Perché Coelacanth?

Questo blog ha finalmente un titolo più o meno ufficiale. Mi sono basato, per la scelta, sulla foto che ormai campeggia da diversi anni sul profilo Facebook del sottoscritto: un celacanto che guarda dritto nell’obiettivo. Si tratta di una mascotte, si potrebbe dire, però in effetti c’è dell’altro.

Celacanti (o Celacantiformi) sono un ordine di pesci ossei, che comprende due sole specie attuali, appartenenti al genere indonesia_coelacanthLatimeria. Dal momento che, secondo la classificazione IUCN, l’una è vulnerabile, l’altra addirittura criticamente minacciata di estinzione, quello dei Coelacanthiformes rappresenta l’ordine del regno animale più in pericolo di scomparire nel prossimo futuro, anche se gli studi scientifici sulle popolazioni esistenti sono ancora sporadici e poco si sa dell’impatto dell’uomo sulle stesse.

Questi veri e propri fossili viventi hanno abitato gli oceani nella loro forma attuale per circa 400 milioni di anni. Che siano in procinto di estinguersi per mano della pesca e della degradazione degli habitat, oppure per cause naturali, la loro vicenda evolutiva ha comunque molto da dire. In particolare, ci ricorda che tutte le specie condividono in parte lo stesso DNA, e che ognuno di noi appartiene ad un’unica ‘famiglia delle cose’, così come essa è andata differenziandosi attraverso meccanismi biologici comuni nel corso di un arco temporale la cui entità fatichiamo addirittura a comprendere, se utilizziamo le normali scale cui siamo abituati.

Non dovremmo dunque mai scordarci che la civiltà umana non è stata la prima a colonizzare il pianeta, ed è anzi la sola che, praticamente in un battito di ciglia della storia, ha spinto sé stessa e le altre sull’orlo del collasso. Quanto concetti come sviluppo e crescita, concetti totalmente disancorati da qualsiasi nozione di equilibrio ecologico, abbiano influito in questo processo di distruzione, non tocca a me ripeterlo. In ogni caso, per recuperare qualcosa di ciò che ci lega al resto della biomassa presente sulla terra (oltreché, s’intende, per non estinguerci a nostra volta), forse occorrerebbe riconoscere che il senso di appartenenza di cui parlavo si è smarrito nel corso di quella folle corsa che abbiamo chiamato, e continuiamo a chiamare, progresso.

Non si tratta, come ho scritto altrove, di fare facili moralismi, di ‘umanizzare l’animale selvaggio’, quanto piuttosto di confrontarsi con l’essenza stessa del nostro rapporto con ciò che è vivente e, di conseguenza, di ‘animalizzare nuovamente l’uomo‘.

Dario Piselli

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