispetto a tali, tremende aspettative, continueranno ad esserci persone, organizzazioni nazionali ed internazionali, gruppi di ricerca, che si batteranno perché l’agenda della politica mondiale possa mettere sempre più al centro i temi ambientali. Magari questo sforzo non potrà avere un effetto benefico sul breve periodo, ma di certo senza un impegno costante non avrebbe senso neppure discutere di cambiamenti così decisivi e improcrastinabili, cambiamenti fondamentali tanto per gli ecosistemi del pianeta quanto per la stessa struttura economica e sociale della civiltà contemporanea.

Arriviamo così al secondo punto di questa analisi. L’economista Jeffrey Sachs, a capo del progetto UNSDSN cui Greening USiena partecipa attraverso il nostro ateneo, ha recentemente affermato che povertà e questioni ambientali sono aspetti inscindibili di uno stesso problema ‘mondo’, legati tra di loro ed affatto in antitesi, come forse fino a qualche anno fa si sarebbe potuto pensare.Peru Indigenous People Secondo la gran parte degli studiosi, inoltre, cercare di risolvere la crisi del clima, quella della biodiversità, quella dell’inquinamento, implica oggi necessariamente il porsi in una nuova ottica nei confronti dell’attuale modello di sviluppo sociale ed economico; allo stesso tempo, è chiaro che solo attraverso una diversa, alternativa struttura della società, della politica e dell’economia si possono affrontare le sfide ambientali di questo secolo. Per tali ragioni, non c’è a mio avviso miglior modo di augurare un felice 2013 agli studenti di Greening USiena, alla comunità universitaria ed a tutti gli altri (si spera interessati) lettori, che quello di ricordare come il tema della sostenibilità sia contemporaneamente intriso di aspetti giuridici, sociologici, scientifici, tecnologici, economici ed anche filosofici ed antropologici. Di fatto, la stessa nascita del nostro network ha avuto come stella polare il concetto di interdisciplinarietà. Abbiamo così scelto di salutare i prossimi 365 giorni elencando le cosiddette ‘international observances’, ovvero i ‘titoli’ che, spesso sotto l’egida delle Nazioni Unite, vengono assegnati ad ogni nuovo anno. Queste ricorrenze testimoniano nella maniera più chiara la natura ‘ibrida’ delle problematiche che affliggono il nostro pianeta, e meritano di essere ricordate affinché non si perda mai la cognizione del sottile nesso che unisce tutela degli habitat selvaggi, diritti delle popolazioni indigene e delle minoranze, necessità di uno sviluppo locale ‘autosostenibile’ e della nascita di una nuova coscienza di luogo (per dirla con le parole di Alberto Magnaghi), modelli di consumo e di produzione, biodiversità, diritti dell’ambiente e degli animali, soluzioni alternative alla cementificazione del territorio, tecniche ingegneristiche e architettoniche innovative, cambiamenti nelle politiche economiche e sociali dei governi.

Il 2013, in primo luogo, è stato nominato dalle Nazioni Unite ‘International Year of Water Cooperation‘. Sappiamo tutti quanto2013logo_enl’acqua sia (non a caso) considerata elemento base della società, tanto di quella naturale come di quella umana: secondo la stessa ONU, entro il 2030 il mondo avrà bisogno del 30% di acqua in più per far fronte ai bisogni di una crescente popolazione, e il tempo per assicurare un simile approvvigionamento si assottiglia ogni giorno che passa. In quest’ottica, è concepibile un modello di sviluppo che fa delle risorse idriche alternativamente una materia liberamente appropriabile da parte del capitale ed una discarica? Questo ‘Anno per la Cooperazione sull’Acqua’ rappresenterà certamente un utile spunto di discussione in merito, ma purtroppo potremmo aspettarci poche azioni concrete a livello internazionale: è auspicabile allora che un ruolo guida venga assunto dalle comunità locali, in una tensione continua verso la riappropriazione dei beni comuni e la loro gestione in una prospettiva di sostenibilità.

Non meno importante sarà la ricorrenza dell’Anno Internazionale della Quinoa, ricorrenza proposta dalla Bolivia e supportata dalla FAO, con l’obiettivo di riconoscere dignità e rispetto alle popolazioni indigene della zona delle Ande, le quali hanno mantenuto,Quinoa controllato, protetto e preservato la quinoa come alimento per le presenti e future generazioni, grazie alle loro conoscenze tradizionali ed alle loro pratiche di vita improntate al rispetto della terra e della natura. E’ qui che nasce il filo rosso, quel concetto per cui cibo vuol dire comunità, vuol dire ambiente, vuol dire nuovo riconoscimento di un modello di vita diverso, fieramente non improntato a logiche di globalizzazione o di mercato.

Il 2013 farà infine parte di più di una decade riconosciuta su scala globale: da quella 2005-2014 per i Popoli Indigeni del Mondo a quella denominata Water for Life (2005-2015), dalla Decade per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile (ancora 2005-2014) a quella per i Deserti e la Lotta alla Desertificazione (2010-2020), dalla Terza Decade per lo Sradicamento del Colonialismo (2011-2020) a quella delle Nazioni Unite per la Biodiversità, biodiversità Decade logoche, laddove l’acqua rappresenta la base della vita, si configura invece come la struttura più intima ed essenziale della stessa, l’equilibrio delicato e fondamentale del mondo. Tutte queste tematiche meritano certamente di essere approfondite in altra sede e con più calma, ma in conclusione mi sento di dire una cosa: per quanto la proclamazione di simili ricorrenze lasci spesso il tempo che trova a livello internazionale, sta comunque a noi, come pubblica opinione e come singoli, il compito di far sì che esse non divengano un vuoto elenco, ma almeno un’occasione di confronto, di crescita, e di azione. Mi auguro che tale tortuoso ma necessario percorso inizi anche presso la comunità universitaria di Siena, e che un ruolo guida in questa sfida sia assunto dal nostro network e dai progetti che porteremo avanti con l’aiuto di tutti voi. Felice anno nuovo.

Dario Piselli, coordinatore

Greening USiena invita gli studenti

Approfittiamo dello iato natalizio nell’attività universitaria per riprendere un concetto che ci sta molto a cuore, espresso nella nostra quinta newsletter e riguardante la partecipazione degli studenti alle prime, fondamentali iniziative di Greening USiena.

Come infatti avrete notato, in qualità di coordinatore ho deciso di aprire e pubblicare questo sito web, nonostante mi World Student Environmental Summitfossi ripromesso di attendere fino al primo incontro del network (che, è confermato, sarà organizzato nella seconda metà di Gennaio). Ho fatto questa scelta perché credo che non potessimo perdere l’inerzia del progetto, e dovessimo perciò continuare a proporci in maniera attiva e costante verso l’esterno, attraendo in questo modo un sempre maggior bacino di supporto e di partecipazione ed evitando di essere costretti a contare su una ‘promozione’ fatta direttamente dall’Università. La scelta è caduta sulla piattaforma WordPress, e mi sembra che il risultato sia al momento molto soddisfacente; in ogni caso, presto registreremo un dominio esclusivo (probabilmente saràgreeningusiena.org) ed arricchiremo ulteriormente la pagina di contenuti e di programmi. In quest’ottica, ed arrivo quindi al punto, vi invito davvero a non attendere il meeting di Gennaio ed a farmi sapere fin da subito il vostro parere, inviandomi magari anche post, opinioni, articoli da voi scritti che provvederò subito a pubblicare. Solo così potremo arginare gli spiacevoli inconvenienti derivanti dalla momentanea mancanza di una vera e propria struttura organizzativa, ed iniziare già da adesso ad operare con la collaborazione di tutti.

Sempre sullo stesso argomento e con la stessa finalità, spero che vogliate darci una mano per il lancio ufficiale di Gennaio: io e il co-coordinatore Rino Bisconti abbiamo molte idee per una perfetta riuscita dell’evento, ma i contributi, come sapete, non sono maiWSES Workshop troppi. Di conseguenza, qualora alcuni di voi ci fornissero la propria disponibilità via mail, fisseremo un incontro preliminare in cui discuteremo con i presenti riguardo agli aspetti organizzativi ed opereremo una suddivisione dei relativi compiti. In definitiva, ci aspettiamo una vostra convinta partecipazione al percorso che abbiamo creato: credo, da coordinatore, che Greening USiena possa essere un bene comune ed un valore aggiunto per il nostro ateneo e per i suoi studenti, per cui sarà compito e fonte di soddisfazione per tutti (ovviamente in compatibilità con i propri impegni) esserne parte attiva.

Insomma, molto è stato fatto e molto c’è ancora da fare, ma noi non ci fermiamo neppure per un attimo e speriamo che anche voi contribuirete. Chiudo invitandovi, come sempre, a parlare di Greening USiena con i vostri amici: abbiamo bisogno del più ampio supporto possibile!

Dario Piselli, Coordinatore

P.S. Colgo l’occasione per parlarvi delle ultime novità relative al progetto UNSDSN, nel cui ambito, come ho scritto più volte, ci stiamo ritagliando un importante spazio: dal momento che verrà riservato al nostro network il compito di organizzare la parte ‘studentesca’ della conferenza internazionale che si terrà a Siena nel Giugno 2013, abbiamo trovato l’accordo con Claudio Balestri della Fondazione MPS per costruire un tool elettronico (sul modello di questo, riservato ai docenti universitari:http://web.economia.unisi.it/limesurvey/index.php?sid=36925&newtest=Y) che consenta agli studenti (di qualsiasi Università, italiana ed europea) che vorranno partecipare di inviare le loro proposte e soluzioni relative a 12 macro-argomenti riguardanti lo sviluppo sostenibile. Noi di Greening USiena voteremo poi le idee migliori e attorno a queste organizzeremo l’evento di cui sopra. Per avere ulteriori informazioni, l’indirizzo è sempre lo stesso, greeningusiena@unisi.it!

Editoriale: un’opportunità per USiena

Presso l’Università degli Studi di Siena sta nascendo Greening USiena, un network fatto da studenti e pensato per studenti che vuole riunire tutti coloro che sono interessati ai temi dell’ecologia, della sostenibilità, della tutela della biodiversità.

In questi mesi il nostro ateneo ha abbracciato la sfida della sostenibilità ambientale, sociale ed economica, rendendola un vero e proprio pilastro della propria azione, nonché un obiettivo ed un parametro imprescindibile per il futuro delle attività di ricerca e Logo USiena Sostenibilitàdi insegnamento. Così facendo, a nostro parere, è riuscita ad acquisire un ruolo internazionale di grande fascino e ad adottare nel contempo una prospettiva di innovazione che ci rende orgogliosi ma che deve anche responsabilizzarci. La recente notizia dell’ingresso del rettore Riccaboni nel board del network UNSDSN, lanciato dalle Nazioni Unite con l’obiettivo di individuare soluzioni concrete alle questioni globali più pressanti di questo secolo attraverso il contributo di università, centri di ricerca e aziende, insieme all’individuazione dell’Università di Siena come centro di coordinamento del progetto per l’intera area del Mediterraneo, rappresentano infatti un invito che pensiamo di dover raccogliere. Non ci sembrava ragionevole, in altre parole, che ad una ispirazione così forte, così importante per tutta la comunità universitaria e per il suo futuro, non dovesse corrispondere la diffusione di un clima culturale altrettanto consapevole e propositivo tra gli studenti. Troppo spesso, nella nostra opinione, si è portati a vivere l’esperienza degli studi sentendosi sradicati da ogni forma di utile attività o impegno, o viceversa a votarsi alla polemica politica ed alle bandiere partitiche. Quello che manca, nei nostri atenei, è un associazionismo che abbia a cuore le problematiche concrete della nostra società, un associazionismo che sia preparato, deciso e attivo nella promozione di iniziative e progetti che abbiano un reale impatto a livello locale, nazionale e possibilmente anche internazionale, in un’ottica a-politica ma con un’idea molto chiara di Politica.

Abbiamo così deciso di creare Greening USiena, un network studentesco che non si preoccupi solamente di diffondere consapevolezza e conoscenza ambientale tra gli iscritti o di sostenere interventi per la riduzione dell’impronta ecologica delle strutture dell’ateneo, maUniversità di Siena che si ponga altresì l’obiettivo di interagirecon i docenti, con il personale tecnico amministrativo e con le altre realtà italiane, europee e mondiali per la gestione e l’organizzazione di attività ed eventi comuni in materia di sostenibilità. In definitiva, potremo portare avanti progetti autonomi e nello stesso tempo creare uno spazio di partecipazione studentesca all’interno degli impegni istituzionali della nostra Università (in primis il già citato, interessantissimo percorso delineato dal UNSDSN).

Avete intenzione di proseguire gli studi nel campo delle tematiche ambientali e volete iniziare a confrontarvi con questo impegno stimolante, legato a questioni di fondamentale importanza per il futuro del pianeta? Siete curiosi di conoscerci meglio o comunque volete saperne di più? Per avere ulteriori informazioni su tutto questo (e su molto altro, compresa la nostra partecipazione al World Student Environmental Network), inviateci una mail al nostro indirizzo oppure seguiteci su Facebook, Twitter e su questo sito. Greening USiena sta nascendo, e vorremmo che più studenti possibile raccogliessero la sfida di farne parte.

Dario Piselli, Coordinatore

Nasce Greening USiena!

In queste settimane presso l’Università degli Studi di Siena sta prendendo vita un progetto che rappresenta un’assoluta novità nel panorama degli atenei italiani: si tratta di Greening USiena, un network studentesco che si occuperà di ecologia, tutela dellaLogo Greening USienabiodiversità e sostenibilità, ma soprattutto il NOSTRO network! Per Gennaio è fissata la data del lancio ufficiale, ma già da adesso stiamo lavorando a pieno ritmo per creare la struttura di base di questo interessantissimo progetto, con il quale ci proponiamo di convogliare le conoscenze e le passioni degli studenti USiena verso la promozione di iniziative e l’elaborazione di proposte che abbiano una rilevanza non solo locale, ma anche nazionale ed internazionale, stante il recente impegno della nostra Università a porre le tematiche ambientali al centro della propria futura azione (impegno concretizzatosi soprattutto con la nascita di Ne.S.So., l’ingresso nel United Nations Sustainable Development Solutions Network e la nomina a centro di riferimento dello stesso per tutta l’area del mediterraneo).

Il sito del network è ancora in costruzione, e probabilmente sarà attivo al cento per cento solamente da Gennaio, però intanto vogliamo fornirvi il nostro pdf di presentazione (che trovate anche alla pagina ‘risorse‘) e sottolineare alcuni aspetti del nostro progetto, rimandando a ciò che abbiamo ivi scritto. Nel frattempo, potere diventare fan di Greening USiena su Facebook o seguirci su Twitter, ma anche inviarci una mail a greeningusiena@unisi.it per entrare nella nostra mailing list (non occorre che siate iscritti all’Università di Siena!).

Concludiamo ricordandovi di invitare i vostri amici a prendere conoscenza di questo percorso totalmente nuovo nel contesto italiano: se siete studenti USiena, potrete aderirvi, altrimenti vi incoraggiamo a creare qualcosa di simile nei vostri atenei!

La mission: Greening USiena punta a ridurre l’impatto ambientale delle strutture universitarie; a creare un sano clima culturale di associazionismo studentesco consapevole all’interno della comunità senese; a partecipare alle iniziative del World Student Environmental Network; a promuovere ed organizzare seminari per gli studenti, gruppi di lavoro e attività di orientamento (anche per i futuri iscritti); a collaborare con l’istituzione universitaria per la creazione e la gestione dii eventi e progetti, sia nazionali che internazionali, attraverso i quali coinvolgere attivamente gli studenti in attività concrete che abbiano un senso per il loro futuro e per il futuro del pianeta.

I pilastri: Saremo un network di studenti e per studenti che si propone di affrontare con consapevolezza e convinzione le tematiche della biodiversità, della conservazione e della sostenibilità ambientale, ma che tuttavia non vuole accontentarsi di essere un semplice think-tank autoreferenziale, simile a tanti, troppi movimenti politici universitari.

Un network a-politico, dunque, ma con una chiara idea di Politica, che per stessa etimologia del termine vuole puntare a fare rete, adPdf di Presentazioneintegrarsi nella vita del campus-Siena e con le attività dell’Università che lo ospita, attraverso un interscambio che coinvolga i docenti di Ne.S.So. e consenta una attiva e costante partecipazione alle iniziative ‘istituzionali’, sia nazionali che internazionali, della stessa Università, in primis il nuovo progetto Sustainable Development Solutions Network lanciato dalle Nazioni Unite.

Un network, in definitiva, che non vuole solamente proporre una diffusione dell’informazione e della conoscenza in materia di questioni ambientali tra gli studenti, ma funzionare invece come una finestra attraverso cui affacciarsi per promuovere una riduzione dell’impronta ecologica all’interno delle strutture universitarie e per confrontarsi in maniera non passiva con le problematiche concrete legate alla globalizzazione ed allo sviluppo, nella prospettiva di formare una classe di laureati che veda la sostenibilità e la conservazione non solo come passioni, ma anche come opportunità di impiego e di impegno civile.

Il link al pdf di presentazionehttp://bit.ly/U6IBEf
Il sito di Greening USiena: http://greeningusiena.org

Dario Piselli, Coordinatore Greening USiena

Intervista a Daniel Pauly (Parte II)

Ieri ho pubblicato su One Daily Activist la prima parte del mio dialogo con il professor Daniel Pauly. Qui sotto trovate la seconda metà dell’intervista, nonchè documenti utili per quanti volessero approfondire la materia. Per concludere, devo riconoscere che mi è stata concessa una grande opportunità di confronto; la possibilità di avere a che fare con una delle persone più stimate nel panorama dell’ecologia mondiale è stata per me profonda fonte di ispirazione, così come spero rappresenti un momento di riflessione e  un incentivo all’azione anche per tutti i visitatori. Buona lettura!

Mr.Pauly, Lei si è speso in maniera decisa affinchè fosse riconosciuto che la creazione di riserve marine rappresenta l’unica via efficiente per consentire alle specie ittiche di ripopolare i mari ed evitare il loro declino. Se la loro estensione è ancora limitata nelle nazioni sviluppate, cosa può essere fatto per promuovere la loro creazione nei paesi poveri? Come affrontare il problema delle specie migratorie?

Gli attuali target globali di protezione dell’ambiente marino mirano a salvaguardare il 10/30% degli habitat di acqua salata entro i prossimi 3-5 anni. Tuttavia, questi obiettivi sono stati adottati senza una preventiva analisi in merito alla loro effettiva realizzabilità, e soprattutto senza una anteriore conoscenza dei dati sulle aree protette. Sono stato io, insieme ad altri colleghi, a presentare per primo un accertamento globale sullo stato delle MPAs, nonché ad affermare che il ritmo della loro creazione stava andando troppo a rilento per fare la differenza. I nostri studi hanno confermato le preoccupazioni circa la rilevanza e l’utilità di obiettivi globali di conservazione, ma al tempo stesso hanno evidenziato il bisogno di un immediato e rapido aumento nell’estensione delle aree protette. La loro distribuzione è ineguale, e solo la metà di esse fa parte di un network coerentemente integrato. Per migliorare questa situazione, dobbiamo lavorare su più livelli. Per salvaguardare le specie stanziali, è necessario predisporre un numero maggiore di aree di piccole dimensioni: infatti, una MPA di grosse dimensioni è inutile se creata senza l’applicazione sistematica di moderni strumenti di conservazione e dei principi che sovrintendono al design di tali zone. Certamente, questo non vuol dire che dobbiamo crearne solamente di piccole dimensioni: ad oggi, tra il 20% e il 46% delle acque protette nel mondo sono situate in aree isolate, e potrebbero dunque non essere efficaci per affrontare il problema delle specie migratorie, o alle specie che sono parte di un network globale (cui dobbiamo aggiungere le migrazioni causate dai cambiamenti climatici). Le riserve di grandi dimensioni sono necessarie per fare una reale differenza, e soprattutto la loro creazione è più conveniente nel rapporto costi/benefici, seguendo il concetto delle economie di scala (vedi il documento: Understanding the cost of establishing MPAs).

Per rispondere alla tua prima domanda, in questo momento la maggior parte dei fondi destinati alle aree protette situate all’interno delle aree economiche esclusive di paesi sviluppati viene da agenzie governative che operano a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo dipendono da fondi stanziati da agenzie straniere e/o agenzie locali (senza considerare le donazioni e il volontariato): in entrambi i casi, ad essere fondamentale è la volontà politica.

Molti vedono nell’acquacoltura la possibile soluzione della crisi degli stocks ittici. Il mio modesto parere è che essa rappresenti invece un rischio per la biodiversità ed una crescente fonte di inquinamento (lasciando da parte la questione morale relativa all’allevamento). Qual è la sua opinione in merito?

Inizialmente, l’acquacoltura potrebbe diminuire davvero la nostra dipendenza dal pesce selvaggio, e mitigare l’ormai prossimo declino. Tuttavia, il termine ‘acquacoltura‘ può riferirsi a due pratiche fondamentalmente differenti tra di loro: la prima riguarda bivalvi, come ostriche e cozze, o pesci di acqua dolce quali carpa e tilapia, l’altra indica invece l’allevamento di specie carnivore quali salmone e spigola e, in maniera sempre maggiore, l’ingrasso del tonno selvaggio ridotto in cattività. Il primo tipo di acquacoltura utilizza piante e plancton per generare un accrescimento netto dell’offerta di prodotti ittici, ed è praticata principalmente nei paesi in via di sviluppo, con il risultato di garantire un apporto di proteine animali economiche laddove più ce n’è bisogno. La seconda operazione, viceversa, ha bisogno di una fornitura costante di piccoli pesci che vengono usati come cibo per quelli allevati. Di conseguenza, c’è una perdita netta nell’offerta totale di pescato, e la pressione sugli stocks selvaggi aumenta invece che diminuire. In conclusione, più alleviamo specie carnivore, meno potremo comprare e mangiare pesce a buon mercato (sardine, acciughe, aringhe, sgombri).

Gli esperti hanno una differente visione dei sussidi all’industria della pesca, e Lei ha chiesto la fine di questa pratica. Certamente, essi garantiscono un vantaggio per le flotte dei paesi ricchi, ma secondo il mio parere in un certo modo anche il libero commercio è colpevole della crisi, perchè la crescente domanda occidentale influenzerà sempre il mercato. Inoltre, potrebbe l’abolizione dei sussidi portare ad una pesca IUU (illegale, non documentata e non regolata) ancora più aggressiva? Non sarebbe migliore incoraggiare un piano di sussidi modesti, orientati alla sostenibilità, ed investire il denaro risparmiato nella trasparenza e nella sorveglianza?

Tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i sussidi che aumentano la capacità di pesca (di qui in avanti, capacity-enhancing) sono intrinsecamente sbagliati, e sfortunatamente la maggior parte (solitamente circa il 60% del totale mondiale, che nel 2003 è stato di 30 miliardi di dollari) dei trasferimenti diretti al settore ittico è di questo tipo, con i sussidi per il carburante che rappresentano il 15-30% del totale. Perfino i summit del WTO hanno riaffermato la stretta interrelazione tra sussidi, sovracapacità e sovrapesca. Nonostante ciò, gli aiuti diretti a promuovere la conservazione e la gestione delle risorse sono considerati da più parti come necessari.

Rashid Sumaila ha classificato i sussidi in base al loro potenziale impatto sulla sostenibilità delle risorse ittiche, dividendoli in ‘benefici’, ‘capacity-enhancing‘ (come programmi che prevedono prestiti a tasso agevolato per la costruzione di navi, esenzioni fiscali e accordi di accesso ad acque straniere) e ‘di effetto dubbio’. Dovrebbero essere permessi solo i sussidi che favoriscono la crescita degli stock attraverso la conservazione e il monitoraggio delle catture attraverso controllo e sorveglianza. Soprattutto, dobbiamo fare attenzione alle misure dubbie, come i programmi di assistenza ai pescatori, i programmi di sviluppo delle aree rurali e il riacquisto dei pescherecci: tali misure sembrano giustificate per i loro obiettivi di welfare, ma tendono ad avere effetto opposto sulle riserve, perchè solitamente incoraggiano i pescatori a rimanere nel settore invece di diversificare, ad esempio permettendo loro di comprare battelli più efficienti ed innalzando artificialmente il costo del pesce. Il riacquisto, inoltre, rischia di avere un effetto ‘ricaduta’ quando gli stessi pescherecci dismessi vengono venduti ad altri paesi. In conclusione, è necessario assicurarsi che questi programmi siano indirizzati allo sviluppo delle comunità costiere in modi che non hanno un impatto, o che lo hanno positivo, sulle riserve (ad esempio, la garanzia di impieghi in progetti di conservazione e ripopolamento).

Non deve essere ulteriormente ribadito che i sussidi che aumentano la capacità di pesca vanno aboliti il prima possibile.

Per concludere, Lei è riconosciuto come uno dei primi biologi ad affrontare la sovrapesca da una prospettiva globale. Nella sua opinione, tale punto di vista è importante per risolvere il problema oppure solo come modo di aumentare la conoscenza della comunità mondiale su di esso? In un periodo di relazioni internazionali poco propense al dialogo, non Le pare più conveniente iniziare ad agire localmente, mentre allo stesso tempo si cerca di costruire qualcosa su scala più ampia?

La situazione della pesca è simile alla crisi finanziaria, dal momento che come questa non è stata causata dal fallimento di una singola banca, bensì dal fallimento dell’intero sistema bancario. E’ importante realizzare che, mentre per molte nazioni occidentali la fine del pesce può sembrare semplicemente un problema culinario, per 400 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo i prodotti ittici  rappresentano la fonte primaria di proteine animali, così come uno dei maggiori mezzi di sostentamento. Inoltre, la fine del pesce distruggerebbe l’intero ecosistema marino, ad un livello che stiamo iniziando solo adesso a comprendere: la rimozione dei predatori di vertice dalla catena alimentare avrà un effetto domino, che porterà all’aumento di meduse ed altre specie di zooplankton gelatinoso, e questo processo peggiorerà ancora in considerazione del fatto che gli oceani si scalderanno e acidificheranno a causa dei cambiamenti climatici. E’ essenziale preservare il maggior numero possibile di specie, così che quelle che riusciranno ad adattarsi saranno messe in condizioni di evolversi e propagarsi, senza considerare il fatto che gli studi più recenti dimostrano che una maggiore biomassa ittica potrebbe aiutare ad attenuare l’acidificazione stessa degli oceani. Così, mentre la pressione delle organizzazioni non governative e degli scienziati è necessaria per diffondere la consapevolezza del problema, i governi devono agire, e devono farlo sia a livello globale che a livello locale. La scienza ci permette di agire localmente, avendo allo stesso tempo in mente il quadro generale. Questo non vuol dire che non dobbiamo perseguire l’obiettivo degli accordi internazionali, specialmente con riguardo ai sussidi, ai network di aree marine protette, alla pesca in acque lontane e alle quote suddivise tra nazioni: è fondamentale però tenere a mente che stabilire dei target internazionali di conservazione molto ambiziosi potrebbe in qualche caso distorcere l’attenzione della comunità dalle misure più urgenti, e soprattutto ricordarsi che quegli stessi target possono essere migliorati a livello locale.

Ringrazio ancora una volta il professor Daniel Pauly, augurandogli di continuare a stimolare la conoscenza e la coscienza della comunità mondiale come ha saputo fare fino ad ora, e soprattutto augurando a tutti noi di riuscire a provocare un cambiamento nelle politiche governative riguardanti la sovrapesca, tramite la pressione popolare ma anche e soprattutto tramite le abitudini di acquisto ed il rapporto con il cibo. Come ha scritto Jonathan Safran Foer, l’alimentazione prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ma è oggi più che mai un dovere morale che riguarda tutti, vegetariani e non. Riguarda il nostro futuro e il futuro del pianeta, oltre che la nostra dieta.

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P.S. Come nel post precedente, rimando quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di pesce al progetto Fish2Fork.

Pubblicazioni utili del Professor Pauly:

Declining Catches Reason of Pessimism over Declining Stocks – Taipei Times, 10/07/2003

Assessing Progress Towards Global Marine Protection Targets – Fauna & Flora International, 2008

A Bottom-up Re-estimation of Global Fisheries Subsidies – Springer Science, Agosto 2010