Nasce Greening USiena!

In queste settimane presso l’Università degli Studi di Siena sta prendendo vita un progetto che rappresenta un’assoluta novità nel panorama degli atenei italiani: si tratta di Greening USiena, un network studentesco che si occuperà di ecologia, tutela dellaLogo Greening USienabiodiversità e sostenibilità, ma soprattutto il NOSTRO network! Per Gennaio è fissata la data del lancio ufficiale, ma già da adesso stiamo lavorando a pieno ritmo per creare la struttura di base di questo interessantissimo progetto, con il quale ci proponiamo di convogliare le conoscenze e le passioni degli studenti USiena verso la promozione di iniziative e l’elaborazione di proposte che abbiano una rilevanza non solo locale, ma anche nazionale ed internazionale, stante il recente impegno della nostra Università a porre le tematiche ambientali al centro della propria futura azione (impegno concretizzatosi soprattutto con la nascita di Ne.S.So., l’ingresso nel United Nations Sustainable Development Solutions Network e la nomina a centro di riferimento dello stesso per tutta l’area del mediterraneo).

Il sito del network è ancora in costruzione, e probabilmente sarà attivo al cento per cento solamente da Gennaio, però intanto vogliamo fornirvi il nostro pdf di presentazione (che trovate anche alla pagina ‘risorse‘) e sottolineare alcuni aspetti del nostro progetto, rimandando a ciò che abbiamo ivi scritto. Nel frattempo, potere diventare fan di Greening USiena su Facebook o seguirci su Twitter, ma anche inviarci una mail a greeningusiena@unisi.it per entrare nella nostra mailing list (non occorre che siate iscritti all’Università di Siena!).

Concludiamo ricordandovi di invitare i vostri amici a prendere conoscenza di questo percorso totalmente nuovo nel contesto italiano: se siete studenti USiena, potrete aderirvi, altrimenti vi incoraggiamo a creare qualcosa di simile nei vostri atenei!

La mission: Greening USiena punta a ridurre l’impatto ambientale delle strutture universitarie; a creare un sano clima culturale di associazionismo studentesco consapevole all’interno della comunità senese; a partecipare alle iniziative del World Student Environmental Network; a promuovere ed organizzare seminari per gli studenti, gruppi di lavoro e attività di orientamento (anche per i futuri iscritti); a collaborare con l’istituzione universitaria per la creazione e la gestione dii eventi e progetti, sia nazionali che internazionali, attraverso i quali coinvolgere attivamente gli studenti in attività concrete che abbiano un senso per il loro futuro e per il futuro del pianeta.

I pilastri: Saremo un network di studenti e per studenti che si propone di affrontare con consapevolezza e convinzione le tematiche della biodiversità, della conservazione e della sostenibilità ambientale, ma che tuttavia non vuole accontentarsi di essere un semplice think-tank autoreferenziale, simile a tanti, troppi movimenti politici universitari.

Un network a-politico, dunque, ma con una chiara idea di Politica, che per stessa etimologia del termine vuole puntare a fare rete, adPdf di Presentazioneintegrarsi nella vita del campus-Siena e con le attività dell’Università che lo ospita, attraverso un interscambio che coinvolga i docenti di Ne.S.So. e consenta una attiva e costante partecipazione alle iniziative ‘istituzionali’, sia nazionali che internazionali, della stessa Università, in primis il nuovo progetto Sustainable Development Solutions Network lanciato dalle Nazioni Unite.

Un network, in definitiva, che non vuole solamente proporre una diffusione dell’informazione e della conoscenza in materia di questioni ambientali tra gli studenti, ma funzionare invece come una finestra attraverso cui affacciarsi per promuovere una riduzione dell’impronta ecologica all’interno delle strutture universitarie e per confrontarsi in maniera non passiva con le problematiche concrete legate alla globalizzazione ed allo sviluppo, nella prospettiva di formare una classe di laureati che veda la sostenibilità e la conservazione non solo come passioni, ma anche come opportunità di impiego e di impegno civile.

Il link al pdf di presentazionehttp://bit.ly/U6IBEf
Il sito di Greening USiena: http://greeningusiena.org

Dario Piselli, Coordinatore Greening USiena

Advertisements

Intervista a Daniel Pauly (Parte II)

Ieri ho pubblicato su One Daily Activist la prima parte del mio dialogo con il professor Daniel Pauly. Qui sotto trovate la seconda metà dell’intervista, nonchè documenti utili per quanti volessero approfondire la materia. Per concludere, devo riconoscere che mi è stata concessa una grande opportunità di confronto; la possibilità di avere a che fare con una delle persone più stimate nel panorama dell’ecologia mondiale è stata per me profonda fonte di ispirazione, così come spero rappresenti un momento di riflessione e  un incentivo all’azione anche per tutti i visitatori. Buona lettura!

Mr.Pauly, Lei si è speso in maniera decisa affinchè fosse riconosciuto che la creazione di riserve marine rappresenta l’unica via efficiente per consentire alle specie ittiche di ripopolare i mari ed evitare il loro declino. Se la loro estensione è ancora limitata nelle nazioni sviluppate, cosa può essere fatto per promuovere la loro creazione nei paesi poveri? Come affrontare il problema delle specie migratorie?

Gli attuali target globali di protezione dell’ambiente marino mirano a salvaguardare il 10/30% degli habitat di acqua salata entro i prossimi 3-5 anni. Tuttavia, questi obiettivi sono stati adottati senza una preventiva analisi in merito alla loro effettiva realizzabilità, e soprattutto senza una anteriore conoscenza dei dati sulle aree protette. Sono stato io, insieme ad altri colleghi, a presentare per primo un accertamento globale sullo stato delle MPAs, nonché ad affermare che il ritmo della loro creazione stava andando troppo a rilento per fare la differenza. I nostri studi hanno confermato le preoccupazioni circa la rilevanza e l’utilità di obiettivi globali di conservazione, ma al tempo stesso hanno evidenziato il bisogno di un immediato e rapido aumento nell’estensione delle aree protette. La loro distribuzione è ineguale, e solo la metà di esse fa parte di un network coerentemente integrato. Per migliorare questa situazione, dobbiamo lavorare su più livelli. Per salvaguardare le specie stanziali, è necessario predisporre un numero maggiore di aree di piccole dimensioni: infatti, una MPA di grosse dimensioni è inutile se creata senza l’applicazione sistematica di moderni strumenti di conservazione e dei principi che sovrintendono al design di tali zone. Certamente, questo non vuol dire che dobbiamo crearne solamente di piccole dimensioni: ad oggi, tra il 20% e il 46% delle acque protette nel mondo sono situate in aree isolate, e potrebbero dunque non essere efficaci per affrontare il problema delle specie migratorie, o alle specie che sono parte di un network globale (cui dobbiamo aggiungere le migrazioni causate dai cambiamenti climatici). Le riserve di grandi dimensioni sono necessarie per fare una reale differenza, e soprattutto la loro creazione è più conveniente nel rapporto costi/benefici, seguendo il concetto delle economie di scala (vedi il documento: Understanding the cost of establishing MPAs).

Per rispondere alla tua prima domanda, in questo momento la maggior parte dei fondi destinati alle aree protette situate all’interno delle aree economiche esclusive di paesi sviluppati viene da agenzie governative che operano a livello nazionale, mentre i paesi in via di sviluppo dipendono da fondi stanziati da agenzie straniere e/o agenzie locali (senza considerare le donazioni e il volontariato): in entrambi i casi, ad essere fondamentale è la volontà politica.

Molti vedono nell’acquacoltura la possibile soluzione della crisi degli stocks ittici. Il mio modesto parere è che essa rappresenti invece un rischio per la biodiversità ed una crescente fonte di inquinamento (lasciando da parte la questione morale relativa all’allevamento). Qual è la sua opinione in merito?

Inizialmente, l’acquacoltura potrebbe diminuire davvero la nostra dipendenza dal pesce selvaggio, e mitigare l’ormai prossimo declino. Tuttavia, il termine ‘acquacoltura‘ può riferirsi a due pratiche fondamentalmente differenti tra di loro: la prima riguarda bivalvi, come ostriche e cozze, o pesci di acqua dolce quali carpa e tilapia, l’altra indica invece l’allevamento di specie carnivore quali salmone e spigola e, in maniera sempre maggiore, l’ingrasso del tonno selvaggio ridotto in cattività. Il primo tipo di acquacoltura utilizza piante e plancton per generare un accrescimento netto dell’offerta di prodotti ittici, ed è praticata principalmente nei paesi in via di sviluppo, con il risultato di garantire un apporto di proteine animali economiche laddove più ce n’è bisogno. La seconda operazione, viceversa, ha bisogno di una fornitura costante di piccoli pesci che vengono usati come cibo per quelli allevati. Di conseguenza, c’è una perdita netta nell’offerta totale di pescato, e la pressione sugli stocks selvaggi aumenta invece che diminuire. In conclusione, più alleviamo specie carnivore, meno potremo comprare e mangiare pesce a buon mercato (sardine, acciughe, aringhe, sgombri).

Gli esperti hanno una differente visione dei sussidi all’industria della pesca, e Lei ha chiesto la fine di questa pratica. Certamente, essi garantiscono un vantaggio per le flotte dei paesi ricchi, ma secondo il mio parere in un certo modo anche il libero commercio è colpevole della crisi, perchè la crescente domanda occidentale influenzerà sempre il mercato. Inoltre, potrebbe l’abolizione dei sussidi portare ad una pesca IUU (illegale, non documentata e non regolata) ancora più aggressiva? Non sarebbe migliore incoraggiare un piano di sussidi modesti, orientati alla sostenibilità, ed investire il denaro risparmiato nella trasparenza e nella sorveglianza?

Tutti gli esperti sono concordi sul fatto che i sussidi che aumentano la capacità di pesca (di qui in avanti, capacity-enhancing) sono intrinsecamente sbagliati, e sfortunatamente la maggior parte (solitamente circa il 60% del totale mondiale, che nel 2003 è stato di 30 miliardi di dollari) dei trasferimenti diretti al settore ittico è di questo tipo, con i sussidi per il carburante che rappresentano il 15-30% del totale. Perfino i summit del WTO hanno riaffermato la stretta interrelazione tra sussidi, sovracapacità e sovrapesca. Nonostante ciò, gli aiuti diretti a promuovere la conservazione e la gestione delle risorse sono considerati da più parti come necessari.

Rashid Sumaila ha classificato i sussidi in base al loro potenziale impatto sulla sostenibilità delle risorse ittiche, dividendoli in ‘benefici’, ‘capacity-enhancing‘ (come programmi che prevedono prestiti a tasso agevolato per la costruzione di navi, esenzioni fiscali e accordi di accesso ad acque straniere) e ‘di effetto dubbio’. Dovrebbero essere permessi solo i sussidi che favoriscono la crescita degli stock attraverso la conservazione e il monitoraggio delle catture attraverso controllo e sorveglianza. Soprattutto, dobbiamo fare attenzione alle misure dubbie, come i programmi di assistenza ai pescatori, i programmi di sviluppo delle aree rurali e il riacquisto dei pescherecci: tali misure sembrano giustificate per i loro obiettivi di welfare, ma tendono ad avere effetto opposto sulle riserve, perchè solitamente incoraggiano i pescatori a rimanere nel settore invece di diversificare, ad esempio permettendo loro di comprare battelli più efficienti ed innalzando artificialmente il costo del pesce. Il riacquisto, inoltre, rischia di avere un effetto ‘ricaduta’ quando gli stessi pescherecci dismessi vengono venduti ad altri paesi. In conclusione, è necessario assicurarsi che questi programmi siano indirizzati allo sviluppo delle comunità costiere in modi che non hanno un impatto, o che lo hanno positivo, sulle riserve (ad esempio, la garanzia di impieghi in progetti di conservazione e ripopolamento).

Non deve essere ulteriormente ribadito che i sussidi che aumentano la capacità di pesca vanno aboliti il prima possibile.

Per concludere, Lei è riconosciuto come uno dei primi biologi ad affrontare la sovrapesca da una prospettiva globale. Nella sua opinione, tale punto di vista è importante per risolvere il problema oppure solo come modo di aumentare la conoscenza della comunità mondiale su di esso? In un periodo di relazioni internazionali poco propense al dialogo, non Le pare più conveniente iniziare ad agire localmente, mentre allo stesso tempo si cerca di costruire qualcosa su scala più ampia?

La situazione della pesca è simile alla crisi finanziaria, dal momento che come questa non è stata causata dal fallimento di una singola banca, bensì dal fallimento dell’intero sistema bancario. E’ importante realizzare che, mentre per molte nazioni occidentali la fine del pesce può sembrare semplicemente un problema culinario, per 400 milioni di persone nei paesi in via di sviluppo i prodotti ittici  rappresentano la fonte primaria di proteine animali, così come uno dei maggiori mezzi di sostentamento. Inoltre, la fine del pesce distruggerebbe l’intero ecosistema marino, ad un livello che stiamo iniziando solo adesso a comprendere: la rimozione dei predatori di vertice dalla catena alimentare avrà un effetto domino, che porterà all’aumento di meduse ed altre specie di zooplankton gelatinoso, e questo processo peggiorerà ancora in considerazione del fatto che gli oceani si scalderanno e acidificheranno a causa dei cambiamenti climatici. E’ essenziale preservare il maggior numero possibile di specie, così che quelle che riusciranno ad adattarsi saranno messe in condizioni di evolversi e propagarsi, senza considerare il fatto che gli studi più recenti dimostrano che una maggiore biomassa ittica potrebbe aiutare ad attenuare l’acidificazione stessa degli oceani. Così, mentre la pressione delle organizzazioni non governative e degli scienziati è necessaria per diffondere la consapevolezza del problema, i governi devono agire, e devono farlo sia a livello globale che a livello locale. La scienza ci permette di agire localmente, avendo allo stesso tempo in mente il quadro generale. Questo non vuol dire che non dobbiamo perseguire l’obiettivo degli accordi internazionali, specialmente con riguardo ai sussidi, ai network di aree marine protette, alla pesca in acque lontane e alle quote suddivise tra nazioni: è fondamentale però tenere a mente che stabilire dei target internazionali di conservazione molto ambiziosi potrebbe in qualche caso distorcere l’attenzione della comunità dalle misure più urgenti, e soprattutto ricordarsi che quegli stessi target possono essere migliorati a livello locale.

Ringrazio ancora una volta il professor Daniel Pauly, augurandogli di continuare a stimolare la conoscenza e la coscienza della comunità mondiale come ha saputo fare fino ad ora, e soprattutto augurando a tutti noi di riuscire a provocare un cambiamento nelle politiche governative riguardanti la sovrapesca, tramite la pressione popolare ma anche e soprattutto tramite le abitudini di acquisto ed il rapporto con il cibo. Come ha scritto Jonathan Safran Foer, l’alimentazione prima di essere un fatto personale è un fatto sociale e culturale, qualcosa che ci dice quello che siamo e dove vogliamo andare, come ci rapportiamo con l’ambiente, con il mercato mondiale, con gli altri popoli e con gli altri esseri viventi. Sentire l’interconnessione tra ognuno di questi aspetti mentre ci troviamo davanti al nostro pranzo può sembrare strano, ma è oggi più che mai un dovere morale che riguarda tutti, vegetariani e non. Riguarda il nostro futuro e il futuro del pianeta, oltre che la nostra dieta.

_______________________

P.S. Come nel post precedente, rimando quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di pesce al progetto Fish2Fork.

Pubblicazioni utili del Professor Pauly:

Declining Catches Reason of Pessimism over Declining Stocks – Taipei Times, 10/07/2003

Assessing Progress Towards Global Marine Protection Targets – Fauna & Flora International, 2008

A Bottom-up Re-estimation of Global Fisheries Subsidies – Springer Science, Agosto 2010

Intervista a Daniel Pauly (parte I)

Il Professor Daniel Pauly è un biologo marino di fama mondiale, conosciuto e apprezzato per il suo lavoro di ricerca sulle riserve ittiche, teso in particolare ad esaminare l’impatto delle attività umane sulle stesse. E’ direttore del Sea Around Us Project presso la University of British Columbia, ha lanciato negli alcuni programmi importantissimi per la conservazione e la conoscenza dello stato degli stocks, quali ELEFAN e FishBase, e soprattutto è uno dei maggiori esperti di overfishing, problematica che per primo ha portato all’attenzione globale negli anni novanta. E’ autore di svariati volumi e più di 500 pubblicazioni scientifiche, nonchè vincitore di numerosi premi per il suo lavoro di protezione degli ecosistemi marini (un posto nello ‘Scientific American 50‘ nel 2003, l’ International Cosmos Prize nel 2005, il Volvo Environment Prize nel 2006, l’ Excellence in Ecology Prize ed il Ted Danson Ocean Hero Award nel 2007, e infine il Ramon Margalef Prize in Ecology and Environmental Sciences nel 2008); appare inoltre come figura chiave nel meraviglioso documentario ‘The end of the Line‘. Il New York Times lo ha definito un ‘iconoclasta’, per la sua autonomia di pensiero e intraprendenza nella lotta alla sovrapesca. Sono orgoglioso di essere riuscito ad intrattenere con lui in dialogo sullo stato dei nostri mari, che pubblicherò in due parti qui sul blog.

Per cominciare, può spiegare ai lettori l’importanza della fisheries science (termine che potremmo tradurre con scienza alieutica, ma che in realtà abbraccia molti aspetti della gestione delle risorse del mare, e comprende biologia ed ecologia marine, dinamica delle popolazioni, conservazione della natura) nell’analisi e nel mantenimento degli stocks ittici? Cosa può fare la legge e cosa può fare invece la scienza, per contrastare l’overfishing?

I nostri oceani sono stati le vittime di quello che ho definito un ‘gigantesco schema Ponzi‘. Fin dagli anni cinquanta, da quando cioè le loro operazioni hanno iniziato a subire gli effetti di una crescente industrializzazione (pensiamo agli strumenti GPS, ai rilevatori acustici di banchi di pesce, all’installazione di meccanismi di congelamento a bordo delle navi), le flotte di pesca hanno portato rapidamente al collasso gli stock di merluzzo, nasello, halibut, platessa, sogliola nell’Emisfero Boreale. Quando le riserve erano ormai esaurite, i pescatori si sono spostati a Sud, depredando nel frattempo le acque costiere dei paesi poveri, e alla fine hanno raggiunto perfino i Mari Antartici, alla ricerca di Cannictidi e pesci dei ghiacci (rockcods), nonché di krill. Nello stesso tempo, man mano che gli stocks costieri raggiungevano la soglia di criticità, i pescherecci si spingevano verso le profondità marine, e mentre scomparivano i pesci più grandi, l’industria iniziava a catturare specie più piccole e ‘brutte’, specie mai considerate adatte fino a quel momento per il consumo umano.

Le dimensioni di questa ‘truffa finanziaria’ ai danni del mare sono sfuggite agli scienziati governativi per tutti questi anni: da molto tempo, ovviamente, si studia la popolazione ittica sulla quale si basa la pesca, ma i laboratori si sono sempre focalizzati solamente sulle specie presenti all’interno delle acque territoriali delle singole nazioni, e coloro che hanno condotto ricerche su un particolare stock hanno sempre comunicato solo con gli scienziati stranieri che nel frattempo stavano analizzando il medesimo stock. In questo modo, non si è notato che le specie più diffuse essenzialmente si rimpiazzavano a vicenda nel volume delle catture. Soltanto a partire dagli anni novanta, un numero crescente di pubblicazioni scientifiche hanno iniziato a dimostrare che ciò che stava accadendo a livello locale, avveniva nello stesso momento a livello globale, e che era divenuto necessario attenuare lo sfruttamento eccessivo. Tuttavia, queste affermazioni hanno causato fin dall’inizio dure controversie tra gli ecologi marini e i fisheries scientists: i primi si sono sempre preoccupati della biodiversità a rischio, e quindi hanno sempre lavorato con le organizzazioni non governative, mentre i secondi tradizionalmente svolgono attività di consulenza per il settore della pesca o per le agenzie governative, ed il loro obiettivo è quindi quello di proteggere l’industria ittica e le persone che vi sono impiegate.

Tuttavia, anche costoro hanno dovuto rassegnarsi di fronte alla limpida evidenza del declino degli stocks, soprattutto dal momento che anche costoro vogliono in linea di principio che ci sia più pesce nel mare. Dunque adesso la sfida è tra la comunità, l’opinione pubblica, che possiede (o dovrebbe possedere) le risorse del mare, e l’industria della pesca: dobbiamo convincere quest’ultima a prendere meno pesce e far così riprendere le popolazioni ittiche. La scienza ha suonato l’allarme: adesso l’intervento dei governi è necessario. Di fatto, i governi sono le uniche entità che possono prevenire la fine del pesce. Innanzitutto perchè, una volta liberati dalla connivenza con l’industria ittica, sono gli unici organismi con una infrastruttura di ricerca capace di gestire gli stock: in particolare, le agenzie regolatrici devono imporre quote sull’ammontare di pesce catturato per ogni singolo anno, e il modo in cui devono strutturare queste quote è molto importante (ad esempio, semplicemente stabilire un volume massimo di cattura per tutta la flotta nazionale equivale a consentire una battaglia tra pescherecci per prendere tutto il pesce possibile prima che lo facciano gli altri, con una offerta eccessiva sul mercato nel breve periodo e conseguente calo dei prezzi; per contro, assegnare dei diritti di pesca, limitando il numero di pescatori e garantendo a tutti una frazione della quota totale porta ad un minore sforzo di pesca e dunque profitti maggiori). In secondo luogo, perchè sono quelli che elargiscono sussidi all’industria. Infine, perchè solo loro possono gestire le acque territoriali, identificando certe aree in cui proibire la pesca.

Il blog si è occupato della politica aggressiva dell’Unione Europea volta alla stipulazione di accordi di pesca con i paesi africani, le cui conseguenze si rivelano ogni anno di più catastrofiche a livello ambientale ma anche sociale. Adesso la questione è globale, con l’espansione di tali patti verso le acque del Pacifico Meridionale: qual è la ragione di questa nuova direzione, forse il fatto che ormai le acque atlantiche sono al collasso? Quali possono esserne gli effetti?

La ragione principale dell’espansione continua della flotta dell’Unione Europea attraverso i mari del mondo è la crescente domanda di pesce sul mercato interno. Tale incremento costante e drammatico non può essere soddisfatto dagli stocks degli stati membri, che sono in declino ormai da diversi anni, e questa situazione ha portato l’Unione a perseguire, e concludere, la lunga serie di accordi che tutti conoscono: da una parte essi forniscono ai paesi europei quella fonte conveniente di pesce che a questi ultimi manca (nonostante ci siano legittimi dubbi sull’adeguatezza delle compensazioni offerte ai paesi che vengono spinti a contrattare), dall’altra consentono ai pescherecci comunitari di operare in aree meno danneggiate. Dal 2001 al 2005, circa il 30% (o 8.8 milioni di tonnellate) del pesce sbarcato dalle flotte europee proveniva da acque territoriali esterne all’Unione stessa. I paesi dell’Africa Occidentale sono stati i primi a provare sulla loro pelle gli effetti di questa politica, sia a causa della vicinanza geografica che dei loro legami storici con le potenze coloniali (la Convenzione di Lomè fornisce una piattaforma programmatica per un trattamento preferenziale degli scambi con le antiche colonie). Durante il decennio passato, tuttavia, l’Europa ha incrementato anche la sua presenza in acque lontane, con accordi tesi a vincolare Stati dell’Africa Orientale e del Pacifico Meridionale. In generale, il volume delle catture nel settore della pesce è sempre stato trainato dallo sfruttamento sequenziale di nuovi territori di pesca, destinati a rimpiazzare quelli ormai collassati.

Si deve ricordare poi che questi accordi non rappresentano l’unico pericolo arrecato dall’Unione Europea alle riserve mondiali: per avere un quadro completo, dobbiamo pensare al ruolo giocato dal commercio mondiale. Di fatto, si stima che l’Unione ogni anni importi oltre 9.5 milioni di tonnellate di pescato, che proviene dalla maggior parte delle acque più pescose del mondo, dal Sud America al Sud Africa e persino dal Mar Cinese Meridionale. E’ facile capire quanto questa pratica possa essere devastante, specialmente se pensiamo che gli altri due grandi mercati mondiali (Giappone e Stati Uniti) sono anch’essi coinvolti in alcune di queste aree (ad esempio nel Sud del Pacifico): come risultato, i paesi in via di sviluppo sperimentano una pesca intensiva (e finanche distruttiva ed illegale), e vedono la propria sicurezza alimentare messa a rischio.

La FAO è l’unico organismo a svolgere un monitoraggio costante della situazione globale delle riserve ittiche (con i rapporti SOFIA) ed ha spesso alzato la voce sui rischi della crisi in atto. Tuttavia i suoi dati tendono spesso a sottostimare aspetti importanti quali le catture non regolari. Come si spiega questo fatto?

Hai ragione. Si tratta di qualcosa che la FAO dovrebbe affrontare il prima possibile. Il suo lavoro sulle attività di pesca mondiali è positivo, insostituibile e deve essere rafforzato: l’organizzazione non solo ha creato l’unico database globale delle catture, ma lo ha anche fatto analizzare dai propri esperti, con il risultato di formare uno staff che possiede un quadro generale della pesca, a differenza degli scienziati locali. Tuttavia, questo potrebbe aver portato ad una certa chiusura nei confronti dei tentativi di altri, volti ad interpretare gli stessi dati. Ciò che deve essere riconsiderato, innanzitutto, è il concetto per cui i report SOFIAs rappresentano ‘lo‘ stato delle riserve mondiali, piuttosto che una delle tante possibili interpretazioni di esso. Ad esempio, nel 2010 la FAO ha notato che la produzione di pesce nel periodo 2005-2008 si era mantenuta su livelli stabili, suggerendo appunto parola ‘stabilità‘ per descrivere la situazione, quando in realtà un volume di cattura in stato di stagnazione a fronte di uno sforzo di pesca sempre maggiore può indicare solamente una forte diminuzione della biomassa.

Esaminando il quadro generale, in ogni caso, i problemi più importanti da affrontare in riferimento ai report SOFIA, sono rappresentati dalla qualità decrescente dei dati inviati dai paesi poveri, nonché l’anomalia cinese. Nel primo caso, mezzi insufficienti e assenza di controllo portano ad un volume di cattura fortemente arrotondato per difetto, il quale potrebbe facilmente nascondere un declino degli stocks dovuto all’overfishing ed alla pesca illegale. Nel secondo caso, la Cina sembra aver arrotondato per eccesso i propri sbarchi per anni, come suggerito da molti esperti che notano come le catture siano ancora irrealisticamente elevate. Ciò è molto pericoloso, perchè se includiamo i dati cinesi nel dato mondiale, il volume di pesce è ancor in aumento, mentre se li escludiamo notiamo i segni del declino. Nel caso cinese, non può essere utile fermarsi ad ordinare una correzione dei dati, come ha fatto la FAO: ciò che deve essere intrapreso è invece un lavoro a stretto contatto con le autorità cinesi, al fine di stabilire un meccanismo di indagine più stratificato ed affidabile che impedisca di inviare dati non realistici.

Quali vantaggi potrebbero derivare dal fatto presentare la questione ‘overfishing’ non solo come un problema ambientale ma anche come un problema morale, focalizzandosi su aspetti quali diritti degli animali e importanza della biodiversità?

In verità, non ho ancora rivolto sufficiente attenzione al problema. In generale, tuttavia, un crescente numero di consumatori ad oggi vuole mangiare i prodotti del mare senza sentirsi colpevole. Questo ha portato alla creazione del MSC, il cui obiettivo è attestare le attività di pesca sostenibili e che è divenuto il principale certificatore mondiale. In ogni caso, non mancano dubbi di intensità sempre maggiore verso la sua opera (per informazioni ulteriori, leggi qui: Seafood Stewardship in Crisis, ndr): io credo che gli incentivi del mercato abbiano allontanato il modello di certificazione dal suo obiettivo originale, incoraggiando il riconoscimento del marchio MSC ad operazioni di vaste dimensioni, caratterizzate dall’utilizzo di ingenti capitali, mentre allo stesso tempo rendevano poco conveniente supportare le piccole imprese che si servono di tecniche molto selettive e di basso impatto. In altre parole, la preoccupazione dei consumatori per l’origine del pesce e per la biodiversità non si è automaticamente concretizzata nella diffusione di prodotti ittici sostenibili, a causa dell’interpretazione troppo libera delle regole e degli incentivi finanziari per la certificazione di grandi attività.

L’appuntamento è per domani per la seconda parte dell’intervista. Il mio ringraziamento però va subito alla disponibilità ed alla grande competenza del professor Pauly. Credo che il confronto con persone del suo calibro sia imprescindibile per poter anche solo pensare di risolvere le crisi ambientali di ogni tipo che minacciano la biodiversità e la vita sul nostro pianeta.

_________________________________

P.S. Per quanti volessero approfondire la tematica del consumo sostenibile di prodotti ittici, è altamente consigliato visitare il sito del progetto Fish2Fork.

Inoltre, per un esame ulteriore degli argomenti trattati, qui sotto sono a disposizione alcune pubblicazioni del professor Pauly:

Aquacalypse Now – The New Republic, 07/10/2009

Sourcing seafood for the three major markets: The EU, Japan and the USAMarine Policy, June 2010

Comments on FAO’s State of Fisheries and Aquaculture, or ‘SOFIA 2010’ – Marine Policy, October 2011


Pesce e povertà: ultima parte

Con le due parti precedenti di Pesce e Povertà, ho voluto fornire un quadro necessariamente generale, che fosse però anche sufficiente a capire le dinamiche che uniscono biodiversità e sviluppo sociale, della situazione africana. Tuttavia, questa terza ed ultima parte dell’analisi mi appare imprescindibile per completare il discorso: si tratta di andare a vedere nel dettaglio gli effetti della politica europea degli accordi di partenariato sui paesi che si sono lasciati convincere a stipularli. Al momento, sono vigenti dodici FPA con nazioni africane (mentre uno riguarda la Groenlandia). Secondo il sito ufficiale della Commissione Europea, che non è aggiornato, la maggior parte di questi protocolli sono scaduti nell’ultimo anno, ma basta fare una ricerca tra la legislazione comunitaria per trovare i documenti dei rinnovi. Sono infatti stati ridiscusse le intese con Mozambico, Capo Verde, Isole Comore, Seychelles, São Tomé and Príncipe e Marocco, mentre per quella con il Gabon le trattative sono ancora in corso. Rimangono nel frattempo in vigore gli accordi con Costa d’Avorio, Guinea Bissau e Madagascar. Andrò ad esaminarne gli effetti.

Prima di iniziare, però, credo che ci siano tre argomenti collaterali che vale la pena menzionare, vista la loro relazione abbastanza stretta con il tema di ‘Pesce e povertà’; pur evitandone un esame approfondito, per ragioni di spazio, spero di fornire alcuni spunti di riflessione ed incoraggiare all’approfondimento, in attesa magari di un mio intervento sul blog. Il primo riguarda la reazione dell’Unione Europea al declino degli stock ittici in Africa: lungi dal prendere definitivamente una posizione contro l’overfishing, eliminando i lauti sussidi indiretti che elargisce periodicamente alla sua flotta e combattendo la lobby della pesca, essa ha ridotto in minima parte le quote di cattura consentite negli accordi più recenti, però allo stesso tempo ha stipulato FPA con paesi lontanissimi, gli unici le cui acque siano ancora sottosfruttate secondo la FAO¹, per aprire un intero nuovo mondo ai grandi motopescherecci francesi e spagnoli, gli unici a potersi permettere di gettare le reti alle profondità del Pacifico Occidentale: tali paesi sono Isole Salomone, Kiribati e Micronesia. Il secondo concerne la totale mancanza di controlli (e probabilmente la connivenza degli Stati membri) sulla pesca illegale che approfitta delle crisi politiche interne per depredare i mari delle nazioni più povere; è il caso della Somalia, che da cinquanta anni vede alternarsi dittature, signori della guerra ed emergenze umanitarie, e che non può perciò permettersi un controllo sulle proprie risorse naturali (secondo molti esperti, la recente esplosione di casi di pirateria al largo delle coste della Somalia è dovuta proprio al crollo degli stock ittici causato dall’overfishing europeo, che ha mandato il frantumi le vite delle comunità di pescatori locali²), ma anche della Libia, all’interno della cui EEZ sono stati recentemente riportati episodi di pesca illegale del tonno rosso e rispetto alla quale si sono addirittura ipotizzati patti segreti con l’Italia per lo sfruttamento della stessa specie³. Infine, non dobbiamo dimenticarci che parlare di biodiversità acquatica vuol dire essere attenti anche allo sfruttamento di fiumi e laghi, attenzione più che mai necessaria in Africa, nonchè alle problematiche connesse all’itticoltura (risorsa contro l’overfishing per alcuni, pratica eticamente e ecologicamente dannosa per altri, tra cui il sottoscritto): spero di dedicare il prima possibile un intervento al primo argomento, ma anche di concludere a breve un’intervista con un esperto di allevamento per dedicarmi anche a questa seconda tematica. Comunque sia, se volete alcune informazioni su come inquinamento, cambiamenti climatici, introduzione di specie alloctone e sovrapesca stiano danneggiando i grandi laghi africani, vi consiglio i riferimenti che troverete in fondo a questo post.

L’ICCAT e il declino degli stock

Torniamo adesso alla materia centrale del nostro esame. Uno degli strumenti che dovrebbero essere utilizzati all’interno degli accordi di partenariato (anche se non in tutti) per consentire uno sfruttamento sostenibile degli stock ittici consiste nella definizione di quote massime di cattura per le singole specie; questa misura ha iniziato a rendersi necessaria quando si è capito che ci si trovava davanti ad un drammatico declino della fauna ittica, dovuto al libero utilizzo delle zone di pesca prima, ai protocolli firmati dalle nazioni ex coloniali dopo il 1976 e infine ai fisheries partnership agreements. Purtroppo, è opinione comune che tali quote debbano essere decise annualmente con riguardo alle raccomandazioni delle commissioni (per l’Atlantico, si tratta soprattutto dell’ICCAT) convenzionalmente preposte a definire il massimo prelievo sostenibile (Maximum Sustainable Yield), le quali, essendo di fatto schiave delle lobbies dell’industria ittica europea, sono solite ignorare i consigli degli scienziati (ironicamente, ci si riferisce all’ICCAT come International Conspiracy to Catch All Tunas). Di fronte al vertiginoso declino degli stock di tonno rosso, ad esempio, negli anni scorsi si sono spesso alzate le quote quando già risultava evidente che la specie era sull’orlo del collasso biologico (ma non si potrebbe pretendere altrimenti pensando che i membri di queste istituzioni sono delegati governativi di Stati africani ed europei che hanno alternativamente interesse a incassare i finanziamenti o a importare prodotti ittici). Fino a qui, la cornice generale, già preoccupante di per sé per la pericolosissima connivenza tra chi stabilisce le regole e chi le viola. Come se non bastasse, però, va detto che anche i modesti limiti suggeriti vengono puntualmente disattesi dall’UE, in una sorta di doppio salto mortale verso la fine della biodiversità marina. Il caso del tonno pinne gialle (Thunnus albacares) dell’Atlantico è emblematico: l’ICCAT ne fissa il MSY tra le 130 mila e le 145 mila tonnellate all’anno, quando già i dati indicano una diminuzione delle catture, indicativa del cattivo stato di salute della specie, alle 108mila tonnellate4, fingendo oltretutto di ignorare che sarebbe doveroso chiedere un rispetto del Replacement Yield, ovvero del vincolo più stringente che si rifà non al massimo sfruttamento sostenibile, bensì al massimo prelievo sicuro per evitare una diminuzione della biomassa. Se si pensa che la pesca illegale potrebbe addirittura raddoppiare il volume delle catture (il che appare plausibile considerando che solo l’Italia consuma annualmente 140mila tonnellate di tonno in scatola, il quale prevalentemente -salvo imbrogli- è proprio Thunnus albacares), ci si rende conto che il limite viene sbriciolato alla prova dei fatti: ulteriore prova ne sia il rivolgersi alle acque dell’Oceano Indiano per aggirare la crisi e rispondere a una crescente domanda di mercato. In risposta, il tonno pinne gialle è entrato recentemente nella lista rossa della IUCN, al livello “quasi minacciato”: poichè ci si riferisce ad un alimento tra i più comuni al mondo, il segno è assai preoccupante. Stesso destino (ma situazione peggiore) è riservato alle altre specie di tonno soggette alla pesca europea nell’ Atlantico: il tonno obeso (Thunnus obesus), classificato come ‘vulnerabile’, il Thunnus maccoyii, come ‘rischio a livello critico’, il Thunnus alalunga, come ‘quasi minacciato’5; tutti questi stock sono sottoposti dall’ICCAT a quote di cattura che non ne garantiscono un giusto tasso di riproduzione, e che se anche in astratto lo facessero non avrebbero una reale possibilità di essere accertate, nè tantomeno fatte valere, poichè non sono vincolanti. La conseguenza è che l’Unione Europea può tranquillamente derogarvi negli FPA, giustificandosi con la scarsità di conoscenze scientifiche sulla reale consistenza delle popolazioni. Al disastro del MSY, va poi aggiunto quello dell’effettiva calata delle reti: nella seconda parte di questa analisi ho infatti ricordato come un grosso danno alle comunità dell’Africa occidentale sia arrecato dalla situazione drammatica dei pesci demersali (cernie, merluzzi, pagelli), vittime collaterali della stessa pesca del tonno cui si è appena accennato, insieme a quella dei gamberi. In merito, si rivela disarmante un rapporto della FAO, redatto nel 2005, nel quale si afferma che ‘diciotto degli stock ittici demersali esaminati sono alternativamente completamente sfruttati oppure sovrasfruttati: tra questi, la cernia bianca, pescata principalmente in Senegal, Gambia, Mauritania, risulta praticamente estinta’. Allo stesso modo, l’alaccia (specie pelagica) e il gamberetto, entrambi tra i principali alimenti della regione, appaiono soggetti ad overfishing. Pienamente sfruttati sono poi il merluzzo e tre cefalopodi quali il polpo comune, la Sepia officinalis ed il calamaro, nonchè varie specie di aragosta e di granchi; dubbi sussistono infine sullo status di sardine e sgombri, la cui biomassa si rivela molto instabile6. Giunti a questo punto, mettendo insieme il discorso sulle quote di cattura del tonno e quello sullo sfruttamento delle specie ‘collaterali’, sarà più facile comprendere la falsità dell’affermazione tipica europea per cui la nostra flotta non toccherebbe gli stessi pesci che vengono consumati sul mercato locale, ed anzi si batterebbe per la tutela di entrambe le riserve.

Il Senegal e gli altri

Per averne la conferma, basterà guardare agli accordi di partenariato nel loro contenuto e nei loro effetti, ed in particolare a quei protocolli che adesso non sono più in vigore, perchè infine rigettati dagli Stati africani che li avevano accettati. Qui, ancora più che nei paesi ancora soggetti agli FPA, sono evidenti i segni naturali, ma anche sociali, dell’overfishing. Il caso che viene solitamente portato ad esempio è quello del Senegal, il quale dal 1980 al 2006 ha rinnovato puntualmente gli impegni presi, ed è tragico per più motivi. Il primo risiede nel fatto che questo paese, a differenza degli altri Stati della regione, ha negli anni accumulato una flotta da pesca battente bandiera nazionale di tipo industriale, che può raggiungere anche 50mila tonnellate di catture annue, alla quale si deve aggiungere una sterminata flotta artigianale (più di 300mila tonnellate di media)7. Tale circostanza, dovuta ai flussi migratori derivanti dalla siccità che nei decenni passati ha colpito ininterrottamente le regioni interne, stride violentemente con il presupposto sancito dalla Convenzione UNCLOS per la stipulazione di accordi di pesca: infatti, solo qualora un paese non avesse le risorse per servirsi adeguatamente delle proprie risorse ittiche, dovrebbe poter garantire diritti di pesca a Stati esteri. La conseguenza è la competizione spietata che ha depredato i fondali, e che ha colpito soprattutto il settore artigianale. Il numero di piroghe in Senegal si è infatti dimezzato dal 1997 al 20057, passando da 10mila a 5mila unità, con conseguenze devastanti sul piano sociale, quali insicurezza alimentare, disoccupazione e soprattutto crescente emigrazione verso l’Europa ed altri paesi africani. Qui i pescatori ormai senza lavoro possono trovarsi nella doppia veste di emigranti e ‘scafisti’, e servirsi delle loro stesse piccole imbarcazioni per viaggi oceanici verso la Spagna e il Mediterraneo8. Allo stesso tempo, però, gli effetti dell’overfishing sono stati avvertiti anche dalla flotta industriale: le catture sono crollate dalle 94mila tonnellate del 1994 alle 45mila del 2005; molte compagnie hanno chiuso, e quelle che rimangono lavorano al 50% delle proprie possibilità; le esportazioni del settore sono crollate del 32% negli ultimi quindici anni; gli impianti di trasformazione sono passati da 7 a 1; il 50-60% dei dipendenti è stato mandato a casa7. Il secondo motivo che ha spinto il Senegal sull’orlo del baratro riguarda il contenuto stesso dei vecchi accordi: come avevo accennato in precedenza, essi non prevedevano quote massime di cattura, ma solo un tonnellaggio massimo della flotta estera, unico requisito alla concessione della licenza, e non erano inoltre rivolti alla sola pesca del tonno, bensì a molte specie di facile commercializzazione in Europa, con l’unico obbligo per i pescherecci costieri di sbarcare parte del pescato per la trasformazione in Senegal, invece di esportarlo direttamente nel vecchio continente. Il terzo motivo ha infine a che fare con la mancanza di regolamentazione successiva alla cessazione di validità degli FPA: lungi dal rappresentare la fine delle attività europee nelle acque del Senegal, essa ha infatti consentito la formazione di joint venture a capitale misto, richiedendo come unico requisito che il 51% delle compagnie così nate appartenesse ad investitori senegalesi7. Ovviamente, di questo requisito viene fatta illegalmente carta straccia, con la conseguente diffusione di quel processo che i locali chiamano ‘senegalizzazione’ dei pescherecci europei (su 94 joint venture nel 2008, solo 15 sarebbero davvero guidate da locali), e che consente a queste imbarcazioni di usufruire di normative meno stringenti, continuando contemporaneamente a sfruttare le acque adesso teoricamente loro precluse: non è necessario avere osservatori a bordo, e non si deve scaricare parte del pesce in Senegal. Come amaramente riporta Charles Clover nel suo Allarme Pesce, ‘c’è gente che un giorno ha dei problemi a comprarsi un paio di calzoni, e il giorno dopo si ritrova proprietaria di quattro pescherecci a strascico‘. La fine degli accordi non ha significato, in questo paese, un reale cambiamento: da una parte, la presenza di una flotta interna comunque ampia richiede che vi siano applicate le limitazioni necessarie, dall’altra l’esportazione del pescato verso l’Europa rappresenta ancora una primaria fonte di ricchezza che, se genera introiti per poche persone, perpetua il circolo della malnutrizione nella stragrande maggioranza degli abitanti.

Lo stesso ragionamento relativo al Senegal può essere fatto per gli altri accordi non più in vigore, che pure riguardavano paesi con una flotta propria non altrettanto sviluppata, quali l’Angola, il Gambia, la Guinea Equatoriale e le isole Mauritius (mentre il protocollo firmato con la Repubblica di Guinea è stato stracciato nel 2009 dall’Unione Europea in seguito alla repressione di alcune proteste di piazza da parte del governo locale): il loro comune denominatore consisteva anche qui nella mancanza di un tetto vincolante alle catture. Per l’Angola, il limite si riferiva alla pesca di gamberi e gamberetti, ma in violazione dello stesso non erano previste sanzioni di alcun tipo; il Gambia invece poneva il pagamento dovuto dalle navi tonniere in relazione con l’effettivo risultato raggiunto dalle stesse, senza quote fisse di cattura; in Guinea Equatoriale e alle Mauritius infine, si stabiliva un vincolo oltre il quale semplicemente l’Unione Europea avrebbe dovuto pagare di più (con i soldi dei contribuenti e non dei pescatori). Inoltre, in tutti e quattro i casi (ma è una prassi di tali accordi) si limitava fortemente il potere degli osservatori, ai quali veniva consentito di salire a bordo solo per il tempo necessario alla misurazione delle catture, ed in ogni caso mai per più di una battuta di pesca; senza dimenticare ovviamente i casi (più che frequenti) di corruzione. Inutile dire che i risultati sono stati i medesimi sopra evidenziati.

In conclusione, quello che attende i paesi ancora sottoposti agli accordi di partenariato appare noto. Meno evidente, ma comunque fondamentale, è capire che anche la loro fine non significa automaticamente benessere per le popolazioni locali. La Namibia, ad esempio, dalla sua indipendenza nel 1992 ha espulso le imbarcazioni straniere dalle proprie acque territoriali, consentendo un ripopolamento degli stock in crisi, ma la flotta di cui dispone è comunque composta da joint venture di dubbia nazionalità, il che lascia intendere quanto sia difficile difendere la sicurezza alimentare dell’Africa. Se a tale mancanza di trasparenza del settore aggiungiamo poi il dramma della pesca IUU ed i trattati commerciali, grazie ai quali l’Europa si riappropria tramite l’importazione di ciò che senza i diritti di pesca non può più ottenere, possiamo farci un idea di come il colonialismo non sia mai davvero finito.

 ————————

¹ FAO, The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010

² Robyn Curnow, Is Illegal Fishing to Blame for Somali Pirates? (CNN, 25.08.2011)

³ Richard Black, Tuna Fished ‘illegally’ during Libya Conflict (BBC, 07.11.2011)

4 ICCAT, Yellowfin Tuna Stock Assessment, 2008

IUCN, Red List of Threatened Species

FAO, Review of the State of World Marine Fishery Resources, 2005

7 ActionAid, SelFISH Europe Report, 2008

Focus Migration Profile: Senegal 

Altri riferimenti utili

Charles Clover, Allarme Pesce (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

Paul-Tijs Goldschmidt, Darwin’s Dreampond: Drama on Lake Victoria (MIT Press, 1996)

George Monbiot, Mutually Assured Depletion (The Guardian, 09.08.2011)

Per i testi degli accordi di pesca

http://ec.europa.eu/fisheries/cfp/international/agreements/index_en.htm

Pesce e povertà: il saccheggio africano II

Il neocolonialismo della pesca (segue)

I primi Fisheries Partnership Agreements con i paesi africani iniziano ad essere stipulati già dagli anni ’70, poichè proprio in quel periodo si diffonde la delimitazione delle acque territoriali (con la nascita delle EEZ) e diviene necessario farsi garantire i diritti di pesca dagli Stati sovrani. Non dobbiamo dimenticarci, però, che non esiste solo tale modello di accordo: esso infatti è quello disciplinato dall’Unione Europea, ma i singoli Stati ne possono stipulare di diverso tipo (è stato soprattutto il caso della Spagna), ragion per cui la situazione è pericolosamente difficile da controllare. La Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS) provvede ad incoraggiare queste intese nel caso in cui le nazioni non siano in grado di sfruttare adeguatamente le risorse ittiche all’interno della propria zona esclusiva, pur imponendo di riservare una fascia minima di 12 miglia dalla costa per la pesca artigianale. Sia detto solo en passant, ovviamente i paesi con i quali si stipulano gli FPA non hanno i mezzi sufficienti per controllare le limitazioni poste dal diritto internazionale, nonchè quelle contenute negli stessi trattati, per cui la violazione delle regole ad opera dei grandi motopescherecci, specie di notte, rappresenta la normalità. Il budget dell’Unione destinato ai finanziamenti per i paesi terzi è costantemente cresciuto dai 6 milioni di Euro (ECU) nel 1981 ai 260 del 2008¹, l’80% dei quali avvantaggia i pescherecci spagnoli, i più direttamente interessati alla pesca nell’Africa Occidentale. Nel 2002 la Commissione Europea ha emanato una piattaforma programmatica per la negoziazione di accordi di partenariato², la quale contiene le linee guida dell’azione comunitaria, ed il Consiglio ha fatto lo stesso nel meeting del 19 Luglio 2004³: in questi documenti si sottolinea l’obiettivo di rafforzare e promuovere la pesca sostenibile, si conferma lo strumento degli FPA come miglior mezzo di sfruttamento razionale delle eccedenze e si concorda sulla necessità di combattere l’illegalità e di gestire in maniera responsabile gli stock in collaborazione con i governi degli Stati costieri. Qual è allora la situazione dall’altra parte del tavolo delle trattative?

Le cifre del disastro

La risposta è dura da digerire. E la cattiva notizia è che, pur riconoscendo all’UE l’attenuante di non essere sola a sfruttare gli stock oceanici dell’Africa (Giappone, Corea del Sud, Canada, Russia e ancor prima Unione Sovietica), e sorvolando sulle responsabilità per la pesca IUU (ovvero Illegal, Unregulated, Unreported Fishing: secondo le stime, ammonterebbe al 16% del totale delle importazioni europee), la quale in ogni caso dipende da una scarsa attenzione al pattugliamento e spesso batte pure bandiera spagnola4, la stipulazione degli accordi di partenariato rappresenta una maledizione per la biodiversità e per gli Stati costieri. Se prima, per soddisfare i propri bisogni, i pescatori dell’Africa Occidentale rimanevano in mare per meno di un giorno, adesso si trovano costretti a passare anche due settimane lontano dalla costa, in acque sempre più profonde e con risultati sempre più scarsi. I motopescherecci industriali (la flotta esterna dell’Unione conta poco più di 700 unità) raccolgono venti volte il pesce delle migliaia di piroghe che caratterizzano questi luoghi, portando a casa un 25% delle catture annuali europee. Il problema sta nel fatto che per le istituzioni comunitarie queste acque sono sotto-sfruttate, con la conseguenza che i nostri pescatori non fanno altro che gestire le eccedenze; eppure ciò è molto lontano dal vero. Al largo delle coste dell’Africa occidentale, grazie alle forti correnti ascensionali dell’oceano, la pescosità è in effetti molto elevata, e si stima che in queste zone trovino il loro habitat circa 1200 specie di pesci; ma il biologo Daniel Pauly ha calcolato che dal 1945, con l’inizio dello sfruttamento industriale, le riserve ittiche sono diminuite del 50%, e i dati forniti dalla FAO confermano questa situazione. Nelle acque dell’Atlantico centro-orientale il totale delle catture è sceso costantemente, dopo il picco raggiunto nel 20005 (al picco precedente, nel 1990, era seguito un tremendo tracollo): a farne le spese soprattutto i pesci pelagici oggetto degli accordi commerciali, quali tonni e maccarelli. Per quanto riguarda l’Atlantico sud-orientale, poi, si è avuto un declino inesorabile delle stesse specie (circa 2 milioni di tonnellate in meno dalle medie degli anni settanta al totale del 20085). C’è però un altro aspetto della sovrapesca, sul quale i dati della FAO si rivelano bugiardi: stiamo parlando delle catture accidentali. Dalle tabelle dell’organizzazione potrebbe ricavarsi infatti l’impressione che il volume di cattura dei pesci demersali (cernie, pagelli, merluzzi) sia rimasto immutato negli anni, eppure la maggior parte di questi stock è sull’orlo dell’esaurimento. Perché? Semplicemente, il motivo risiede nel fatto che le statistiche si basano su quanto viene dichiarato dalle flotte (per l’Africa occidentale, circa 12.000 tonnellate annue): si stima però che la cifra reale sia addirittura otto-dieci volte più alta. Le specie di cui si è parlato, infatti, divengono facilmente prede accessorie quando si pescano i gamberi con la rete a strascico, dragando il fondale sul quale questi animali vivono. Il destino delle catture accidentali è duplice: una parte viene sbarcata sul posto e venduta sottobanco alla popolazione locale, l’altra (costituita dalle specie non commercializzabili, ma soprattutto dai giovani esemplari ancora non in età da riproduzione) è ributtata in mare; poichè questa enorme quantità di pesce (spesso si tratta dell’80-85% dell’intero bottino) non viene resa nota, è naturale che il depauperamento degli stock sia sottostimato. Gli stessi gamberi, vista la predazione del novellame sottotaglia, sono in esaurimento. L’Unione Europea si trova proprio al centro di questa devastazione, eppure finge di non saperlo, trincerandosi dietro la mancanza di dati certi sul volume delle riserve. Gli accordi che stipula prevedono una quota massima di pesca solo per il tonno (manco a dirlo, si tratta sempre di una quota eccessiva, come dimostra il fatto che i nuovi FPA sono andati a cercare acque ancora più lontane, in Oceania ad esempio), fissando per le altre prede un mero limite al tonnellaggio delle imbarcazioni, e senza neanche controlli sulle maglie delle reti6. Inoltre, essa sostiene che le specie oggetto del proprio interesse siano diverse da quelle catturate dai pescatori tradizionali, ma anche questo è falso: l’unica differenza risiede nella maggiore selettività di una pesca con le piroghe rispetto all’utilizzo di reti a circuizione a profondità più elevate. L’impatto sugli Stati costieri dell’Africa, in definitiva, è devastante per molte ragioni: non si tratta solamente dei danni arrecati ad un delicato ecosistema marino e del problematico sostentamento degli abitanti, ma anche del circolo vizioso che viene creato dalla domanda di mercato. Infatti, gli stessi produttori locali trovano adesso più vantaggioso esportare il pescato verso l’Europa7, aumentando così una crisi alimentare che pare essere irreversibile, mentre contemporaneamente la possibilità per la flotta UE di trasformare il prodotto direttamente a bordo impedisce il formarsi di una industria di trasformazione locale. Una ricerca ha svelato che l’80% dei posti di lavoro creati dagli accordi di partenariato non si trovano in Africa, ma nel vecchio continente8.

Si fa presto a capire quanto siano dannose delle politiche così condotte, sia per le comunità locali che per l’ambiente. Non è tutto, però: che fine fanno gli aiuti promessi dall’Unione in cambio dei diritti di sfruttamento? Seguendo la lettera degli stessi FPA, questi soldi dovrebbero servire all’ammodernamento dei paesi terzi, alla lotta contro la povertà e alla sicurezza alimentare, con una percentuale molto alta vincolata ad essere spesa per lo sviluppo sostenibile della pesca stessa. Secondo uno studio della Swedish Society for Nature Conservation (SSNC), tuttavia, ‘in tre casi su quattro non ci sono prove che i fondi siano stati spesi per lo sviluppo dell’industria locale’, e le istituzioni europee non si preoccupano di controllarne l’effettiva destinazione d’uso. Se si pensa che le cifre in alcuni casi rappresentano un terzo del totale degli introiti statali (Guinea-Bissau e Mauritania), ci si rende conto del fatto che difficilmente queste serviranno per attivare i progetti sbandierati6.

———————–

¹ European Commission, EU budget 2008. Financial Report

² European Commission, Integrated Framework for Fisheries Partnership Agreements with Third Countries, 23.12.2002

³ Council of the European Union, 2599th Council Meeting. Agriculture and Fisheries, 19.07.2004

CNN, ‘Pirate’ Fishermen Looting West African Waters, 30.06.2011

5 FAO, The State of Fisheries and Aquaculture, 2010 

6 Swedish Society for Nature Conservation, To Draw the Line, 2009

7 Gumisai Mutume, Africa Seeks to Safeguard its Fisheries, Aprile 2002 (da Africa Recovery)

8 IFREMER, Evaluation of the Fisheries Agreement Concluded by the European Community, 1999

Altri riferimenti utili:

Charles Glover, Allarme Pesce. Una Risorsa in Pericolo (Ed. Ponte alle Grazie, 2005), in particolare il III cap.

ActionAid International, SelFISH Europe Report, 2008

George Monbiot,  Manufactured Famine, (The Guardian, 26.08.2008)

Pesce e povertà: il saccheggio africano I

Premessa

Nel 2011, parlare dell’importanza della biodiversità nella lotta alla povertà significa soprattutto affrontare due ostacoli alla comunicazione di segno opposto. Il primo è rappresentato dall’alibi del profitto che pervade l’intero complesso politico-industriale-finanziario mondiale, il quale provvede a fornire la scusa per ogni devastazione ambientale che si rispetti; questo alibi presenta la questione della protezione della diversità biologica sotto forma di una falsa scelta tra sviluppo e sottosviluppo, laddove condizione sociale e cura degli ecosistemi sono invece temi intrinsecamente legati tra di loro, nella misura in cui è la preservazione degli habitat naturali dei paesi più poveri a garantirne un migliore sviluppo umano, e non la spinta ad una crescita economica della quale si avvantaggiano soltanto le élite locali e internazionali. Il secondo si estrinseca nell’ipocrisia di istituzioni la cui funzione dovrebbe essere proprio quella di azionare una vasta politica di tutela ambientale, e nel finto interesse dei media, i quali provvedono a fornire una rappresentazione tanto patinata e compassionevole quanto sbrigativa delle questioni in esame. In particolare, colpisce la solerzia con cui l’ONU ha dichiarato il lasso di tempo tra il 2011 ed il 2020 ‘Decennio della biodiversità’, considerando la sua totale mancanza di uno spirito di iniziativa forte nell’ambito dei summit sul clima e, in generale, della cura del pianeta: è eufemistico che lo strombazzato scopo di tali iniziative sia quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini sull’importanza delle tematiche ambientali, dal momento è se ci fosse qualcuno che dovrebbe essere incoraggiato (obbligato) ad agire di più e meglio, quel qualcuno dovrebbero proprio essere le Nazioni Unite.

Biodiversità e povertà in Africa

Se dovessimo scegliere il punto di partenza di un’esame sullo stato della diversità biologica mondiale e sui problemi che dal suo depauperamento derivano, senza dubbio dovremmo volgere la nostra attenzione al continente africano. Qui più che mai si intreccia la questione ambientale con la questione sociale, e qui più arduo che altrove appare il compito, a causa del grumo indistinto di interessi economici, corruzione politica e difficoltà strutturali che si dipanano nella regione. Prima di tutto, dobbiamo sgombrare il campo da un equivoco: il modello di sviluppo che ci si deve augurare per l’Africa non è il modello di sviluppo occidentale: in primo luogo, perchè quest’ultimo è frutto di un sistema sciagurato, basato su squilibri e disuguaglianze, e profondamente in crisi esso stesso; in secondo luogo, perchè la vera democrazia sorge solo da un connubio tra le peculiarità dei luoghi e l’autodeterminazione dei cittadini, e si basa non sull’aumentare del reddito, bensì sul rispetto della propria storia e sull’appartenenza ad un percorso condiviso di valori, saperi, risorse; infine, perchè solo svincolandosi da un’idea fuorviante di inadeguatezza della vita rurale al formarsi di una società nuova, democratica e sana, si può garantire un futuro al pianeta ed alle persone. Il nodo centrale, a mio avviso, risiede nella necessità di comprendere che il ruolo della biodiversità nell’economia (qui il termine sia inteso in senso letterale, puro) di un miglioramento delle condizioni di vita nei paesi di quest’area è un ruolo fondamentale, e che il mantenimento della biodiversità stessa non è un intralcio allo sviluppo (per lo meno, non nel senso in cui la parola sviluppo è abitualmente intesa in Occidente), bensì la sua componente più forte. Per gli abitanti del cosiddetto Terzo Mondo (anche se utilizzo questa espressione con una certa riluttanza), benessere non significa né può significare cementificazione selvaggia, utilizzo di strumenti finanziari, aiuti ai governi, apertura agli investimenti stranieri, come da più parti si vorrebbe far credere agitando lo spauracchio del sottosviluppo che conviene a molti e incoraggiando un solidarismo di facciata. Lo aveva capito, a suo tempo, il presidente del Burkina Faso Thomas Sankara il quale, prima di essere ucciso nel 1987, si era adoperato per avviare una poderosa serie di riforme basate su una prospettiva anti-imperialista: rifiuto degli aiuti umanitari, battaglia contro il debito odioso, nazionalizzazione delle miniere e della terra, disconoscimento dei poteri dell’International Monetary Fund e della Banca Mondiale, nonchè politiche per l’autosufficienza alimentare, la riforestazione, l’educazione e i diritti delle donne. Come dimostra il suo esempio, non solo il miglioramento delle condizione africana non può basarsi su ingerenze esterne che si traducono sistematicamente in investimenti e donazioni (condizionate), pena l’impossibilità di raggiungere una effettiva indipendenza dalle forze economiche dominanti, ma questo miglioramento deve anche, necessariamente, basarsi sulla protezione delle fonti della vita e del sostentamento: l’ambiente e la sua biodiversità.

Il neocolonialismo della pesca

Se della biodiversità terrestre mi occuperò per esteso in uno dei prossimi interventi del blog, oggi vorrei fornire uno spunto di riflessione sulle pressanti questioni che riguardano la preservazione della varietà biologica acquatica africana, questioni troppo spesso nascoste in un cono d’ombra, tralasciate in favore degli aspetti più mainstream della crisi ambientale, ma al tempo stesso talmente vitali (e scabrose) da rappresentare una grave minaccia alla stessa sopravvivenza dei mari e delle popolazioni della regione, nonchè una problematica politica e geografica di fondamentale importanza. Spesso, quando si parla di crisi alimentare, sembriamo dimenticarci che nonostante più di metà della popolazione del continente viva ancora lontana dalle coste (in parte comunque vicino a fiumi e grandi laghi), le città affacciate sul mare subiscono una crescita annua, dovuta principalmente a flussi migratori, del 4 percento¹. Per queste persone (circa 500 milioni), la fonte di sostentamento più importante è rappresentata dalla pesca: oltre il 20% delle proteine animali consumate nei paesi dell’Africa Sub-sahariana (la cifra non tiene conto della distribuzione sul territorio, e va quindi intesa per difetto: si stima che in Senegal arrivi al 70%) provengono infatti dall’Oceano Atlantico². Si pone dunque la necessità di una protezione costante e severa della biodiversità acquatica, non solo nell’ottica della salvaguardia degli ecosistemi singolarmente intesi, ma anche in quella di un approccio più olistico che consideri la reciproca, fondamentale relazione tra uomo e mare come base di ogni meccanismo di tutela. Purtroppo, non solo questa protezione non viene adeguatamente attuata ed incoraggiata, ma spesso sono proprio le politiche dei paesi occidentali a dirigersi in senso opposto. In particolare, l’influenza della vecchia, solidale Europa sugli stock ittici dell’Africa Occidentale dovrebbe essere sottoposta ad uno scrutinio severo da parte dell’informazione, al pari di quella esercitata dai paesi del Sud Est asiatico, Giappone e Corea del Sud in primis. Come fa notare il settimanale inglese The Economist, nel suo rapporto Troubled Waters, l’88% delle riserve ittiche europee risulta oggi soggetto a sovrasfruttamento³, e questo a causa dello sviluppo della pesca su scala industriale che dalla fine della seconda guerra mondiale ha iniziato a decimare i nostri mari: il volume totale delle catture dichiarate (la stima non tiene conto delle catture illegali e di quelle non comunicate, che sono purtroppo la norma) dai 27 paesi oggi facenti parte dell’Unione Europea, con l’aggiunta di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, nonchè delle Isole Far Oer e della Groenlandia, è salito dai 5 milioni e 700 mila tonnellate del 1950 (ma qui non è compreso il dato delle Repubbliche baltiche all’epoca territorio dell’URSS e neanche quello della Slovenia) ai quasi 13 milioni del 1997, per poi iniziare a decrescere fino ai 9 milioni circa registrati nel 20104. Dovendo far fronte ad una crescente domanda di pesce sul mercato (l’Unione Europea è, insieme agli Stati Uniti e al Giappone, uno dei tre maggiori consumatori di prodotti ittici) e insieme alla scomparsa progressiva delle sue riserve, l’Europa ha così deciso di seguire due strade: da una parte, è divenuta il più grande importatore del pianeta (42% del totale mondiale delle importazioni²), dall’altra, mentre gli stessi pescherecci si spingevano verso le acque profonde degli oceani (il 23% del pesce nelle acque neozelandesi non viene catturato da navi locali, ma europee e giapponesi²), ha iniziato anche a stipulare accordi bilaterali, denominati FPA (Fisheries Partnership Agreements), con i quali paesi terzi garantiscono diritti di pesca all’interno della propria EEZ (Exclusive Economic Zone) alla flotta europea in cambio di aiuti finanziari e tecnici. Ma di quali partner economici stiamo parlando? Ovviamente dei paesi africani (anche se non mancano zone molto lontane, come Micronesia, Isole Salomone e Kiribati), i quali sono così sottoposti ad una sorta di colonialismo di ritorno, che secondo la maggior parte degli studiosi sta contribuendo alla devastazione della biodiversità acquatica del continente e, di conseguenza, alla povertà delle comunità di pescatori locali.

(continua…)

————————–

¹ Don Hinrichsen, Ocean Planet in Decline (in Coastal Waters of the World: Trends, Threats and Strategies. Washington D.C. Island Press, 1998)

² Food and Agriculture Organization,  The State of World Fisheries and Aquaculture, 2010  

³ The Economist, Troubled Waters. A Special Report on the Sea, 2009

4 Eurostat, Catches by Fishing Area, 1950-2010