Pesce e povertà: il saccheggio africano II

Il neocolonialismo della pesca (segue)

I primi Fisheries Partnership Agreements con i paesi africani iniziano ad essere stipulati già dagli anni ’70, poichè proprio in quel periodo si diffonde la delimitazione delle acque territoriali (con la nascita delle EEZ) e diviene necessario farsi garantire i diritti di pesca dagli Stati sovrani. Non dobbiamo dimenticarci, però, che non esiste solo tale modello di accordo: esso infatti è quello disciplinato dall’Unione Europea, ma i singoli Stati ne possono stipulare di diverso tipo (è stato soprattutto il caso della Spagna), ragion per cui la situazione è pericolosamente difficile da controllare. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) provvede ad incoraggiare queste intese nel caso in cui le nazioni non siano in grado di sfruttare adeguatamente le risorse ittiche all’interno della propria zona esclusiva, pur imponendo di riservare una fascia minima di 12 miglia dalla costa per la pesca artigianale. Sia detto solo en passant, ovviamente i paesi con i quali si stipulano gli FPA non hanno i mezzi sufficienti per controllare le limitazioni poste dal diritto internazionale, nonchè quelle contenute negli stessi trattati, per cui la violazione delle regole ad opera dei grandi motopescherecci, specie di notte, rappresenta la normalità. Il budget dell’Unione destinato ai finanziamenti per i paesi terzi è costantemente cresciuto dai 6 milioni di Euro (ECU) nel 1981 ai 260 del 2008¹, l’80% dei quali avvantaggia i pescherecci spagnoli, i più direttamente interessati alla pesca nell’Africa Occidentale. Nel 2002 la Commissione Europea ha emanato una piattaforma programmatica per la negoziazione di accordi di partenariato², la quale contiene le linee guida dell’azione comunitaria, ed il Consiglio ha fatto lo stesso nel meeting del 19 Luglio 2004³: in questi documenti si sottolinea l’obiettivo di rafforzare e promuovere la pesca sostenibile, si conferma lo strumento degli FPA come miglior mezzo di sfruttamento razionale delle eccedenze e si concorda sulla necessità di combattere l’illegalità e di gestire in maniera responsabile gli stock in collaborazione con i governi degli Stati costieri. Qual è allora la situazione dall’altra parte del tavolo delle trattative?

Le cifre del disastro

La risposta è dura da digerire. E la cattiva notizia è che, pur riconoscendo all’UE l’attenuante di non essere sola a sfruttare gli stock oceanici dell’Africa (Giappone, Corea del Sud, Canada, Russia e ancor prima Unione Sovietica), e sorvolando sulle responsabilità per la pesca IUU (ovvero Illegal, Unregulated, Unreported Fishing: secondo le stime, ammonterebbe al 16% del totale delle importazioni europee), la quale in ogni caso dipende da una scarsa attenzione al pattugliamento e spesso batte pure bandiera spagnola4, la stipulazione degli accordi di partenariato rappresenta una maledizione per la biodiversità e per gli Stati costieri. Se prima, per soddisfare i propri bisogni, i pescatori dell’Africa Occidentale rimanevano in mare per meno di un giorno, adesso si trovano costretti a passare anche due settimane lontano dalla costa, in acque sempre più profonde e con risultati sempre più scarsi. I motopescherecci industriali (la flotta esterna dell’Unione conta poco più di 700 unità) raccolgono venti volte il pesce delle migliaia di piroghe che caratterizzano questi luoghi, portando a casa un 25% delle catture annuali europee. Il problema sta nel fatto che per le istituzioni comunitarie queste acque sono sotto-sfruttate, con la conseguenza che i nostri pescatori non fanno altro che gestire le eccedenze; eppure ciò è molto lontano dal vero. Al largo delle coste dell’Africa occidentale, grazie alle forti correnti ascensionali dell’oceano, la pescosità è in effetti molto elevata, e si stima che in queste zone trovino il loro habitat circa 1200 specie di pesci; ma il biologo Daniel Pauly ha calcolato che dal 1945, con l’inizio dello sfruttamento industriale, le riserve ittiche sono diminuite del 50%, e i dati forniti dalla FAO confermano questa situazione. Nelle acque dell’Atlantico centro-orientale il totale delle catture è sceso costantemente, dopo il picco raggiunto nel 20005 (al picco precedente, nel 1990, era seguito un tremendo tracollo): a farne le spese soprattutto i pesci pelagici oggetto degli accordi commerciali, quali tonni e maccarelli. Per quanto riguarda l’Atlantico sud-orientale, poi, si è avuto un declino inesorabile delle stesse specie (circa 2 milioni di tonnellate in meno dalle medie degli anni settanta al totale del 20085). C’è però un altro aspetto della sovrapesca, sul quale i dati della FAO si rivelano bugiardi: stiamo parlando delle catture accidentali. Dalle tabelle dell’organizzazione potrebbe ricavarsi infatti l’impressione che il volume di cattura dei pesci demersali (cernie, pagelli, merluzzi) sia rimasto immutato negli anni, eppure la maggior parte di questi stock è sull’orlo dell’esaurimento. Perché? Semplicemente, il motivo risiede nel fatto che le statistiche si basano su quanto viene dichiarato dalle flotte (per l’Africa occidentale, circa 12.000 tonnellate annue): si stima però che la cifra reale sia addirittura otto-dieci volte più alta. Le specie di cui si è parlato, infatti, divengono facilmente prede accessorie quando si pescano i gamberi con la rete a strascico, dragando il fondale sul quale questi animali vivono. Il destino delle catture accidentali è duplice: una parte viene sbarcata sul posto e venduta sottobanco alla popolazione locale, l’altra (costituita dalle specie non commercializzabili, ma soprattutto dai giovani esemplari ancora non in età da riproduzione) è ributtata in mare; poichè questa enorme quantità di pesce (spesso si tratta dell’80-85% dell’intero bottino) non viene resa nota, è naturale che il depauperamento degli stock sia sottostimato. Gli stessi gamberi, vista la predazione del novellame sottotaglia, sono in esaurimento. L’Unione Europea si trova proprio al centro di questa devastazione, eppure finge di non saperlo, trincerandosi dietro la mancanza di dati certi sul volume delle riserve. Gli accordi che stipula prevedono una quota massima di pesca solo per il tonno (manco a dirlo, si tratta sempre di una quota eccessiva, come dimostra il fatto che i nuovi FPA sono andati a cercare acque ancora più lontane, in Oceania ad esempio), fissando per le altre prede un mero limite al tonnellaggio delle imbarcazioni, e senza neanche controlli sulle maglie delle reti6. Inoltre, essa sostiene che le specie oggetto del proprio interesse siano diverse da quelle catturate dai pescatori tradizionali, ma anche questo è falso: l’unica differenza risiede nella maggiore selettività di una pesca con le piroghe rispetto all’utilizzo di reti a circuizione a profondità più elevate. L’impatto sugli Stati costieri dell’Africa, in definitiva, è devastante per molte ragioni: non si tratta solamente dei danni arrecati ad un delicato ecosistema marino e del problematico sostentamento degli abitanti, ma anche del circolo vizioso che viene creato dalla domanda di mercato. Infatti, gli stessi produttori locali trovano adesso più vantaggioso esportare il pescato verso l’Europa7, aumentando così una crisi alimentare che pare essere irreversibile, mentre contemporaneamente la possibilità per la flotta UE di trasformare il prodotto direttamente a bordo impedisce il formarsi di una industria di trasformazione locale. Una ricerca ha svelato che l’80% dei posti di lavoro creati dagli accordi di partenariato non si trovano in Africa, ma nel vecchio continente8.

Si fa presto a capire quanto siano dannose delle politiche così condotte, sia per le comunità locali che per l’ambiente. Non è tutto, però: che fine fanno gli aiuti promessi dall’Unione in cambio dei diritti di sfruttamento? Seguendo la lettera degli stessi FPA, questi soldi dovrebbero servire all’ammodernamento dei paesi terzi, alla lotta contro la povertà e alla sicurezza alimentare, con una percentuale molto alta vincolata ad essere spesa per lo sviluppo sostenibile della pesca stessa. Secondo uno studio della Swedish Society for Nature Conservation (SSNC), tuttavia, ‘in tre casi su quattro non ci sono prove che i fondi siano stati spesi per lo sviluppo dell’industria locale’, e le istituzioni europee non si preoccupano di controllarne l’effettiva destinazione d’uso. Se si pensa che le cifre in alcuni casi rappresentano un terzo del totale degli introiti statali (Guinea-Bissau e Mauritania), ci si rende conto del fatto che difficilmente queste serviranno per attivare i progetti sbandierati6.

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¹ European Commission, EU budget 2008. Financial Report

² European Commission, Integrated Framework for Fisheries Partnership Agreements with Third Countries, 23.12.2002

³ Council of the European Union, 2599th Council Meeting. Agriculture and Fisheries, 19.07.2004

CNN, ‘Pirate’ Fishermen Looting West African Waters, 30.06.2011

5 FAO, The State of Fisheries and Aquaculture, 2010 

6 Swedish Society for Nature Conservation, To Draw the Line, 2009

7 Gumisai Mutume, Africa Seeks to Safeguard its Fisheries, Aprile 2002 (da Africa Recovery)

8 IFREMER, Evaluation of the Fisheries Agreement Concluded by the European Community, 1999

Altri riferimenti utili:

Charles Glover, Allarme Pesce. Una Risorsa in Pericolo (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

ActionAid International, SelFISH Europe Report, 2008

George Monbiot,  Manufactured Famine, (The Guardian, 26.08.2008)

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Pesce e povertà: il saccheggio africano I

Premessa

Nel 2011, parlare dell’importanza della biodiversità nella lotta alla povertà significa soprattutto affrontare due ostacoli alla comunicazione di segno opposto. Il primo è rappresentato dall’alibi del profitto che pervade l’intero complesso politico-industriale-finanziario mondiale, il quale provvede a fornire la scusa per ogni devastazione ambientale che si rispetti; questo alibi presenta la questione della protezione della diversità biologica sotto forma di una falsa scelta tra sviluppo e sottosviluppo, laddove condizione sociale e cura degli ecosistemi sono invece temi intrinsecamente legati tra di loro, nella misura in cui è la preservazione degli habitat naturali dei paesi più poveri a garantirne un migliore sviluppo umano, e non la spinta ad una crescita economica della quale si avvantaggiano soltanto le élite locali e internazionali. Il secondo si estrinseca nell’ipocrisia di istituzioni la cui funzione dovrebbe essere proprio quella di azionare una vasta politica di tutela ambientale, e nel finto interesse dei media, i quali provvedono a fornire una rappresentazione tanto patinata e compassionevole quanto sbrigativa delle questioni in esame. In particolare, colpisce la solerzia con cui l’ONU ha dichiarato il lasso di tempo tra il 2011 ed il 2020 ‘Decennio della biodiversità’, considerando la sua totale mancanza di uno spirito di iniziativa forte nell’ambito dei summit sul clima e, in generale, della cura del pianeta: è eufemistico che lo strombazzato scopo di tali iniziative sia quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza delle tematiche ambientali, dal momento è se ci fosse qualcuno che dovrebbe essere incoraggiato (obbligato) ad agire di più e meglio, quel qualcuno dovrebbero proprio essere le Nazioni Unite.

Biodiversità e povertà in Africa

Se dovessimo scegliere il punto di partenza di un’esame sullo stato della diversità biologica mondiale e sui problemi che dal suo depauperamento derivano, senza dubbio dovremmo volgere la nostra attenzione al continente africano. Qui più che mai si intreccia la questione ambientale con la questione sociale, e qui più arduo che altrove appare il compito, a causa del grumo indistinto di interessi economici, corruzione politica e difficoltà strutturali che si dipanano nella regione. Prima di tutto, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco: il modello di sviluppo che ci si deve augurare per l’Africa non è il modello di sviluppo occidentale: in primo luogo, perchè quest’ultimo è frutto di un sistema sciagurato, basato su squilibri e disuguaglianze, e profondamente in crisi esso stesso; in secondo luogo, perchè la vera democrazia sorge solo da un connubio tra le peculiarità dei luoghi e l’autodeterminazione dei cittadini, e si basa non sull’aumentare del reddito, bensì sul rispetto della propria storia e sull’appartenenza ad un percorso condiviso di valori, saperi, risorse; infine, perchè solo svincolandosi da un’idea fuorviante di inadeguatezza della vita rurale al formarsi di una società nuova, democratica e sana, si può garantire un futuro al pianeta ed alle persone. Il nodo centrale, a mio avviso, risiede nella necessità di comprendere che il ruolo della biodiversità nell’economia (qui il termine sia inteso in senso letterale, puro) di un miglioramento delle condizioni di vita nei paesi di quest’area è un ruolo fondamentale, e che il mantenimento della biodiversità stessa non è un intralcio allo sviluppo (per lo meno, non nel senso in cui la parola sviluppo è abitualmente intesa in Occidente), bensì la sua componente più forte. Per gli abitanti del cosiddetto Terzo Mondo (anche se utilizzo questa espressione con una certa riluttanza), benessere non significa né può significare cementificazione selvaggia, utilizzo di strumenti finanziari, aiuti ai governi, apertura agli investimenti stranieri, come da più parti si vorrebbe far credere agitando lo spauracchio del sottosviluppo che conviene a molti e incoraggiando un solidarismo di facciata. Lo aveva capito, a suo tempo, il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara il quale, prima di essere ucciso nel 1987, si era adoperato per avviare una poderosa serie di riforme basate su una prospettiva anti-imperialista: rifiuto degli aiuti umanitari, battaglia contro il debito odioso, nazionalizzazione delle miniere e della terra, disconoscimento dei poteri dell’International Monetary Fund e della Banca Mondiale, nonchè politiche per l’autosufficienza alimentare, la riforestazione, l’educazione e i diritti delle donne. Come dimostra il suo esempio, non solo il miglioramento delle condizione africana non può basarsi su ingerenze esterne che si traducono sistematicamente in investimenti e donazioni (condizionate), pena l’impossibilità di raggiungere una effettiva indipendenza dalle forze economiche dominanti, ma questo miglioramento deve anche, necessariamente, basarsi sulla protezione delle fonti della vita e del sostentamento: l’ambiente e la sua biodiversità.

Il neocolonialismo della pesca

Se della biodiversità terrestre mi occuperò per esteso in uno dei prossimi interventi del blog, oggi vorrei fornire uno spunto di riflessione sulle pressanti questioni che riguardano la preservazione della varietà biologica acquatica africana, questioni troppo spesso nascoste in un cono d’ombra, tralasciate in favore degli aspetti più mainstream della crisi ambientale, ma al tempo stesso talmente vitali (e scabrose) da rappresentare una grave minaccia alla stessa sopravvivenza dei mari e delle popolazioni della regione, nonchè una problematica politica e geografica di fondamentale importanza. Spesso, quando si parla di crisi alimentare, sembriamo dimenticarci che nonostante più di metà della popolazione del continente viva ancora lontana dalle coste (in parte comunque vicino a fiumi e grandi laghi), le città affacciate sul mare subiscono una crescita annua, dovuta principalmente a flussi migratori, del 4 percento¹. Per queste persone (circa 500 milioni), la fonte di sostentamento più importante è rappresentata dalla pesca: oltre il 20% delle proteine animali consumate nei paesi dell’Africa Sub-sahariana (la cifra non tiene conto della distribuzione sul territorio, e va quindi intesa per difetto: si stima che in Senegal arrivi al 70%) provengono infatti dall’Oceano Atlantico². Si pone dunque la necessità di una protezione costante e severa della biodiversità acquatica, non solo nell’ottica della salvaguardia degli ecosistemi singolarmente intesi, ma anche in quella di un approccio più olistico che consideri la reciproca, fondamentale relazione tra uomo e mare come base di ogni meccanismo di tutela. Purtroppo, non solo questa protezione non viene adeguatamente attuata ed incoraggiata, ma spesso sono proprio le politiche dei paesi occidentali a dirigersi in senso opposto. In particolare, l’influenza della vecchia, solidale Europa sugli stock ittici dell’Africa Occidentale dovrebbe essere sottoposta ad uno scrutinio severo da parte dell’informazione, al pari di quella esercitata dai paesi del Sud Est asiatico, Giappone e Corea del Sud in primis. Come fa notare il settimanale inglese The Economist, nel suo rapporto Troubled Waters, l’88% delle riserve ittiche europee risulta oggi soggetto a sovrasfruttamento³, e questo a causa dello sviluppo della pesca su scala industriale che dalla fine della seconda guerra mondiale ha iniziato a decimare i nostri mari: il volume totale delle catture dichiarate (la stima non tiene conto delle catture illegali e di quelle non comunicate, che sono purtroppo la norma) dai 27 paesi oggi facenti parte dell’Unione Europea, con l’aggiunta di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, nonchè delle Isole Far Oer e della Groenlandia, è salito dai 5 milioni e 700 mila tonnellate del 1950 (ma qui non è compreso il dato delle Repubbliche baltiche all’epoca territorio dell’URSS e neanche quello della Slovenia) ai quasi 13 milioni del 1997, per poi iniziare a decrescere fino ai 9 milioni circa registrati nel 20104. Dovendo far fronte ad una crescente domanda di pesce sul mercato (l’Unione Europea è, insieme agli Stati Uniti e al Giappone, uno dei tre maggiori consumatori di prodotti ittici) e insieme alla scomparsa progressiva delle sue riserve, l’Europa ha così deciso di seguire due strade: da una parte, è divenuta il più grande importatore del pianeta (42% del totale mondiale delle importazioni²), dall’altra, mentre gli stessi pescherecci si spingevano verso le acque profonde degli oceani (il 23% del pesce nelle acque neozelandesi non viene catturato da navi locali, ma europee e giapponesi²), ha iniziato anche a stipulare accordi bilaterali, denominati FPA (Fisheries Partnership Agreements), con i quali paesi terzi garantiscono diritti di pesca all’interno della propria EEZ (Exclusive Economic Zone) alla flotta europea in cambio di aiuti finanziari e tecnici. Ma di quali partner economici stiamo parlando? Ovviamente dei paesi africani (anche se non mancano zone molto lontane, come Micronesia, Isole Salomone e Kiribati), i quali sono così sottoposti ad una sorta di colonialismo di ritorno, che secondo la maggior parte degli studiosi sta contribuendo alla devastazione della biodiversità acquatica del continente e, di conseguenza, alla povertà delle comunità di pescatori locali.

(continua…)

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¹ Don Hinrichsen, Ocean Planet in Decline (in Coastal Waters of the World: Trends, Threats and Strategies. Washington D.C. Island Press, 1998)

² Food and Agriculture Organization,  The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010  

³ The Economist, Troubled Waters. A Special Report on the Sea, 2009

4 Eurostat, Catches by Fishing Area, 1950-2010